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martedì 7 agosto 2012

I VELENI DELLA CHIMICA DI OTTANA: Ucciso da un tumore un altro operaio dell'Enichem

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno Martedì 7 agosto 2012 alle ore 10.28 ·
 


POLITICI, SINDACATI, SARDI ...E' QUESTA LA SARDEGNA CHE VOLETE ?

«È morto anche Luigi». Poche parole, un terribile anche , pronunciate ormai troppe volte dai lavoratori (in gran parte ex tra cassa integrazione e prepensionamenti) della chimica di Ottana. Luigi Porcu è stato accompagnato l'altro giorno in cimitero a Orani.

Era un collega di Raffaele Curreli, l'operaio di Fonni, morto lo scorso 16 luglio. Si erano ritrovati nel reparto di oncologia all'ospedale Zonchello di Nuoro per i cicli di chemioterapia. Dopo la denuncia pubblica di Curreli che metteva in relazione il tumore ai polmoni che lo aveva colpito con le condizioni di lavoro all'ex Enichem, anche il paziente di Orani decise di prendere posizione, annunciando un'azione legale per il riconoscimento della malattia professionale.

In una intervista a Radio Radicale, impegnata in un'inchiesta sui «Veleni di Ottana», anche Luigi Porcu che dal 1974 al 2004 lavorò all'ex Enichem, compresi oltre vent'anni nel famigerato laboratorio, denunciò il contatto continuo con gli acidi, senza nessuna prevenzione («alla carlona»).

Riascoltare quelle parole postate e rilanciate su più siti nel web (http://www.radioradicale.it/scheda/352784), potrebbe scuotere soprattutto le coscienze istituzionali. Compreso il commosso ricordo dei cinque colleghi già morti che lavoravano nel laboratorio. Una testimonianza sofferta, frasi spezzate dalla difficoltà di respirare. Ricordo di un uomo minato dal cancro ai polmoni e al fegato che però fino all'ultimo, denunciando anche i troppi silenzi delle vittime, ha condotto negli ultimi mesi della sua vita una battaglia contro la fabbrica dei tumori .

Un muro di silenzio ancora da scalfire (non esistono statistiche ufficiali), e una battaglia appena iniziata per un vero screnning di massa e i riconoscimenti pensionistici. ( m. t.)

Da L'Unione Sarda del 7 agosto 2012

DISASTRO AMBIENTALE DI QUIRRA: La Regione sarda "con strategia" è riuscita a farsi respingere la richiesta di parte civile

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno Martedì 31 luglio 2012 alle ore 18.42 ·
 



Colpo di scena al processo per i cosiddetti veleni di Quirra, che vede indagate 20 persone nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Lanusei per disastro ambientale nell'area del Poligono sperimentale interforze.

Questa mattina, davanti al Gup di Lanusei, Nicola Clivio, si è presentato l'avvocato Serra in rappresentanza della Regione sarda, che ha chiesto di costituirsi parte civile.

Il giudice, dopo aver visionato gli atti, ha respinto la richiesta perchè ritenuta tardiva. Già nella scorsa udienza il Gup aveva respinto l'istanza presentata da diverse associazioni di categoria, «non ritenendole direttamente coinvolte nei fatti oggetto di giudizio». Sempre stamani sono stati decisi i nomi dei responsabili civili, cioè coloro che, in caso di condanna, dovranno risarcire le parti civili.

Il processo riprenderà il 31 ottobre e all'inizio si discuteranno ancora alcune eccezioni procedurali, come la competenza territoriale. Il Gup del Tribunale ogliastrino dovrà decidere sui 20 rinvii a giudizio chiesti dal pm Domenico Fiordalisi al termine delle indagini per disastro ambientale nell'area del Poligono sperimentale interforze del Salto di Quirra.

Da Ansa del 31 luglio 2012

giovedì 26 luglio 2012

DACCI OGGI IL NOSTRO VELENO QUOTIDIANO

Dacci oggi il nostro veleno quotidianoApprendiamo attraverso le televisioni locali, che oggi, 14 luglio 2012, è avvenuto un incidente negli stabilimenti della Portovesme srl. Si tratterebbe di una fuga di anidride solforosa che ha poi formato una grossa nube bianca mettendo così in allarme i cittadini del paese di Portoscuso e tutti gli abitanti delle zone limitrofe. I vigili del fuoco ed i tecnici dell’Arpas sarebbero al lavoro; il sindaco di Portoscuso, Giorgio Alimonda, avrebbe tranquillizzato la popolazione sostenendo di “aver avviato tutte le procedure del caso”. A noi però viene spontaneo chiedere quali sarebbero e che peso avrebbero “le procedure del caso” quando la produzione di veleni è quotidiana e lo stoccaggio illegale di materiali di scarto è la normalità?

Ricordiamo che la Portovesme srl, azienda del gruppo svizzero Glencore che produce piombo e zinco, è stata inquisita per aver stoccato abusivamente diecimila metri cubi di scarti industriali tossico nocivi nelle zone di Settimo San Pietro, Serramanna e nei sottofondi stradali dell' ospedale Businco di Cagliari. Non dimentichiamo inoltre il trasferimento in Sardigna, sempre per conto della Portovesme S.r.l., di camion carichi di materiale radioattivo del tipo Cesio 137 e provenienti dall' Alfa Acciai di Brescia.

A Manca pro s'Indipendentzia coglie oggi l’occasione per ribadire non solo le responsabilità della Portvesme srl ma anche e soprattutto le responsabilità delle amministrazioni locali e dei sindacati che, con la scusa di tutelare una manciata di posti di lavoro, tacciono sui reali danni causati al territorio, alla sua economia ed alla salute di coloro che vi abitano.
Sottolineiamo, inoltre, anche alla luce di questo nuovo gravissimo episodio, definito strumentalmente “incidente”, come queste fabbriche coloniali non possano costituire in nessun modo un modello economico sostenibile ma una reale minaccia sia per la nostra salute che per la costruzione di qualsiasi alternativa economica nazionale sarda.

Direttivo Politico Nazionale
A Manca pro s’Indipendentzia

TESTO ORIGINALE 

Perdita gas da Portovesme srl, allarme per nube bianca



PORTOVESME, 14 LUG - Incidente allo stabilimento della Portovesme Srl, azienda del gruppo Glencore che produce piombo e zinco, per la fuoriuscita da un impianto di anidride solforosa che nell'aria ha formato una grossa nube bianca.

Nessuno e' rimasto ferito, ma la nube ha provocato allarme tra la popolazione mentre i vertici dell'azienda stanno valutando se sospendere temporaneamente la produzione. Al lavoro la squadra speciale dei vigili del fuoco e i tecnici dell'Arpas. La situazione, assicura il sindaco Giorgio Alimonda, e' ora sotto controllo: "Abbiamo avviato tutte le procedure del caso".(ANSA).

mercoledì 11 luglio 2012

Ricordiamo ai Sindacati cosa sono i fumi di acciaieria

pubblicata da GlobalInfoAction SARDEGNA il giorno lunedì 9 luglio 2012 
 


Cosa sono i fumi di acciaieria
Sono le polveri metalliche altamente inquinanti e velenose che vengono raccolte filtrando i fumi dei forni elettrici che producono acciaio dai rottami ferrosi. L’acciaio viene ormai prodotto fondendo rottami ferrosi importati dai paesi dell’Est europeo o dagli stati dell’ex Unione Sovietica. Finiscono nel forno rottami d’ogni tipo che contengano ferro (tubature industriali, container, serbatoi di raffinerie e industrie obsolete, centrali nucleari dismesse, impianti petrolchimici,etc.).

Ma quante sostanze velenose ed altamente inquinanti vengono fuse o vaporizzate assieme ai rottami?
Cosa contengono i fumi di acciaieria e cosa determinano I fumi di acciaieria sono un distillato di sostanze chimiche e metalli pesanti ( Zinco, Piombo, Cadmio Mercurio, Nichel, Vanadio, Arsenico, Berillio, Rame e Cobalto) alcuni dei quali capaci di indurre lo sviluppo di tumori. Ad esempio il Cadmio e i suoi composti, per i quali, nell’ area del Sulcis, si registra il record Europeo di rilascio nelle acque, è conosciuto come causa di tumori polmonari, prostatici e vescicali. Possono inoltre causare neuropatie degenerative e anche malattie cardio-vascolari e polmonari che trovano importanti cause inducenti nelle emissioni inquinanti atmosferiche.

Cosa possono contenere o cosa possono aver contenuto
  Da un rapporto del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri (NOE) il 6 ottobre 1999 si rileva: “Le considerevoli quantità di materiali radioattivi accumulate nelle strutture industriali tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 ed il concomitante dissesto delle organizzazione governative dei Paesi dell’est europeo, nonché i rilevanti incidenti nucleari verificatesi all’estero, sono fattori che hanno favorito la nascita e lo sviluppo di traffici illeciti di materiale contaminato da sorgenti radioattive. In particolare l'importazione di ingenti quantitativi di rottami metallici e materiale ferroso che entrano nel nostro territorio, destinati per buona parte alle fonderie del nord, diventa oggetto di attenzione da parte delle organizzazioni criminali nazionali ed internazionali, al pari dei traffici abusivi di armi e stupefacenti.”Anche i nostri servizi di sicurezza conoscono bene il problema. Nel numero 19 (gennaio-aprile 2001) della Rivista del Servizio di informazioni e sicurezza democratica SISDE “Per Aspera ad Veritatem - Rivista di intelligence e di cultura professionale” si afferma: “Sono stati accertati 173 casi di traffico illecito di materiale nucleare dal 1992 al 1998. Su due milioni e 260 mila tonnellate di rottami ferrosi che passano attraverso i valichi doganali, sono stati rispediti al mittente, in quanto risultate contaminate, 15.000 tonnellate. Sono stati accertati e denunciati 66 responsabili di laboratorio, accertati 113 reati penali ed eseguiti 17 sequestri, tra il 1997 e il 1999, per un valore pari a 2.200 milioni. (… )”.


 In Sardegna non esistono industrie che producano acciaio, però sono presenti industrie che smaltiscono fumi d’acciaierie per ricavarne zinco. Se ne può recuperare fino al 10/15 %, mentre le altre sostanze tossiche che rimangono dopo il trattamento vengono emesse e disperse , parte in atmosfera e parte accumulate nel suolo e nelle acque. Dal punto di vista quantitativo questa prospettiva è tutt’altro che rosea per l’ambiente sardo. Infatti il 75-80% delle scorie residue rappresentano un quantitativo di 250.000 tonnellate/annue di scorie residue che in dieci anni risultano 2.500.000 tonnellate. Quantità e volumi enormi, soprattutto se tali scorie venissero vetrificate per la messa in sicurezza, cosa che, comunque, ancora non viene fatta. Nel caso, dove andrebbero a finire queste quantità e volumi di scorie?
http://web.tiscalinet.it/wwfgallura/allegati/referendum_scorie_12_06_05/articolo_referendum_colore.pdf

LA CATTIVA COSCIENZA DEI SINDACATI!

http://gruppodinterventogiuridicoweb.wordpress.com/2012/06/27/ancora-fumi-di-acciaieria-radioattivi-a-portoscuso/

PANE AVVELENATO: Sostanze chimiche, metalli pesanti e tumori - I sindacati difendono i fumi d'acciaieria

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno lunedì 9 luglio 2012 alle ore 20.02 ·
 



«Preoccupati per la criminalizzazione dei fumi di acciaieria, che sono una materia prima, l'alimentazione di una parte dell'impianto, soggetti a controlli e monitorati»: la Rsu della Portovesme srl risponde all'interpellanza presentata da Paolo Dessì, consigliere regionale del Psd'Az.

Al centro dell'atto presentato dal consigliere all'attenzione del presidente della Regione e dell'assessore all'Ambiente ci sono proprio i fumi di acciaieria, tornati alla ribalta dopo l'arrivo del carico greco contaminato da cesio 137 e rispedito al mittente. Dessì ha chiesto alla Regione quali iniziative intenda prendere per tutelare la popolazione e i lavoratori, sottolineando che i fumi contengono sostanze chimiche e metalli pesanti, alcuni dei quali capaci di indurre lo sviluppo dei tumori.

NO ALLA CRIMINALIZZAZIONE «Il Consiglio regionale - dicono i delegati sindacali - ha discusso più volte dei fumi di acciaieria. Sul tema c'è stato anche un referendum. Gli enti preposti ai controlli hanno tutte le informazioni sui fumi di acciaieria che sono una materia prima: alla Portovesme srl esistono professionalità e tecnologie per trattarli. È giusto che ci siano i controlli, ma diciamo no alla criminalizzazione dei fumi».

I residui di lavorazione delle acciaierie arrivano a Portovesme in grossi sacchi che devono superare i controlli del portale radiometrico. Negli impianti della Portovesme srl vengono trattati e trasformati in ossido di zinco.

Da L'Uniuone Sarda del  9 luglio 2012

Salto di Quirra, nuova indagine di Fiordalisi: pilotati gli appalti sul controllo delle emissioni


2 luglio 2012



Maso Notarianni
Turbativa d’asta mediante collusione: è questa l’ipotesi di reato che ha portato il procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi a far partire l’ennesimo filone di indagine sul poligono militare di Salto di Quirra.
Secondo la procura si deve scavare più a fondo sugli appalti che la Namsa, l’agenzia Nato che si occupava della logistica, oggi confluita nella Nspa, ha affidato alle ditte che per suo conto avrebbero dovuto monitore gli effetti delle attività militari della base. Le indagini si riferiscono a un mega-appalto del 2008, diviso in cinque lotti: uno doveva controllare la radioattività aerodispersa, il secondo l’eventuale inquinamento elettromagnetico, il terzo lotto doveva analizzare gli elementi chimici nelle matrici ambientali e biologiche, il quarto doveva approdare in una certificazione ambientale, il quinto doveva realizzare un sistema informativo ambientale. Ognuno di questi lotti, era stato affidato dalla Namsa ad altrettante ditte.

Proprio su questo appalto la procura di Lanusei ipotizza il reato che sta alla base di questo nuovo filone di indagine e che ha fatto scattare sequestri e perquisizioni in tutta Italia, da Cagliari a Venezia, da Verona a diverse località della Lombardia. Secondo Domenico Fiordalisi, infatti, le risultanze delle indagini delle ditte che vinsero l’appalto sarebbero state pilotate – stando agli sms sequestrati agli indagati – «Per zittire le popolazioni e le associazioni ambientaliste» che da anni conducono una battaglia perché sia svelata la reale portata degli esperimenti e delle esercitazioni militari del poligono sulla popolazione civile della zona.

L’intervista a Domenico Fiordalisi tratta dal numero del settembre 2011 di E – il mensile

La vergogna e l’orrore di Quirra. Le dichiarazioni di Domenico Fiordalisi alla commissione d’inchiesta della Camera

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 TESTO ORIGINALE

 

A Quirra si muore. Lo dicono anche la TV e il PD

I veleni di Quirra

Un intervento di Cristiano Sabino, portavoce nazionale di A Manca Pro S'Indipendéntzia



A Quirra si muore. Ora anche le TV e i giornali lo dicono, anche se gli angoli vengono smussati e le radici del problema tenute ben nascoste sotto terra. Penso a questo mentre vado a Padria dove l’associazione Isperas ha organizzato un dibattito di presentazione del libro Lo sa il vento scritto da carlo Porcedda e Maddale Brunetti. Un libro lucido e tagliente che racconta le cose come stanno sui poligoni di tiro e sulla presenza militare italiana ed internazionale in Sardigna.


Una verità che l’indipendentismo e gli antimilitaristi conoscono bene e denunciano da anni mettendoci la faccia e a volta subendo anche pesanti atti repressivi. A Padria è invitato anche un signore beneducato dal tono rassicurante e mite che inizia il suo intervento da lontano, fermandosi sulla mentalità utilitaristica che i sardi avrebbero acquisito e sul valore dell’essere “tutti uniti”. Questo signore è un senatore del PD, membro della commissione del Senato sulle armi all’uranio impoverito che ha chiesto la chiusura di alcuni poligoni di tiro e la riconversione del PISQ. Un “atto d’amore verso la nostra terra”, ha detto riferendosi alla sua relazione.


Tutti vissero felici e contenti. Finalmente la Casta è scesa dall’olimpo, si occupa di problemi reali, ascolta i comitati e la gente che ha qualcosa da dire e si fa tramite delle istanze di cambiamento. Ci sarebbe da dire questo leggendo i giornali e ascoltando dal vivo la versione del senatore Scanu. Purtroppo però non è così.
Ricordate il referendum promosso dal comitato “Firma sas Bombas” guidato da Sardigna Natzione che avrebbe dovuto chiamare i sardi a pronunciarsi in via consultuva contro le basi militari e in particolare contro quelle nucleari? Quel referendum, esattamente come il precedente nel 1989, venne bocciato con la motivazione che il quesito violava i principi costituzionali. Dove era il suo partito senatore? E lei dov’era?
Ricordate le manifestazioni popolari contro le basi militari, da Villaputzu a Cagliari, dai mari di Teulada al cielo pieno del gas lacrimogeno a La Maddalena? Dov’era il suo partito senatore? E lei dov’era?
Si è parlato, anche in questa occasione di inquinamento industriale, soprattutto in relazione alle discariche abusive dei fumi di acciaieria e di rifiuti tossici industriali illegalmente e clandestinamente sotterrati nei nostri territori. È un bene che si ricordi questi misfatti e che ci si interroghi sull’etica della responsabilità verso le nuove generazioni come ha tenuto a precisare lei signor Senatore. Ma dov’era lei, il suo partito e i sindacati a lei vicini quando è stato fatto fallire il referndum contro le scorie industriali che avrebbe vietato per legge ogni stoccaggio di questo tipo e avrebbe garantito controlli più efficienti?

Dov’era quando nel 2008 Guido Melis, Caterina Pes e tutti gli altri deputati del gruppo parlamentare del PD votavano in blocco la richiesta di accelerazione della pista di atterraggio per droni militari proprio all’interno del PISQ e quindi un suo ampliamento e potenziamento?
Un atto di amore verso questa nostra terra martoriata dal colonialismo militare e industriale italiano sarebbe quello di stracciare la sua tessera del PD, nel chiedere umilmente scusa al popolo sardo per i crimini commessi dal suo partito e dal sistema di potere all’interno di cui esso è inserito e nel mettersi a disposizione del movimento di liberazioine nazionale. Questo sarebbe l’unico reale atto d’amore e di dignità che ci si aspetterebbe da lei.



Le favole non sono tutte belle e soprattutto spesso hanno la morbosa qualità di farci parteggiare per i personaggi sbagliati, piché li scambiamo per retti e posivi quando non lo sono affatto, se non nell’apparenza. Le favole purtroppo a volte nascondono personaggi distopici, miti e saggi in apparenza, ma ben diversi nella loro natura. In realtà Giampiero Scanu non si è convertito sulla via di Damasco. Del resto in più occasioni ha tenuto a precisare che “il poligono di Quirra non chiuderà, ci sarà una riconversione radicale e le bonifiche partiranno all’inizio del prossimo anno”.
Anche a Padria, a tutte le mie considerazioni, ha magistralmente chiosato puntando il dito sulla mia interperanza di “giovane idealista” che non sa quello che dice e che rompe le uova nel paniere all’ “unità di tutti i sardi”.

Peccato che il signor Scanu non abbia risposto affermando che le mie non erano domande, ma “considerazioni e epiteti inappropriati”. Cosa si intende precisamente quando si parla di “riconversione”? Scanu a Padria non lo dice, ma il suo documento parla chiaro: “destinando le aree non più soggette a vincolo ad usi civili o di tipo duale, con particolare riferimento allo sviluppo di attività attinenti alla protezione civile, alla ricerca scientifica e tecnologica in settori innovativi, ivi compresa l’elettronica, alla sperimentazione di aerei UAV, alla ricerca per il miglioramento delle condizioni di sicurezza dei militari impegnati nelle missioni internazionali, alla tutela delle iniziative imprenditoriali e delle competenze tecniche e professionali sviluppati nei territori interessati”.

Lo stesso programma dell’esercito del 2007 che, per bocca del generale Camporini, parlava di un “processo che si è messo in moto e che punta a trasformare il poligono interforze del Salto di Quirra. Un cambiamento quasi genetico. Si studia infatti una nuova formula che nel progetto viene definita: «Società mista Difesa-Industria» che procedesse a una ricerca di tipologie innovative di collaborazione tra l’Amministrazione Difesa e l’Industria nell’ottica della costituzione di una “Società partecipata Difesa-Industria” (NewCo), cui affidare la conduzione dei servizi tecnici del poligono». (Piero Mannironi, la Nuova Sardegna, Ottobre 2007).
Il medesimo programma elettorale del sindaco di Perdasdefogu (anche lui, non a caso, PD) Walter Mura che basava la sua ultima campagna elettorale “su un utilizzo meno impattante, sull’alta tecnologia, sulla professionalità. a ricerche sugli aerei senza pilota” (Unione Sarda 27/5/2012).

Che casi, che coincidenze! Mi spiace aver rotto l’atmosfera di serenità in una bella serata organizzata dagli amici e dai compagni di Padria. Ma non capita spesso a noi mortali di poter accedere al paradiso dei nostri benefattori, dirigenti della politica che conta per poter ricordare loro chi sono, che interessi difendono e soprattutto che non tutti i lavoratori sardi soffrono di amnesia.

TESTO ORIGINALE

QUIRRA, LA BATTAGLIA ORFANA TROVA TANTI PADRI

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno giovedì 28 giugno 2012 alle ore 19.46 ·





Parte il processo per la base del salto di Quirra e finalmente una lotta orfana, e con tanti nemici, trova per strada tanti inaspettati padri.

Inizia la Asl di Lanusei che si costituisce parte civile con il beneplacito dell'assessorato regionale alla sanità cui a ruota segue Cappellacci che, nella sua nuova veste di difensore dei sardi - dopo averli snobbati, oltraggiati e offesi - annuncia a sua volta di costituirsi parte civile nel processo. Ma non basta.

 La Coldiretti - l'associazione degli operatori dell'agricoltura e allevamento più rappresentativa della Sardegna - si accoda a questa indecorosa processione dopo aver messo la mano sul fuoco sulla correttezza dei militari facendo le barricate contro lo sgombero del bestiame dall'area.

Nessuno di questi ha mosso un dito quando pochi coraggiosi giornalisti e qualche associazione ambientalista, senza nessuna certezza né tornaconto, ma solo con tanta voglia di fare chiarezza, soli contro tutti, hanno solo osato fare delle domande, instillare il dubbio. Allora avevamo osato associare la vicenda a quella delle fabbriche di morte dell'amianto, anche solo per far capire quale era il rischio. Solo per dire che quando si parla di salute umana anche solo il dubbio è sufficiente per fermare i giochi.

Invece troppa gente si esercitava allora nel mestiere di avvocato difensore, una difesa pelosa figlia di prebende o ritorni politici - o magari solo della propria ignoranza - senza nessun riguardo per chi in quelle aree ci viveva, e ci moriva. Oggi, forse annusando l'aria di risarcimenti sostanziosi, quella stessa gente si mette in fila con la mano tesa, senza vergogna alcuna. Tanti distinguo, certo. La Asl ci racconta per esempio che ha avuto un aggravio dei costi sanitari e la Coldiretti che lo fa nell'interesse dei suoi associati. Ma prima il loro diritto alla salute non era degno di essere tutelato?

La verità è che una ragnatela di interessi era tesa a difesa di chi agiva a proprio piacimento, incurante delle conseguenze immediate e per il danno che sarebbe ricaduto sulle generazioni future.
Immaginiamo non ci sarà la fila, nei prossimi anni, per trascorrere le vacanze nelle stupende spiagge di Quirra, e tanto meno quella degli investitori turistici che da quella zona staranno alla larga. Speriamo almeno che ci serva di lezione per il futuro.

Ricordiamo per esempio che a Tortolì abbiamo l'area ex Cartiera nella quale troppe attività si sono svolte senza alcun controllo. Non commettiamo l'errore di far finta di non sapere, di mettere la testa sotto la sabbia a contatto con tutto ciò che li sotto può esservi sepolto

Da L.aS. del 28 giugno 2012

domenica 1 luglio 2012

Sardegna, dalla Grecia misterioso carico di scorie radioattive

Da dove viene? Ben 22 sacconi senza protezione contenenti Cesio 137, principale sottoprodotto della fissione nucleare dell'uranio, si trovavano su una motonave  ellenica, la Eilsum. Ma il paese non ha centrali nucleari, da dove provengono? Dovevano raggiungere gli stabilimenti di una multinazionale svizzera che nell'Isola tratta piombo e zinco

Francesca Puddu
La sede centrale in Svizzera della multinazionale 
 La sede centrale in Svizzera della multinazionale
 
 

PORTOSCUSO (Carbonia) - Un carico contaminato da scorie radioattive prodotte da centrali nucleari, è arrivato via mare sulla motonave Eilsum, battente bandiera ellenica. Destinazione: gli stabilimenti della Portovesme srl di proprietà della multinazionale svizzera Glencore, che nel sud ovest della Sardegna dovrebbe trattare unicamente residui industriali per la produzione di piombo e zinco.

L’allarme è scattato il 25 giugno all’ingresso del cargo in fabbrica, prima che i fumi di acciaieria contaminati finissero nel processo di lavorazione. Ancora da accertare l’origine delle scorie radioattive. È perlomeno strano, infatti, se non decisamente inquitante, che giungano da un paese come la Grecia che non possiede alcuna centrale nucleare, né l’ha mai possesuta. Da dove arrivano, dunque quelle scorie? Quale paese le ha prodotte e con quali autorizzazioni viaggiano per il mare Mediterraneo?

Fatto sta che il materiale pericoloso ha superato i controlli in Grecia ed è arrivato senza problemi in Sardegna. Prima dell’ingresso in fabbrica, nessuno si era accorto che  i 22 sacconi, in similpelle senza protezione, erano pieni di residui da trattare e che nascondevano un isotopo radioattivo, il Cesio 137, principale sottoprodotto della fissione nucleare dell’uranio. Nel cargo greco il metallo, principale fonte di sicura contaminazione dopo l’incidente alla centrale di Chernobyl nel 1986, è stato rilevato con una certa concentrazione di radioattività pari a 3.7 becquerel per grammo, come confermato dall’Istituto di Fisica dell’Università di Cagliari.

EMERGENZA CONTAMINAZIONE Sono le 8 quando il portale radiometrico, sistemato all’ingresso sud dello stabilimento sardo, segnala per la prima volta l’anomalia. Nel corso della giornata il dispositivo di controllo scatta altre due volte, alle 17 e alle 17,30. E così il cargo, nonostante nessuna irregolarità fosse stata segnalata dalle bolle di accompagnamento, viene monitorato prima con dispositivi automatici, poi controllato manualmente. Alla fine sono cinque i sacconi che risultano contaminati. Tutto il materiale viene confinato in un’apposita area di controllo. Le analisi dell’università di Cagliari confermano che si tratta di Cesio 137.

L’ULTIMO CASO RISALE A GENNAIO 2011 – Non è la prima volta che alla Portovesme srl arrivano carghi contaminati. A gennaio del 2011 tre autoarticolati in arrivo da Brescia sono stati fermati con 70 tonnellate di materiali contaminati. Un altro episodio viene registrato nel 2007. Il sospetto di molti è che gli scarti contaminati possano arrivare dall’Ucraina, dove nell’aprile del 1986 a Chernobyl si consumò il più grave incidente mai registrato a un impianto civile nucleare.

ALLARME DEGLI INDIPENDENTISTI Nel frattempo gli esponenti del movimento indipendentista Sardigna Natzione, che si erano battuti contro il nucleare nell’isola, parlano di «inganno delle scorie fatte passare per materie prime» e aggiungono: «Tramite la Portovesme srl continuano ad arrivare in Sardegna migliaia di tonnellate di scorie altamente inquinanti e pericolose con sospetto fondato anche di  fumi radioattivi residui delle acciaierie del nord Italia e di mezza Europa». «Con la scusa di estrarre da essi piccole quantità di materiali utili – sostiene il coordinatore Bustianu Cumpostu – di fatto si smaltiscono in Sardegna rifiuti speciali pericolosi prodotti da altri».

TESTO ORIGINALE

Il colonialismo industriale italiano uccide! Liberiamocene




Alla cortese attenzione degli organi di stampa,

Oggetto: Materiale radioattivo a Portovesme

 
E’ inconcepibile che ancora una volta un carico di materiale tanto
pericoloso abbia viaggiato indisturbato dalla Grecia fino a Portovesme.
Già nel 2007 e nel 2011 carichi radioattivi erano diretti verso
Portovesme provenienti dalla Alfa Acciai di Brescia,  è evidente che i
controlli sulla filiera dei rifiuti speciali è del tutto inadeguato, in
particolare, per quelli più pericolosi come i radioattivi. Si tratta di
un ulteriore episodio molto grave,  e ricordiamo che per l’utilizzo dei
fumi di acciaieria, nel ciclo produttivo della Portovesme S.r.l., era
stata disposta, per poterli accogliere, una specifica deroga alla legge
regionale, a patto di un rispetto rigoroso della normativa sui rifiuti
speciali. Denunciamo l’inadeguatezza del regime dei controlli rispetto
all’ingresso di tutti i rifiuti in Sardegna e chiediamo che nei porti
siano presenti e funzionanti le migliori attrezzature ad alta tecnologia
ad oggi disponibili e che i rifiuti in arrivo vengano controllati con
rigide ispezioni ambientali prima che vengano scaricati. I controlli
sulla radioattività alla Portovesme Srl sono in regime di autocontrollo,
il portale radiometrico è controllato dalla stessa azienda, in pratica la
Portovesme S.R.L. è il controllore di stessa. Invochiamo il passaggio del portale
radiometrico a enti pubblici, quali Asl, Arpas, Provincia e Comuni.
Non è accettabile che materiali pericolosi possano essere scaricati
dalle navi e possano raggiungere la loro destinazione finale, in questo
caso la Portovesme s.r.l., senza che venga rilevata la presenza del
cesio 137. Da sottolineare che dal porto  dove sono scaricate le scorie
partono i traghetti per i residenti che in questi mesi sono pieni di turisti
diretti per Carloforte .
Ci chiediamo anche quanto materiale abbia raggiunto la Sardegna. E’ inaccettabile che un materiale così pericoloso per la salute non prenda immediatamente la via del mare per essere
rispedito al porto di provenienza anziché finire in quarantena sul
nostro territorio.Dato il ripetersi dell’arrivo di materiali radioattivi chiediamo che vengano controllate le discariche che accolgono i rifiuti industriali, in particolare quella de S’Acqua e Sa Canna, quella di Genne Luas e della Carbosulcis e chiediamo anche che vengano controllati  e analizzati il contenuto di tutti i camion  che trasportano il materiale nelle discariche.


Associazione Adiquas
A Manca pro s’Indipendentzia
Carlofortini Preoccupati!


TESTO ORIGINALE 

sabato 23 giugno 2012

Quale industria per la Sardegna? Le proposte di ProgReS



Intervista a Yurj Pili, responsabile delle politiche industriali di ProgReS



Ci sono territori dove i discorsi al bar non si basano sull’ultima partita del Cagliari o le ultime di campionato, ma bensì sui problemi e difficoltà che l’industria è tenuta a fronteggiare oggigiorno. Questo è un ambiente nel quale essere operaio non significa semplicemente svolgere una professione o far parte di una categoria, e dove l’industria non è mai crudele o magnanima a priori.

Yurj Pili, sulcitano consigliere comunale a Villamassargia e responsabile delle politiche industriali di ProgReS conosce questo ambiente molto bene. Per lui come per ProgReS l’industria è un apparato fondamentale dell’economia sarda, nondimeno ritiene sia necessario un approccio differente al tema. L’industria deve essere “antropologica e funzionale al territorio che la ospita”, è su questo elemento che verte la sua visione sull’industria sarda.

Qual è l’approccio di ProgReS alle politiche industriali?
Scevro da qualsiasi retaggio ideologico o tara culturale, lo definirei un approccio pragmatico e razionale che considera il benessere del popolo sardo come un presupposto imprescindibile. Infatti, noi andiamo oltre i soliti luoghi comuni che vedono nell’industria in Sardegna una questione dicotomica dell’eterna lotta tra il bene e il male. Non abbiamo preconcetti o tabù su questo argomento. Noi crediamo che un’economia forte debba essere diversificata e non monocolturale come quella che è stata imposta ai sardi dagli anni sessanta sino ai giorni nostri. Noi pensiamo che lo sviluppo del settore industriale sia necessario per diventare una nazione di primo piano, ma devono essere rispettati dei principi fondamentali come ad esempio il principio della sostenibilità. Sostenibilità ambientale, economica, e soprattutto antropologica.
 
Cosa intendi quando parli di sostenibilità antropologica?
Al centro delle scelte politiche ed economiche ci devono essere il benessere dell’uomo e della collettività, non il mero profitto e gli utili delle corporation. Ogni territorio ha una propria vocazione, ogni comunità possiede una propria cultura economica. Pertanto l’industria non può esistere come elemento del tutto estraneo alla storia e alle tradizioni di un luogo, ma al contrario, deve essere in grado di valorizzare soprattutto il capitale umano del territorio che la “ospita”.


Puoi essere più specifico?
L’industrializzazione della Sardegna è frutto di una visione che considerava la nascita dell’industria primaria, la soluzione ai problemi economico sociali dell’isola. Sono state scelte politiche sciagurate, basate e giustificate dal principio della compensazione. Secondo questo principio, le scelte pubbliche devono essere tese a generare un incremento del reddito reale per avvantaggiare una parte della collettività in modo tale da poter compensare quella danneggiata da tali scelte. E oggi vediamo quali sono stati i risultati di quelle scelte: dalla Legler alla Lorica di Ottana, alla Vynils di Macomer passando per la Keller e arrivando all’Euroallumina. Produrre PET nel centro Sardegna non ha risolto di certo i nostri problemi socio economici.


Per quali ragioni ritieni che l’industria a Ottana non sia sostenibile?
Perché lo dicono i fatti. Dalla prima metà degli anni sessanta sino ai giorni nostri è stata investita una cifra esorbitante di soldi pubblici per sostenere economicamente una realtà insostenibile, causando il fenomeno della diseconomia esterna. Noi di ProgReS pensiamo che lo sviluppo di un settore economico non possa andare a discapito degli altri settori, dell’ambiente e della comunità esistente. Ottana è un paradigma, ma lo stesso discorso vale anche per le altre realtà industriali.

Oggi la Sardegna affronta una crisi che ha travolto la realtà della fabbrica. A cosa credi sia dovuta? E’ causa della crisi finanziaria mondiale?
La crisi finanziaria è un coperchio buono per molte pentole. Io sono Sulcitano e sin da bambino, ho ben presenti le immagini dei minatori sardi autoreclusi nelle viscere della terra durante l’occupazione dei pozzi nella miniera di Nuraxi Figus per difendere il proprio posto di lavoro, ricordo le innumerevoli manifestazioni di piazza degli ani novanta. E’ da quando sono bambino che sento parlare di crisi, di povertà, di vertenze, la crisi finanziaria ha solo inasprito una situazione drammatica, non è sicuramente la causa del fallimento dell’industrializzazione in Sardegna. Le cause della crisi sono molteplici. Se i miliardi di soldi pubblici dei piani di rinascita fossero stati investiti per valorizzare le eccellenze che la Sardegna offriva, per creare un benessere diffuso, reale e non fittizio, oggi non vivremo in questa situazione così drammatica, e i sardi non avrebbero subito in maniera così devastante gli effetti della crisi finanziaria. Le responsabilità sono tutte della classe politica autonomista sarda, dagli anni cinquanta oggi, con pochissime eccezioni. I partiti politici italiani hanno costruito il potere e il loro consenso soprattutto su un sistema clientelare che si nutre dei posti di lavoro, dell’assistenzialismo e della corruzione che esiste attorno alle industrie in Sardegna.
  
Un altro aspetto molto importante che mette in stretta relazione cittadini e industria è l’inquinamento. Credi che sia possibile un’industria meno inquinante?
Non solo è possibile ma necessaria. L’inquinamento è sempre legato a un discorso economico e di scelte politiche: la salvaguardia e la tutela dell’ambiente generano posti di lavoro, le bonifiche o le tecnologie tese all’efficienza e al risparmio energetico oggi sono un business e producono ricchezza. Se la Sardegna fosse governata da una classe dirigente indipendentista, ci sarebbe sicuramente più rispetto per l’ ambiente, per i lavoratori e per le persone in generale. Sappiamo bene di che cosa è capace questa classe dirigente quando si parla di bonifiche o di tutela dell’ambiente.
  
Il discorso che mi hai appena fatto sembra contenere una scintilla indipendentista…
La mancanza di sovranità è la causa principale della crisi di tutti i settori produttivi in Sardegna, dal primario al terziario, se anziché fare gli interessi delle multinazionali svizzere, russe, smericane, australiane e italiane si facessero gli interessi della Sardegna e del popolo sardo non staremmo, da sessant’anni, qui a parlare di vertenza Sardegna. Per parlare d’industria in Sardegna bisogna prima scogliere alcuni nodi.
  
Quali sono questi nodi che andrebbero risolti?
Ce ne sono tanti, quelli principali riguardano la questione energetica, il sistema dei trasporti e la viabilità interna ed esterna, la questione fiscale e la sovranità politica. L’indipendenza è l’unica soluzione ai mali storici della nostra terra, non l’industrializzazione selvaggia calata dall’alto: se fossimo sovrani in materia energetica, fiscale, di viabilità e trasporti sicuramente oggi avremmo un sistema industriale competitivo, sostenibile ed efficiente. All’indipendenza ci arriveremo con la sovranità politica e la sovranità politica si chiama ProgReS.

TESTO ORIGINALE

venerdì 15 giugno 2012

La storia di Quirra è così grave che non può passare sotto silenzio

A proposito di Quirra

Scritto da ilaria orrù   
Venerdì 08 Giugno 2012 00:00

quirra
quirra
Quella di Quirra è una storia di cui non si è ancora parlato abbastanza. Ci sono tutti gli ingredienti per un film hollywoodiano. Insolita insorgenza di tumori e leucemie, cadaveri riesumati su cui sono state rinvenute tracce di torio, bambini e animali malformati, zone dove non cresce più l'erba, smaltimento di materiali altamente pericolosi, fra cui il napalm. Ma soprattutto, ciò che è successo a Quirra nel corso di cinquant'anni (le esercitazioni sono andate avanti dal 1958 fino al 2008) è stato definito una”menzogna di Stato” dal procuratore della repubblica Domenico Fiordalisi. Insomma, chi sapeva ha taciuto o – peggio – ha coperto ciò che stava accadendo.  Ce n'è abbastanza per un film, si diceva. Ma questa è l'Ogliastra, e qui le luci dei riflettori non arrivano facilmente. Dopo la deposizione del procuratore Domenico Fiordalisi, definita scioccante dalla stessa commissione parlamentare, qualcosa ha cominciato a muoversi. Si è parlato di una possibile chiusura del poligono, poi di una sua riconversione in polo di ricerca che lo manterrà comunque operativo nell'ambito della Difesa e della sperimentazione di nuove armi.
Come se ciò non bastasse, è utile ricordare che in Sardegna si trova l'80% delle aree militari presenti in tutto il suolo italiano. Una percentuale schiacciante, che consegna all'isola il poco invidiabile primato di regione a più alta presenza di servitù militari di tutta la nazione. La storia di Quirra è così grave che non può passare sotto silenzio, non può concludersi senza dei colpevoli e scivolare via come se nulla fosse. Lascia un territorio violentato, contaminato nella sua acqua, nella sua terra, nella sua gente. La Sardegna ha bisogno di emanciparsi dalle servitù e di aprire un dibattito serio affinché questo possa accadere. Ma nonostante quello che è successo a Quirra, c'è chi ancora sarebbe disposto a barattare la propria terra per una manciata di posti di lavoro. O per una promessa di progresso che viene puntualmente disillusa.

giovedì 7 giugno 2012

QUIRRA: Si studieranno nuovi sistemi di armi

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno martedì 5 giugno 2012 alle ore 12.36 ·
 



Approvata all’unanimità nella tarda serata di ieri la relazione del senatore Pd Scanu: il poligono verrà riconvertito in un polo di la ricerca “anche” per nuovi sistemi d’arma. Probabile, nei prossimi cinque anni, la chiusura di Capo Frasca e Capo Teulada

Dopo alcuni slittamenti, la decisione della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito finalmente è arrivata e la Sardegna adesso spera di esultare. Nella tarda serata di ieri la Commissione del Senato ha approvato all’unanimità la relazione redatta dal democratico Gian Piero Scanu.

In sostanza, dice il testo i poligoni di Capo Teulada (CA) e di Capo Frasca (OR) vanno chiusi e quello di Perdasdefogu-Salto di Quirra (tra la Provincia di Ogliastra e quella di Cagliari) riconvertito.

Dieci giorni fa, come ultimo atto di approfondimento e conoscenza, l’audizione del generale Maurizio Lodovisi, comandante logistico dell’Aeronautica Militare, che sta coordinando le bonifiche nell’area oggetto dell’inchiesta della Procura di Lanusei e che nei mesi scorsi ha seguito il recupero dei rottami di missili rimasti nei fondali di capo San Lorenzo. Nel suo intervento davanti ai senatori però il militare, più che sulla questione dei veleni, si era “concentrato”sull’ottimo rapporto che legherebbe i militari al territorio; nonché sulle ripercussioni che la chiusura del poligono di Quirra avrebbe sull’economia dell’Isola, con una perdita fino a 150 milioni di euro.

Tutto vero, ma le domande rivoltegli dalla commissione erano altre: “Quali bonifiche sono state fatte? Quante se ne devono ancora fare? Quanti soldi verranno impiegati per farle?”.

Di diverso tono era stato l’intervento del procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi. Quattro ore, durante le quali il magistrato aveva raccontato – carte, fotografie e grafici alla mano – ai commissari parlamentari cosa avviene in quelle zone. Dove si sperimentano armi e si esercitano forze armate della NATO, si smaltiscono bombe delle due guerre mondiali. Dove la popolazione (i pastori in primis) si ammalano di tumore e i bambini e gli agnelli nascono malformati.

La situazione è allarmante anche a Capo Teulada, dove le esercitazioni militari, iniziate nel ’56, non si sono mai fermate: i terreni del poligono Delta – una penisola di 400 ettari – e i fondali davanti sono tanto inquinati e colmi di proiettili (all’uranio?) da essere interdetti anche al personale della base e giudicati non bonificabili dalle autorità militari. Sul secondo poligono d’Italia – il primo d’Italia e d’Europa è Quirra – avevano indagato negli anni precedenti già altre due commissioni, ma le sentenze, grazie alle autocertificazioni prodotte dai militari, dissero che era tutto pulito.

Non è da meno Capo Frasca. Qui sono morti due giovani avieri impiegati nella raccolta a mani nude degli ordigni sganciati dagli aerei durante le esercitazioni militari. Uccisi secondo il presidente dell’Anavafaf, l’Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti, dall’U 238 (uranio impoverito).

Questo in parte il contenuto del documento redatto dal senatore Scanu – già primo firmatario di una mozione presentata più di due mesi fa – su incarico conferitogli dal presidente della stessa Commissione, Giorgio Rosario Costa, e votato ieri sera. Un’approvazione all’unanimità che per il senatore sardo ha un “valore storico”. E’ la prima volta infatti che il Senato “ammette” la pericolosità di certe attività militari. “Le commissioni d’inchiesta – ricorda Scanu – hanno gli stessi poteri della magistratura. Il Governo e gli enti preposti dovranno dunque prendere atto del voto espresso e attenersi a quanto prescritto nella relazione”.

Di certo una decisione importante per la Sardegna, che da sola ospita l’80 per cento delle aree di tutta Italia sottoposte a servitù militari, ma non si può parlare comunque di uno smantellamento immediato.

“Le basi di Capo Frasca e Capo Teulada – come spiega Scanu al fattoquotidiano.it – verranno progressivamente ridotte. La relazione intermedia, cioè l’atto deliberativo della commissione – prosegue l’esponente del Pd – prevede che il Governo ci proponga, entro i prossimi quattro mesi, la propria tempistica, per le procedure di bonifica e la definitiva chiusura. Secondo me – conclude – se facessimo questa operazione nei prossimi cinque anni sarebbe un eccellente risultato”. Né può essere considerato un smantellamento totale. Perché è vero che Quirra cesserà di essere un poligono, ma verrà convertito in un polo di ricerca scientifica e tecnologica, “anche di interesse della Difesa”, ammette Scanu.

Si studieranno insomma “anche” nuovi sistemi d’arma. E comunque nella terra dei quattro mori, rimarranno altre servitù militari (Decimomannu, Torre Poglina, La Maddalena, Sella del diavolo, S’ Ena Ruggia, Cala Andreani ecc..).
Gabriele Paglino

Da ilFatto del 31 maggio 2012

sabato 2 giugno 2012

Poligoni in Sardegna sotto accusa.Raccolta delle testimonianze degli ex militari


pubblicata da GlobalInfoAction SARDEGNA il giorno mercoledì 30 maggio 2012 alle ore 10.28 ·


Abbiamo voluto raccogliere in questa nota le testimonianze di chi per la prima volta, rompendo il muro del silenzio, rivela ciò che avviene in terra Sarda all'interno dei Poligoni .Piccoli tasselli, fondamentali per ricostruire il quadro. Decenni di esplosioni e bombardamenti in terra e mare hanno prodotto un risultato ormai sotto gli occhi di tutti, troppe vittime civili e militari e vaste aree della Sardegna contaminate,alcune irrimediabilmente perse PER SEMPRE.
La terra di Sardegna continua ancora oggi ad essere sacrificata in nome di una "Difesa Natzionale".




L'ex aviere: a Capo Frasca senza protezioni «Mi sono ammalato nella base»

Ignazio Porcedda ha chiesto i danni in base alla legge che parifica i poligoni sardi come Capo Frasca, Quirra e Teulada alle zone di guerra dove la Nato ha ammesso di aver usato armi all'uranio impoverito. Diagnosi: leucemia linfatica cronica. Certe volte il referto dei medici lascia senza parole. E il pensiero corre a cercare di capire come ci si possa essere ammalati. Ignazio Porcedda, 56 anni, cagliaritano, non ne ha le prove, ma è convinto che sia tutta colpa del periodo di leva trascorso a Capo Frasca, nel 1975 e 1976. «È vero, è trascorso tanto tempo, ma io stavo male da parecchio e soltanto quattro anni fa, dopo una lunga malattia di mia moglie, mi sono deciso a un check up, ad accurati controlli medici». Poligono sotto accusa: perché? «Perché noi giovani avieri eravamo utilizzati senza alcuna protezione per i compiti più pericolosi». Per esempio? «Io avevo la qualifica di autista e ogni giorno venivo impiegato al termine delle esercitazioni per la bonifica del poligono». In che modo? «Gli aerei degli americani, dei tedeschi, dei francesi, dei canadesi, di tutte le forze Nato, partivano da Decimomannu e prendevano di mira i bersagli sistemati a Capo Frasca. Sparavano con le armi usate poi nel resto del mondo». Il suo compito? «I tiri a fuoco cominciavano alle otto del mattino e finivano alle cinque del pomeriggio. C'era un'area grande come un campo da calcio, con la sabbia, dove erano sistemati i bersagli. A fine giornata, per due ore, con un camion dotato di elettrocalamita, dovevamo raccogliere proiettili e i bossoli, esplosi oppure ancora attivi». Mezzi di sicurezza? «Nessuno. D'estate faceva caldo, non c'era alcun controllo, lavoravo sul camion a torso nudo». Lei è convinto di essersi ammalato a Capo Frasca? «Sì. Sono uno dei tanti che ha chiesto il risarcimento dei danni in base al nuovo decreto legge che parifica poligoni di tiro sardi ai teatri di guerra del Kosovo, dell'Iraq, della Somalia e dell'Afghanistan, dove la Nato ha ammesso di aver usato armi all'uranio impoverito». A che punto è la pratica? «La sta seguendo il patronato Inca della Cgil. Ho già sostenuto le visite mediche presso una struttura militare. Siamo in tanti. Molti arrivano dalla zona di Quirra, altri da Teulada». Il decreto impone limiti di residenza (entro un chilometro e mezzo dalle basi militari) contestati dai civili che abitano a Villaputzu, Teulada e Arbus. «Per me il caso è diverso visto che ho prestato servizio militare nel poligono. Comunque mi sono deciso a rilasciare questa testimonianza anche per dare forza e sostegno ai tanti malati che non hanno ancora trovato il coraggio per intentare la causa di risarcimento alla Difesa. Nel caso si dovesse arrivare a mandare avanti un'azione risarcitoria collettiva, è giusto coinvolgere il maggior numero possibile di persone che possono aver contratto linfomi e leucemie a causa delle guerre simulate ospitate da cinquant'anni in Sardegna». A dare sostegno morale a Ignazio Porcedda c'è Bettina Pitzurra, attivista dell'Irs e componente del Comitato per la Salvaguardia ambientale del Sarrabus. «Da quando la Procura di Lanusei ha aperto un'inchiesta sull'alta incidenza dei tumori nella zona attorno al poligono di Quirra e Perdasdefogu, tante persone finalmente hanno trovato il coraggio di denunciare pubblicamente la loro malattia. Tanti casi, prima sconosciuti, stanno venendo alla luce. E lo stesso è giusto che accada per Teulada e Capo Frasca: per tanti anni la Sardegna è stata teatro di test bellici dove neppure i militari italiani sapevano veramente quel che stava accadendo. E purtroppo temiamo che i dati delle Asl sui casi di tumore nella zona attorno al poligono di Quirra (10 pastori malati su 18) siano al ribasso. È ora che il popolo sardo si mobiliti chiedendo la chiusura delle basi causa di tante morti e la bonifica. Anche del mare». PAOLO CARTA
http://www.regione.sardegna.it/index.php?xsl=491&s=159400&v=2&c=1489&t=1&aclang=it-it%2Cit%3Bq%3D0.8%2Cen-us%3Bq%3D0.5%2Cen%3Bq%3D0.

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«Quirra, veleni nell'acqua»Il superteste: 800 quintali di esplosivi al giorno
  "non solo a Perdasdefogu ma anche a Capo Frasca"

«Così per anni e anni abbiamo fatto esplodere 800 chili di esplosivo al giorno nel poligono di Perdasdefogu, dopo aver scavato buche larghe trenta metri e profonde anche venti. Brillamenti capaci di sprigionare nubi nere e bianche, che raggiungevano Quirra o Escalaplano a seconda del vento. In quelle buche poi si raccoglieva l'acqua delle piogge, si abbeverava il bestiame, e poi i veleni filtravano nelle falde sotterranee». IL TESTE C'è un nuovo supertestimone nel procedimento giudiziario aperto dalla procura di Lanusei sull'eventuale rapporto tra attività del poligono militare del Salto di Quirra e l'insorgenza di malformazioni e tumori nella zona. È un ex soldato che nei giorni scorsi ha contattato il nostro giornale, L'Unione Sarda , per fornire fotografie inedite, per avere un contatto con gli inquirenti. «Voglio raccontare le cose come stanno, la magistratura deve sapere la verità e accertare quel che è avvenuto non solo a Perdasdefogu ma anche a Capo Frasca. Nel poligono della costa di Arbus abbiamo contato diciotto morti di tumore, il nostro sospetto è che anche in quel caso le acque inquinate possano avere creato gravissimi problemi di salute a persone e animali». IL RISERBO Il nome resta top secret, per evidenti ragioni di riserbo investigativo, ma l'ex militare è già stato interrogato dagli uomini della Squadra mobile di Nuoro diretti da Fabrizio Mustaro e le sue parole sono già al vaglio del procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi. I RICORDI «Per dieci anni - prosegue l'ex sottufficiale - ho lavorato proprio al brillamento delle armi da smaltire in arrivo da tutta Italia. Speciali convogli ferroviari trasportavano gli armamenti sino al porto di Genova, poi il viaggio in una nave speciale sino a Porto Torres, quindi sino al deposito di Serrenti. Le campagne di brillamenti a Perdasdefogu duravano venti giorni al mese per intere stagioni. C'era tutta una procedura per realizzare le buche, per far esplodere le munizioni. No, non sono un artificiere, non sono in grado di dire quali tipi di munizioni o bombe venivano distrutte a Perdasdefogu. Di sicuro dovevamo rifugiarci dentro i camion dopo il botto per evitare di respirare le polveri nere o bianche o grigie che oscuravano il sole. Un mio collega si è ammalato ed è morto di tumore. In quei terreni poi pioveva, si creavano pozze dove si abbeveravano gli animali. Tutto ciò avveniva a Perdasdefogu e anche a Capo Frasca, dove ho lavorato ugualmente per tanti anni. e dove ho assistito alla malattie di tanti amici, tanti colleghi, tanti lavoratori». L'INCHIESTA Secondo la Procura, queste attività erano tra le più pericolose per l'ambiente e potrebbero aver avvelenato suoli e falde acquifere del Salto di Quirra. Un piccolo impianto di potabilizzazione avrebbe poi mandato l'acqua contaminata sino ai rubinetti delle case di Quirra, soprattutto di una parte della frazione, quella dove si è registrato il più alto numero di tumori.
Paolo Carta
http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=166801&v=2&c=1489&t=1

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ARBUS. Angelo Piras , ex aviere, racconta: BONIFICHE SENZA PROTEZIONI DOPO GLI SPARI DEI CACCIA USA PRONTI PER L'IRAQ

«Mi sento un sopravvissuto. Quel che accade nei poligoni sardi è fuori da ogni logica. Bisogna che venga infranto questo muro di omertà: basta con le morti di tanti giovani sani che lavorano o abitano attorno alle basi militari».

dall'inviato Paolo Carta
 SCANO MONTIFERRO «Piacere, ex aviere Piras Angelo, classe 1979, di Scano Montiferro. Sopravvissuto».
In che senso?
«Ho svolto il servizio militare nel poligono di Capo Frasca nel 1997, due miei compagni d'armi sono morti giovanissimi, per colpa di due tumori rarissimi. Sarebbe potuto succedere anche a me, ringrazio la fortuna e il cielo se io adesso posso raccontarlo. Lo faccio per i miei amici che non ci sono più».

Perché lei dà la colpa al poligono?
 «Innanzitutto non c'è nessun'altra spiegazione possibile per le malattie dei miei due ex commilitoni. Gianni Faedda di Campanedda (Sassari) e Maurizio Serra di Castelsardo avevano la mia età, hanno avuto un tumore alle parti genitali e al cervello. La malattia se li è portati via a vent'anni, subito dopo la leva. Erano giovani e forti e sono morti».

Sì, ma che colpa ha il poligono?
 «Allora, bisogna che racconti ciò che succedeva lì dentro».

Sì.
 «Gli aerei che decollavano dall'aeroporto di Decimomannu venivano a Capo Frasca a bombardare. Noi preparavamo i bersagli, seguivamo le traiettorie via radar e con i teodoliti, bonificavamo il territorio. Senza alcuna protezione».

Bombe finte, piene di cemento, secondo l'Aeronautica.
 «Il fumo usciva ugualmente. E poi di notte erano trattate con il fosforo rosso»

Sostanza innocua.
 «Facilmente infiammabile. C'erano piccole combustioni, anche quelle sono cancerogene, o no?».

Sì.
 «E poi mica si tiravano solo quelle bombe».

Cos'altro ancora?
«Gli aerei italiani, francesi, inglesi, tedeschi e statunitensi, cioè i cacciabombardieri, passavano a volo radente e mitragliavano i bersagli in alluminio, realizzati dall'Alcoa di Portovesme. Li trapassavano da parte a parte. E noi dovevamo poi ripulire il terreno dai proiettili».

A mani nude?
« Sempre. Eravamo soldati di leva, manodopera a costo zero. Ce n'erano tantissimi, come stradelle di ghiaia. Molti erano inesplosi, lunghi due palmi, li aprivamo e all'interno c'erano sostanze strane».

Operazioni pericolose.
«Nessuno ci controllava, nessuno sapeva niente. Neanche i nostri superiori. E anche alcuni marescialli si sono ammalati a Capo Frasca. Anche loro vittime».

Accuse deboli.
«Guardi, secondo me, all'insaputa dei vertici militari, in Sardegna le forze Nato hanno sperimentato i proiettili utilizzati poi nella guerra del Golfo».

Uranio impoverito?
«Io faccio l'imprenditore, dirigo l'azienda zootecnica di famiglia, non posso dirlo con certezza. Però...»

Però?
«Ho visto con i miei occhi esercitarsi e sparare gli stessi aerei americani, dipinti di giallo per mimetizzarsi nel deserto, che poi hanno partecipato alla Guerra in Iraq. Le armi le hanno testate in Sardegna, di questo ne sono sicuro, ne sono testimone».

Perché raccontare tutto ciò a distanza di anni?
«Ho letto le notizie da Quirra, i tumori, le leucemie, gli agnelli malformati. Io faccio l'allevatore, a Scano Montiferro, il mio paese, c'è stato un vitello nato con due teste in 50 anni. Ancora se ne parla. Non è una cosa normale. E poi...».

E poi?
«Ricordo i miei amici morti, ho presente la battaglia che stanno conducendo le loro famiglie per ottenere giustizia. Rompere questo muro di omertà è importante. Per arrivare alla verità, per evitare che tanti altri giovani, allevatori e soprattutto militari come Gianni e Maurizio, debbano morire per colpa delle esercitazioni di guerra».
Se avrà un figlio?
«Spero che quando verrà al mondo i poligoni saranno chiusi e bonificati da un pezzo».
http://edicola.unionesarda.it/Articolo.aspx?Data=20110130&Categ=0&Voce=1&IdArticolo=2546484

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L'ex soldato Giovanni Madeddu: «Linfoma dopo Capo Frasca» 
anche tanti miei colleghi si sono ammalati

GUSPINI. Dal 1968 al 1987 Giovanni Madeddu ha lavorato nel poligono di Capo Frasca. Grado maresciallo. Incarico: armiere nelle guerre simulate ospitate nella base militare lungo la costa tra Arbus e l'Oristanese. Da qualche anno sta combattendo una battaglia personale ben più dura: contro un linfoma diffuso a grandi cellule. È un tumore al sistema emolinfatico e il pensiero inevitabilmente va ai tanti colleghi colpiti da malattie analoghe dopo aver prestato servizio nelle missioni all'Estero dove la Nato ha utilizzato armamenti all'uranio impoverito, ai tanti soldati e ai pastori che si sono ammalati nella zona del Salto di Quirra. I MALATI «Non ho nessuna certezza - dichiara dalla sua casa di Guspini Giovanni Madeddu, oggi 75enne, - posso soltanto dire che quello delle malattie è un argomento discusso molto spesso anche nel poligono di Capo Frasca. Un mio collega quattro anni fa è morto per un tumore al fegato, un altro non ce l'ha fatta dopo un tumore al pancreas, un superiore che lavorava con me ha avuto una rara forma neoplastica al cervelletto». L'INCHIESTA La Procura di Lanusei ha aperto un'inchiesta che sta facendo luce su quanto è accaduto nel poligono di Perdasdefogu. Il procuratore Domenico Fiordalisi sta cercando di capire se esiste un nesso tra le attività svolte all'interno della base, l'inquinamento ambientale causato dalle guerre simulate e l'insorgenza di determinate patologie. IL TESTIMONE Un supertestimone ha raccontato nel dettaglio lo svolgimento dei brillamenti di ordigni provenienti da tutta Italia, avvenuti dagli anni 70 a oggi e sospettati di aver avvelenato pascoli e acque a Quirra. L'ex militare ha prestato servizio anche a Capo Frasca e ha raccontato agli inquirenti che 14 suoi commilitoni sono morti di tumori tra Arbus e l'Oristanese. NESSUNA BONIFICA «Un fatto è certo - interviene Madeddu - anche a Capo Frasca non è mai stata effettuata una vera bonifica del territorio, sono stati lasciati per venti-trent'anni i residui delle esercitazioni delle Forze armate di tutto il mondo. Ricordo soprattutto una radura, dove si accumulavano i proiettili. Quando pioveva si creavano dei pantani e l'acqua poi filtrava nel terreno. La stessa acqua che poi - attraverso un sistema di pozzi artesiani - veniva utilizzata per ogni uso nel poligono o nei vicini poderi. E in diversi casi l'Asl ha rilevato anomalie e impedito che venisse utilizzata per scopi alimentari». GLI USA Madeddu non se la sente di accusare esplicitamente il poligono di Capo Frasca per la sua malattia che lo ha costretto a interventi chirurgici, a cicli di chemioterapia, a controlli semestrali. «Ricordo però che in determinati periodi Capo Frasca funzionava a pieno regime, venivano a esercitarsi le forze Usa reduci dal Vietnam, si lavorava anche per tutta la notte con turni davvero massacranti. Non so se sia mai stato usato uranio impoverito ma sicuramente a Capo Frasca hanno sparato gli aerei Usa A 10 che possono montare quel tipo di armamento. Il dubbio c'è». Da anni le amministrazioni comunali della zona e adesso anche la nuova Provincia del Medio Campidano chiedono controlli ambientali e sanitari in grado di fare chiarezza. Sinora tutto è rimasto lettera morta.
 Paolo Carta
http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=167575&v=2&c=1489&t=1

CHIMICA VERDE: La Asl di Sassari blocca il cantiere, servono ulteriori analisi ambientali. I sindacati italiani protestano

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno mercoledì 30 maggio 2012 alle ore 15.53 ·



Appena aperto il cantiere per la realizzazione a Porto Torres del polo della chimica verde più grande d’Europa, i lavori sono stati subito sospesi.

Il «giallo» stamattina quando i lavoratori hanno visto arrivare i tecnici della Asl che hanno comunicato loro che servono ulteriori analisi ambientali e che dunque i lavori non possono partire. Ora - spiegano i sindacati - serviranno almeno altri 10 giorni, prima della riapertura ufficiale del cantiere. Una sospensione inaspettata, che ha mandato su tutte le furie i sindacati, visto che già i lavori erano cominciati con forte ritardo.

Sembrava che tutti i permessi a costruire fossero arrivati, invece secondo la Asl di Sassari mancano ancora alcune verifiche ambientali. Il piano di Matrica prevede la costruzione, nel tempo, di sette impianti più una centrale a biomasse, per un investimento totale di 500 milioni di euro.

Il primo intervento del più ampio progetto di totale riconversione del polo industriale sardo prende vita oggi con l’avvio della Fase 1 che prevede la realizzazione di due impianti che dovrebbero diventare operativi nel giugno 2013 e una volta a regime, nell’arco di quattro o cinque anni, potrebbero garantire occupazione a circa 700 persone.

Sempre per il 2013 è previsto l’avvio della Fase 2 che prevede la creazione di ulteriori tre impianti e della centrale a biomasse che potrebbero essere a regime già nel 2014-2015. La conclusione dell’intero progetto è ipotizzabile, invece, per il 2016 quando saranno completati anche gli ultimi due impianti e tutto lo stabilimento sarà consolidato e produttivo.

Tratto da La Nuova sardegna del 30 maggio 2012

sabato 26 maggio 2012

BUSTIANU CUMPOSTU "SARDIGNA NATZIONE INDIPENDENTZIA"



Intervento di BUSTIANU CUMPOSTU coordinatore di SARDIGNA NATZIONE INDIPENDENTZIA
in un convengo sulle servitù militari (AMBIENTE SALUTE GIUSTIZIA..... QUIRRA UN CASO EMBLEMATICO)
a Sassari Martedi 22 Maggio alle ore 16:00 presso l'aula magna centrale di Piazza Università con una partecipazione popolare
da record......... una giornata storica!!

D. Fiordalisi - Sassari 22-05-12 su Quirra.MOV

 

 SU PROCURADORE MINICU FIORDALISI - FAEDDAT DE QUIRRA - POLIGONU MILITARE UMBE BENINT PROVADAS SAS ARMAS A URANIU IMPOBERIDU E A ATEROS MATERIALES LIBADORES DE SA TZENTE E DE SA TERRA SARDA - S'ITALIA EST CUSSUMANDE SA SARDIGNA, SA MAMA TERRA NOSTRA

mercoledì 23 maggio 2012

QUIRRA, DISCARICA DI STATO DELLE ARMI E FABBRICA DI TUMORI


La premessa è d’obbligo: «Affronterò la questione in un quadro generale, visto che il mio ruolo di pm non mi consente di addentrarmi in aspetti specifici» dell’inchiesta sul Poligono di Quirra.
Ma non può fare a meno di descrivere quanto accaduto nell’area interdetta come «un’attività di smaltimento di Stato». Domenico Fiordalisi, il procuratore di Lanusei - da alcuni visto come «il giudice a Berlino» che squarcia il velo delle omertà, dai detrattori come magistrato sensibile alla ribalta - parla per la prima volta dall’inizio dell’inchiesta che ha fatto discutere.

E rischia di costringere lo Stato a rivedere il rapporto di forza tra la Sardegna e la sgradita presenza militare. A partire proprio da Quirra. Divenuto “Un caso emblematico”, il titolo scelto dal Gruppo di Impegno politico e sociale per il convegno sul rapporto tra ambiente, salute e giustizia, discusso ieri nell’aula magna dell’Università di Sassari, così affollata da sembrare un palazzetto dello sport. Ospite di punta, Fiordalisi ha ripercorso anni di legislazione «inadeguata» per tutelare la salute in relazione al diritto ad un ambiente salubre. Seguito poi da Vincenzo Migaleddu, il presidente dei Medici per l’Ambiente, e Riccardo Cerri, docente di Chimica farmaceutica, con l’introduzione di Piero Mannironi, giornalista de La Nuova Sardegna, che ha fatto da moderatore.

A una platea di cittadini, curiosi, operatori della Giustizia, ma soprattutto giovani studenti - alcuni dei quali prendevano appunti -, Fiordalisi ha fornito strumenti tecnici per comprendere come solo di recente, e grazie alla giurisprudenza delle allora preture, cioè dei giudici di provincia e di frontiera, la Legge si sia adeguata al sentire comune: la necessità, avvertita solo a metà anni Ottanta, di perseguire traffici di rifiuti, inquinamento di ogni tipo, avvelenamento delle falde. Per garantire un diritto che in realtà è tutelato dalla Costituzione. Ma non è riuscito a trattenere una valutazione, il magistrato calabrese, forse frutto dell’anno e mezzo di indagini sugli esperimenti bellici di Quirra, dal 20 giugno in un’aula di Tribunale.

Affrontando il tema delle carenze normative sull’inquinamento dell’aria, ha detto: «Adesso parliamo di nanoparticelle come possibile pericolo nel Salto di Quirra, dopo che venivano distrutte - poi si vedrà nel contradditorio - e smaltite tutte le bombe e le munizioni obsolete dell’Aeronautica militare.

Fatto non da poco. Se non avessi fatto intercettazioni o un’inchiesta, una vicenda così grossa, durata tra l’84 e il 2008, un’attività di smaltimento di Stato, fatto noto in alcuni ambienti istituzionali, forse non sarebbe emersa». Un fatto che nemmeno i primi giornalisti che avevano scoperto l’altissima incidenza di linfomi ad Escalaplano, ai primi del 2000, aveva immaginato. Mannironi ha ricordato come tutto sia nato proprio lì, da quel sindaco solo e inascoltato, Antonio Pili, medico e primo cittadino di Villaputzu, che per primo aveva denunciato pubblicamente «il 2 ottobre 2001, il caso dei linfomi di Quirra, poi attribuiti dalle istituzioni all’arsenico».

Una versione oggi smentita, che Mannironi non ha esitato a definire «una forma di depistaggio», per i silenzi e le omissioni di chi doveva invece garantire la salute dei cittadini. Di silenzi non ne può più Rita Tilocca di Porto Torres, moglie di Natalino Delrio, operaio del Petrolchimico morto dopo quattro tumori. Così ieri ha ricordato: «I colleghi di mio marito non possono parlare perché perderebbero il posto. Ma io sì: voglio giustizia. Mio marito portava a casa pane imbottito di cancro. A noi dava il pane, lui si è tenuto il cancro».

Da La Nuova  Sardegna del 23 maggio 2012

Nino Fancello, attivista di Sardinia Natzione e Bettina Pitzurra, attivista IRS.


La situazione del Poligono di Quirra sarà l'argomento della puntata condotta dalla giornalista Daniela Astara.

Ospiti in studio: Nino Fancello, attivista di Sardinia Natzione e Bettina Pitzurra, attivista IRS.

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