Abbiamo
voluto raccogliere in questa nota le testimonianze di chi per la prima
volta, rompendo il muro del silenzio, rivela ciò che avviene in terra Sarda all'interno
dei Poligoni .Piccoli tasselli, fondamentali per ricostruire il quadro.
Decenni di esplosioni e bombardamenti in terra e mare hanno prodotto un
risultato ormai sotto gli occhi di tutti, troppe vittime civili e
militari e vaste aree della Sardegna contaminate,alcune irrimediabilmente perse PER SEMPRE.
La terra di Sardegna continua ancora oggi ad essere sacrificata in nome di una "Difesa Natzionale".
L'ex aviere: a Capo Frasca senza protezioni «Mi sono ammalato nella base»
Ignazio Porcedda
ha chiesto i danni in base alla legge che parifica i poligoni sardi
come Capo Frasca, Quirra e Teulada alle zone di guerra dove la Nato ha
ammesso di aver usato armi all'uranio impoverito. Diagnosi: leucemia
linfatica cronica. Certe volte il referto dei medici lascia senza
parole. E il pensiero corre a cercare di capire come ci si possa essere
ammalati. Ignazio Porcedda, 56 anni, cagliaritano, non ne ha le prove,
ma è convinto che sia tutta colpa del periodo di leva trascorso a Capo
Frasca, nel 1975 e 1976. «È vero, è trascorso tanto tempo, ma io stavo
male da parecchio e soltanto quattro anni fa, dopo una lunga malattia di
mia moglie, mi sono deciso a un check up, ad accurati controlli
medici». Poligono sotto accusa: perché? «Perché noi giovani avieri
eravamo utilizzati senza alcuna protezione per i compiti più
pericolosi». Per esempio? «Io avevo la qualifica di autista e ogni
giorno venivo impiegato al termine delle esercitazioni per la bonifica
del poligono». In che modo? «Gli aerei degli americani, dei tedeschi,
dei francesi, dei canadesi, di tutte le forze Nato, partivano da
Decimomannu e prendevano di mira i bersagli sistemati a Capo Frasca.
Sparavano con le armi usate poi nel resto del mondo». Il suo compito? «I
tiri a fuoco cominciavano alle otto del mattino e finivano alle cinque
del pomeriggio. C'era un'area grande come un campo da calcio, con la
sabbia, dove erano sistemati i bersagli. A fine giornata, per due ore,
con un camion dotato di elettrocalamita, dovevamo raccogliere proiettili
e i bossoli, esplosi oppure ancora attivi». Mezzi di sicurezza?
«Nessuno. D'estate faceva caldo, non c'era alcun controllo, lavoravo sul
camion a torso nudo». Lei è convinto di essersi ammalato a Capo Frasca?
«Sì. Sono uno dei tanti che ha chiesto il risarcimento dei danni in
base al nuovo decreto legge che parifica poligoni di tiro sardi ai
teatri di guerra del Kosovo, dell'Iraq, della Somalia e
dell'Afghanistan, dove la Nato ha ammesso di aver usato armi all'uranio
impoverito». A che punto è la pratica? «La sta seguendo il patronato
Inca della Cgil. Ho già sostenuto le visite mediche presso una struttura
militare. Siamo in tanti. Molti arrivano dalla zona di Quirra, altri da
Teulada». Il decreto impone limiti di residenza (entro un chilometro e
mezzo dalle basi militari) contestati dai civili che abitano a
Villaputzu, Teulada e Arbus. «Per me il caso è diverso visto che ho
prestato servizio militare nel poligono. Comunque mi sono deciso a
rilasciare questa testimonianza anche per dare forza e sostegno ai tanti
malati che non hanno ancora trovato il coraggio per intentare la causa
di risarcimento alla Difesa. Nel caso si dovesse arrivare a mandare
avanti un'azione risarcitoria collettiva, è giusto coinvolgere il
maggior numero possibile di persone che possono aver contratto linfomi e
leucemie a causa delle guerre simulate ospitate da cinquant'anni in
Sardegna». A dare sostegno morale a Ignazio Porcedda c'è Bettina
Pitzurra, attivista dell'Irs e componente del Comitato per la
Salvaguardia ambientale del Sarrabus. «Da quando la Procura di Lanusei
ha aperto un'inchiesta sull'alta incidenza dei tumori nella zona attorno
al poligono di Quirra e Perdasdefogu, tante persone finalmente hanno
trovato il coraggio di denunciare pubblicamente la loro malattia. Tanti
casi, prima sconosciuti, stanno venendo alla luce. E lo stesso è giusto
che accada per Teulada e Capo Frasca: per tanti anni la Sardegna è stata
teatro di test bellici dove neppure i militari italiani sapevano
veramente quel che stava accadendo. E purtroppo temiamo che i dati delle
Asl sui casi di tumore nella zona attorno al poligono di Quirra (10
pastori malati su 18) siano al ribasso. È ora che il popolo sardo si
mobiliti chiedendo la chiusura delle basi causa di tante morti e la
bonifica. Anche del mare». PAOLO CARTA
http://www.regione.sardegna.it/index.php?xsl=491&s=159400&v=2&c=1489&t=1&aclang=it-it%2Cit%3Bq%3D0.8%2Cen-us%3Bq%3D0.5%2Cen%3Bq%3D0.
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«Quirra, veleni nell'acqua»Il superteste: 800 quintali di esplosivi al giorno
"non solo a Perdasdefogu ma anche a Capo Frasca"
«Così
per anni e anni abbiamo fatto esplodere 800 chili di esplosivo al
giorno nel poligono di Perdasdefogu, dopo aver scavato buche larghe
trenta metri e profonde anche venti. Brillamenti capaci di sprigionare
nubi nere e bianche, che raggiungevano Quirra o Escalaplano a seconda
del vento. In quelle buche poi si raccoglieva l'acqua delle piogge, si
abbeverava il bestiame, e poi i veleni filtravano nelle falde
sotterranee». IL TESTE C'è un nuovo supertestimone nel procedimento
giudiziario aperto dalla procura di Lanusei sull'eventuale rapporto tra
attività del poligono militare del Salto di Quirra e l'insorgenza di
malformazioni e tumori nella zona. È un ex soldato che nei giorni scorsi
ha contattato il nostro giornale, L'Unione Sarda , per fornire
fotografie inedite, per avere un contatto con gli inquirenti. «Voglio
raccontare le cose come stanno, la magistratura deve sapere la verità e
accertare quel che è avvenuto non solo a Perdasdefogu ma anche a Capo
Frasca. Nel poligono della costa di Arbus abbiamo contato diciotto morti
di tumore, il nostro sospetto è che anche in quel caso le acque
inquinate possano avere creato gravissimi problemi di salute a persone e
animali». IL RISERBO Il nome resta top secret, per evidenti ragioni di
riserbo investigativo, ma l'ex militare è già stato interrogato dagli
uomini della Squadra mobile di Nuoro diretti da Fabrizio Mustaro e le
sue parole sono già al vaglio del procuratore di Lanusei Domenico
Fiordalisi. I RICORDI «Per dieci anni - prosegue l'ex sottufficiale - ho
lavorato proprio al brillamento delle armi da smaltire in arrivo da
tutta Italia. Speciali convogli ferroviari trasportavano gli armamenti
sino al porto di Genova, poi il viaggio in una nave speciale sino a
Porto Torres, quindi sino al deposito di Serrenti. Le campagne di
brillamenti a Perdasdefogu duravano venti giorni al mese per intere
stagioni. C'era tutta una procedura per realizzare le buche, per far
esplodere le munizioni. No, non sono un artificiere, non sono in grado
di dire quali tipi di munizioni o bombe venivano distrutte a
Perdasdefogu. Di sicuro dovevamo rifugiarci dentro i camion dopo il
botto per evitare di respirare le polveri nere o bianche o grigie che
oscuravano il sole. Un mio collega si è ammalato ed è morto di tumore.
In quei terreni poi pioveva, si creavano pozze dove si abbeveravano gli
animali. Tutto ciò avveniva a Perdasdefogu e anche a Capo Frasca, dove
ho lavorato ugualmente per tanti anni. e dove ho assistito alla malattie
di tanti amici, tanti colleghi, tanti lavoratori». L'INCHIESTA Secondo
la Procura, queste attività erano tra le più pericolose per l'ambiente e
potrebbero aver avvelenato suoli e falde acquifere del Salto di Quirra.
Un piccolo impianto di potabilizzazione avrebbe poi mandato l'acqua
contaminata sino ai rubinetti delle case di Quirra, soprattutto di una
parte della frazione, quella dove si è registrato il più alto numero di
tumori.
Paolo Carta
http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=166801&v=2&c=1489&t=1
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ARBUS. Angelo Piras , ex aviere, racconta: BONIFICHE SENZA PROTEZIONI DOPO GLI SPARI DEI CACCIA USA PRONTI PER L'IRAQ
«Mi
sento un sopravvissuto. Quel che accade nei poligoni sardi è fuori da
ogni logica. Bisogna che venga infranto questo muro di omertà: basta con
le morti di tanti giovani sani che lavorano o abitano attorno alle basi
militari».
dall'inviato Paolo Carta
SCANO MONTIFERRO «Piacere, ex aviere Piras Angelo, classe 1979, di Scano Montiferro. Sopravvissuto».
In che senso?
«Ho
svolto il servizio militare nel poligono di Capo Frasca nel 1997, due
miei compagni d'armi sono morti giovanissimi, per colpa di due tumori
rarissimi. Sarebbe potuto succedere anche a me, ringrazio la fortuna e
il cielo se io adesso posso raccontarlo. Lo faccio per i miei amici che
non ci sono più».
Perché lei dà la colpa al poligono?
«Innanzitutto
non c'è nessun'altra spiegazione possibile per le malattie dei miei due
ex commilitoni. Gianni Faedda di Campanedda (Sassari) e Maurizio Serra
di Castelsardo avevano la mia età, hanno avuto un tumore alle parti
genitali e al cervello. La malattia se li è portati via a vent'anni,
subito dopo la leva. Erano giovani e forti e sono morti».
Sì, ma che colpa ha il poligono?
«Allora, bisogna che racconti ciò che succedeva lì dentro».
Sì.
«Gli
aerei che decollavano dall'aeroporto di Decimomannu venivano a Capo
Frasca a bombardare. Noi preparavamo i bersagli, seguivamo le
traiettorie via radar e con i teodoliti, bonificavamo il territorio.
Senza alcuna protezione».
Bombe finte, piene di cemento, secondo l'Aeronautica.
«Il fumo usciva ugualmente. E poi di notte erano trattate con il fosforo rosso»
Sostanza innocua.
«Facilmente infiammabile. C'erano piccole combustioni, anche quelle sono cancerogene, o no?».
Sì.
«E poi mica si tiravano solo quelle bombe».
Cos'altro ancora?
«Gli
aerei italiani, francesi, inglesi, tedeschi e statunitensi, cioè i
cacciabombardieri, passavano a volo radente e mitragliavano i bersagli
in alluminio, realizzati dall'Alcoa di Portovesme. Li trapassavano da
parte a parte. E noi dovevamo poi ripulire il terreno dai proiettili».
A mani nude?
« Sempre.
Eravamo soldati di leva, manodopera a costo zero. Ce n'erano
tantissimi, come stradelle di ghiaia. Molti erano inesplosi, lunghi due
palmi, li aprivamo e all'interno c'erano sostanze strane».
Operazioni pericolose.
«Nessuno
ci controllava, nessuno sapeva niente. Neanche i nostri superiori. E
anche alcuni marescialli si sono ammalati a Capo Frasca. Anche loro
vittime».
Accuse deboli.
«Guardi,
secondo me, all'insaputa dei vertici militari, in Sardegna le forze Nato
hanno sperimentato i proiettili utilizzati poi nella guerra del Golfo».
Uranio impoverito?
«Io faccio l'imprenditore, dirigo l'azienda zootecnica di famiglia, non posso dirlo con certezza. Però...»
Però?
«Ho
visto con i miei occhi esercitarsi e sparare gli stessi aerei
americani, dipinti di giallo per mimetizzarsi nel deserto, che poi hanno
partecipato alla Guerra in Iraq. Le armi le hanno testate in Sardegna,
di questo ne sono sicuro, ne sono testimone».
Perché raccontare tutto ciò a distanza di anni?
«Ho
letto le notizie da Quirra, i tumori, le leucemie, gli agnelli
malformati. Io faccio l'allevatore, a Scano Montiferro, il mio paese,
c'è stato un vitello nato con due teste in 50 anni. Ancora se ne parla.
Non è una cosa normale. E poi...».
E poi?
«Ricordo
i miei amici morti, ho presente la battaglia che stanno conducendo le
loro famiglie per ottenere giustizia. Rompere questo muro di omertà è
importante. Per arrivare alla verità, per evitare che tanti altri
giovani, allevatori e soprattutto militari come Gianni e Maurizio,
debbano morire per colpa delle esercitazioni di guerra».
Se avrà un figlio?
«Spero che quando verrà al mondo i poligoni saranno chiusi e bonificati da un pezzo».
http://edicola.unionesarda.it/Articolo.aspx?Data=20110130&Categ=0&Voce=1&IdArticolo=2546484
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L'ex soldato Giovanni Madeddu: «Linfoma dopo Capo Frasca»
anche tanti miei colleghi si sono ammalati
GUSPINI. Dal 1968 al 1987
Giovanni Madeddu ha
lavorato nel poligono di Capo Frasca. Grado maresciallo. Incarico:
armiere nelle guerre simulate ospitate nella base militare lungo la
costa tra Arbus e l'Oristanese. Da qualche anno sta combattendo una
battaglia personale ben più dura: contro un linfoma diffuso a grandi
cellule. È un tumore al sistema emolinfatico e il pensiero
inevitabilmente va ai tanti colleghi colpiti da malattie analoghe dopo
aver prestato servizio nelle missioni all'Estero dove la Nato ha
utilizzato armamenti all'uranio impoverito, ai tanti soldati e ai
pastori che si sono ammalati nella zona del Salto di Quirra. I MALATI
«Non ho nessuna certezza - dichiara dalla sua casa di Guspini Giovanni
Madeddu, oggi 75enne, - posso soltanto dire che quello delle malattie è
un argomento discusso molto spesso anche nel poligono di Capo Frasca. Un
mio collega quattro anni fa è morto per un tumore al fegato, un altro
non ce l'ha fatta dopo un tumore al pancreas, un superiore che lavorava
con me ha avuto una rara forma neoplastica al cervelletto». L'INCHIESTA
La Procura di Lanusei ha aperto un'inchiesta che sta facendo luce su
quanto è accaduto nel poligono di Perdasdefogu. Il procuratore Domenico
Fiordalisi sta cercando di capire se esiste un nesso tra le attività
svolte all'interno della base, l'inquinamento ambientale causato dalle
guerre simulate e l'insorgenza di determinate patologie. IL TESTIMONE Un
supertestimone ha raccontato nel dettaglio lo svolgimento dei
brillamenti di ordigni provenienti da tutta Italia, avvenuti dagli anni
70 a oggi e sospettati di aver avvelenato pascoli e acque a Quirra. L'ex
militare ha prestato servizio anche a Capo Frasca e ha raccontato agli
inquirenti che 14 suoi commilitoni sono morti di tumori tra Arbus e
l'Oristanese. NESSUNA BONIFICA «Un fatto è certo - interviene Madeddu -
anche a Capo Frasca non è mai stata effettuata una vera bonifica del
territorio, sono stati lasciati per venti-trent'anni i residui delle
esercitazioni delle Forze armate di tutto il mondo. Ricordo soprattutto
una radura, dove si accumulavano i proiettili. Quando pioveva si
creavano dei pantani e l'acqua poi filtrava nel terreno. La stessa acqua
che poi - attraverso un sistema di pozzi artesiani - veniva utilizzata
per ogni uso nel poligono o nei vicini poderi. E in diversi casi l'Asl
ha rilevato anomalie e impedito che venisse utilizzata per scopi
alimentari». GLI USA Madeddu non se la sente di accusare esplicitamente
il poligono di Capo Frasca per la sua malattia che lo ha costretto a
interventi chirurgici, a cicli di chemioterapia, a controlli semestrali.
«Ricordo però che in determinati periodi Capo Frasca funzionava a pieno
regime, venivano a esercitarsi le forze Usa reduci dal Vietnam, si
lavorava anche per tutta la notte con turni davvero massacranti. Non so
se sia mai stato usato uranio impoverito ma sicuramente a Capo Frasca
hanno sparato gli aerei Usa A 10 che possono montare quel tipo di
armamento. Il dubbio c'è». Da anni le amministrazioni comunali della
zona e adesso anche la nuova Provincia del Medio Campidano chiedono
controlli ambientali e sanitari in grado di fare chiarezza. Sinora tutto
è rimasto lettera morta.
Paolo Carta
http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=167575&v=2&c=1489&t=1