Pagine

Visualizzazione post con etichetta lacanas. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lacanas. Mostra tutti i post

mercoledì 11 luglio 2012

A Quirra si muore. Lo dicono anche la TV e il PD

I veleni di Quirra

Un intervento di Cristiano Sabino, portavoce nazionale di A Manca Pro S'Indipendéntzia



A Quirra si muore. Ora anche le TV e i giornali lo dicono, anche se gli angoli vengono smussati e le radici del problema tenute ben nascoste sotto terra. Penso a questo mentre vado a Padria dove l’associazione Isperas ha organizzato un dibattito di presentazione del libro Lo sa il vento scritto da carlo Porcedda e Maddale Brunetti. Un libro lucido e tagliente che racconta le cose come stanno sui poligoni di tiro e sulla presenza militare italiana ed internazionale in Sardigna.


Una verità che l’indipendentismo e gli antimilitaristi conoscono bene e denunciano da anni mettendoci la faccia e a volta subendo anche pesanti atti repressivi. A Padria è invitato anche un signore beneducato dal tono rassicurante e mite che inizia il suo intervento da lontano, fermandosi sulla mentalità utilitaristica che i sardi avrebbero acquisito e sul valore dell’essere “tutti uniti”. Questo signore è un senatore del PD, membro della commissione del Senato sulle armi all’uranio impoverito che ha chiesto la chiusura di alcuni poligoni di tiro e la riconversione del PISQ. Un “atto d’amore verso la nostra terra”, ha detto riferendosi alla sua relazione.


Tutti vissero felici e contenti. Finalmente la Casta è scesa dall’olimpo, si occupa di problemi reali, ascolta i comitati e la gente che ha qualcosa da dire e si fa tramite delle istanze di cambiamento. Ci sarebbe da dire questo leggendo i giornali e ascoltando dal vivo la versione del senatore Scanu. Purtroppo però non è così.
Ricordate il referendum promosso dal comitato “Firma sas Bombas” guidato da Sardigna Natzione che avrebbe dovuto chiamare i sardi a pronunciarsi in via consultuva contro le basi militari e in particolare contro quelle nucleari? Quel referendum, esattamente come il precedente nel 1989, venne bocciato con la motivazione che il quesito violava i principi costituzionali. Dove era il suo partito senatore? E lei dov’era?
Ricordate le manifestazioni popolari contro le basi militari, da Villaputzu a Cagliari, dai mari di Teulada al cielo pieno del gas lacrimogeno a La Maddalena? Dov’era il suo partito senatore? E lei dov’era?
Si è parlato, anche in questa occasione di inquinamento industriale, soprattutto in relazione alle discariche abusive dei fumi di acciaieria e di rifiuti tossici industriali illegalmente e clandestinamente sotterrati nei nostri territori. È un bene che si ricordi questi misfatti e che ci si interroghi sull’etica della responsabilità verso le nuove generazioni come ha tenuto a precisare lei signor Senatore. Ma dov’era lei, il suo partito e i sindacati a lei vicini quando è stato fatto fallire il referndum contro le scorie industriali che avrebbe vietato per legge ogni stoccaggio di questo tipo e avrebbe garantito controlli più efficienti?

Dov’era quando nel 2008 Guido Melis, Caterina Pes e tutti gli altri deputati del gruppo parlamentare del PD votavano in blocco la richiesta di accelerazione della pista di atterraggio per droni militari proprio all’interno del PISQ e quindi un suo ampliamento e potenziamento?
Un atto di amore verso questa nostra terra martoriata dal colonialismo militare e industriale italiano sarebbe quello di stracciare la sua tessera del PD, nel chiedere umilmente scusa al popolo sardo per i crimini commessi dal suo partito e dal sistema di potere all’interno di cui esso è inserito e nel mettersi a disposizione del movimento di liberazioine nazionale. Questo sarebbe l’unico reale atto d’amore e di dignità che ci si aspetterebbe da lei.



Le favole non sono tutte belle e soprattutto spesso hanno la morbosa qualità di farci parteggiare per i personaggi sbagliati, piché li scambiamo per retti e posivi quando non lo sono affatto, se non nell’apparenza. Le favole purtroppo a volte nascondono personaggi distopici, miti e saggi in apparenza, ma ben diversi nella loro natura. In realtà Giampiero Scanu non si è convertito sulla via di Damasco. Del resto in più occasioni ha tenuto a precisare che “il poligono di Quirra non chiuderà, ci sarà una riconversione radicale e le bonifiche partiranno all’inizio del prossimo anno”.
Anche a Padria, a tutte le mie considerazioni, ha magistralmente chiosato puntando il dito sulla mia interperanza di “giovane idealista” che non sa quello che dice e che rompe le uova nel paniere all’ “unità di tutti i sardi”.

Peccato che il signor Scanu non abbia risposto affermando che le mie non erano domande, ma “considerazioni e epiteti inappropriati”. Cosa si intende precisamente quando si parla di “riconversione”? Scanu a Padria non lo dice, ma il suo documento parla chiaro: “destinando le aree non più soggette a vincolo ad usi civili o di tipo duale, con particolare riferimento allo sviluppo di attività attinenti alla protezione civile, alla ricerca scientifica e tecnologica in settori innovativi, ivi compresa l’elettronica, alla sperimentazione di aerei UAV, alla ricerca per il miglioramento delle condizioni di sicurezza dei militari impegnati nelle missioni internazionali, alla tutela delle iniziative imprenditoriali e delle competenze tecniche e professionali sviluppati nei territori interessati”.

Lo stesso programma dell’esercito del 2007 che, per bocca del generale Camporini, parlava di un “processo che si è messo in moto e che punta a trasformare il poligono interforze del Salto di Quirra. Un cambiamento quasi genetico. Si studia infatti una nuova formula che nel progetto viene definita: «Società mista Difesa-Industria» che procedesse a una ricerca di tipologie innovative di collaborazione tra l’Amministrazione Difesa e l’Industria nell’ottica della costituzione di una “Società partecipata Difesa-Industria” (NewCo), cui affidare la conduzione dei servizi tecnici del poligono». (Piero Mannironi, la Nuova Sardegna, Ottobre 2007).
Il medesimo programma elettorale del sindaco di Perdasdefogu (anche lui, non a caso, PD) Walter Mura che basava la sua ultima campagna elettorale “su un utilizzo meno impattante, sull’alta tecnologia, sulla professionalità. a ricerche sugli aerei senza pilota” (Unione Sarda 27/5/2012).

Che casi, che coincidenze! Mi spiace aver rotto l’atmosfera di serenità in una bella serata organizzata dagli amici e dai compagni di Padria. Ma non capita spesso a noi mortali di poter accedere al paradiso dei nostri benefattori, dirigenti della politica che conta per poter ricordare loro chi sono, che interessi difendono e soprattutto che non tutti i lavoratori sardi soffrono di amnesia.

TESTO ORIGINALE

sabato 23 giugno 2012

Quale industria per la Sardegna? Le proposte di ProgReS



Intervista a Yurj Pili, responsabile delle politiche industriali di ProgReS



Ci sono territori dove i discorsi al bar non si basano sull’ultima partita del Cagliari o le ultime di campionato, ma bensì sui problemi e difficoltà che l’industria è tenuta a fronteggiare oggigiorno. Questo è un ambiente nel quale essere operaio non significa semplicemente svolgere una professione o far parte di una categoria, e dove l’industria non è mai crudele o magnanima a priori.

Yurj Pili, sulcitano consigliere comunale a Villamassargia e responsabile delle politiche industriali di ProgReS conosce questo ambiente molto bene. Per lui come per ProgReS l’industria è un apparato fondamentale dell’economia sarda, nondimeno ritiene sia necessario un approccio differente al tema. L’industria deve essere “antropologica e funzionale al territorio che la ospita”, è su questo elemento che verte la sua visione sull’industria sarda.

Qual è l’approccio di ProgReS alle politiche industriali?
Scevro da qualsiasi retaggio ideologico o tara culturale, lo definirei un approccio pragmatico e razionale che considera il benessere del popolo sardo come un presupposto imprescindibile. Infatti, noi andiamo oltre i soliti luoghi comuni che vedono nell’industria in Sardegna una questione dicotomica dell’eterna lotta tra il bene e il male. Non abbiamo preconcetti o tabù su questo argomento. Noi crediamo che un’economia forte debba essere diversificata e non monocolturale come quella che è stata imposta ai sardi dagli anni sessanta sino ai giorni nostri. Noi pensiamo che lo sviluppo del settore industriale sia necessario per diventare una nazione di primo piano, ma devono essere rispettati dei principi fondamentali come ad esempio il principio della sostenibilità. Sostenibilità ambientale, economica, e soprattutto antropologica.
 
Cosa intendi quando parli di sostenibilità antropologica?
Al centro delle scelte politiche ed economiche ci devono essere il benessere dell’uomo e della collettività, non il mero profitto e gli utili delle corporation. Ogni territorio ha una propria vocazione, ogni comunità possiede una propria cultura economica. Pertanto l’industria non può esistere come elemento del tutto estraneo alla storia e alle tradizioni di un luogo, ma al contrario, deve essere in grado di valorizzare soprattutto il capitale umano del territorio che la “ospita”.


Puoi essere più specifico?
L’industrializzazione della Sardegna è frutto di una visione che considerava la nascita dell’industria primaria, la soluzione ai problemi economico sociali dell’isola. Sono state scelte politiche sciagurate, basate e giustificate dal principio della compensazione. Secondo questo principio, le scelte pubbliche devono essere tese a generare un incremento del reddito reale per avvantaggiare una parte della collettività in modo tale da poter compensare quella danneggiata da tali scelte. E oggi vediamo quali sono stati i risultati di quelle scelte: dalla Legler alla Lorica di Ottana, alla Vynils di Macomer passando per la Keller e arrivando all’Euroallumina. Produrre PET nel centro Sardegna non ha risolto di certo i nostri problemi socio economici.


Per quali ragioni ritieni che l’industria a Ottana non sia sostenibile?
Perché lo dicono i fatti. Dalla prima metà degli anni sessanta sino ai giorni nostri è stata investita una cifra esorbitante di soldi pubblici per sostenere economicamente una realtà insostenibile, causando il fenomeno della diseconomia esterna. Noi di ProgReS pensiamo che lo sviluppo di un settore economico non possa andare a discapito degli altri settori, dell’ambiente e della comunità esistente. Ottana è un paradigma, ma lo stesso discorso vale anche per le altre realtà industriali.

Oggi la Sardegna affronta una crisi che ha travolto la realtà della fabbrica. A cosa credi sia dovuta? E’ causa della crisi finanziaria mondiale?
La crisi finanziaria è un coperchio buono per molte pentole. Io sono Sulcitano e sin da bambino, ho ben presenti le immagini dei minatori sardi autoreclusi nelle viscere della terra durante l’occupazione dei pozzi nella miniera di Nuraxi Figus per difendere il proprio posto di lavoro, ricordo le innumerevoli manifestazioni di piazza degli ani novanta. E’ da quando sono bambino che sento parlare di crisi, di povertà, di vertenze, la crisi finanziaria ha solo inasprito una situazione drammatica, non è sicuramente la causa del fallimento dell’industrializzazione in Sardegna. Le cause della crisi sono molteplici. Se i miliardi di soldi pubblici dei piani di rinascita fossero stati investiti per valorizzare le eccellenze che la Sardegna offriva, per creare un benessere diffuso, reale e non fittizio, oggi non vivremo in questa situazione così drammatica, e i sardi non avrebbero subito in maniera così devastante gli effetti della crisi finanziaria. Le responsabilità sono tutte della classe politica autonomista sarda, dagli anni cinquanta oggi, con pochissime eccezioni. I partiti politici italiani hanno costruito il potere e il loro consenso soprattutto su un sistema clientelare che si nutre dei posti di lavoro, dell’assistenzialismo e della corruzione che esiste attorno alle industrie in Sardegna.
  
Un altro aspetto molto importante che mette in stretta relazione cittadini e industria è l’inquinamento. Credi che sia possibile un’industria meno inquinante?
Non solo è possibile ma necessaria. L’inquinamento è sempre legato a un discorso economico e di scelte politiche: la salvaguardia e la tutela dell’ambiente generano posti di lavoro, le bonifiche o le tecnologie tese all’efficienza e al risparmio energetico oggi sono un business e producono ricchezza. Se la Sardegna fosse governata da una classe dirigente indipendentista, ci sarebbe sicuramente più rispetto per l’ ambiente, per i lavoratori e per le persone in generale. Sappiamo bene di che cosa è capace questa classe dirigente quando si parla di bonifiche o di tutela dell’ambiente.
  
Il discorso che mi hai appena fatto sembra contenere una scintilla indipendentista…
La mancanza di sovranità è la causa principale della crisi di tutti i settori produttivi in Sardegna, dal primario al terziario, se anziché fare gli interessi delle multinazionali svizzere, russe, smericane, australiane e italiane si facessero gli interessi della Sardegna e del popolo sardo non staremmo, da sessant’anni, qui a parlare di vertenza Sardegna. Per parlare d’industria in Sardegna bisogna prima scogliere alcuni nodi.
  
Quali sono questi nodi che andrebbero risolti?
Ce ne sono tanti, quelli principali riguardano la questione energetica, il sistema dei trasporti e la viabilità interna ed esterna, la questione fiscale e la sovranità politica. L’indipendenza è l’unica soluzione ai mali storici della nostra terra, non l’industrializzazione selvaggia calata dall’alto: se fossimo sovrani in materia energetica, fiscale, di viabilità e trasporti sicuramente oggi avremmo un sistema industriale competitivo, sostenibile ed efficiente. All’indipendenza ci arriveremo con la sovranità politica e la sovranità politica si chiama ProgReS.

TESTO ORIGINALE

sabato 2 giugno 2012

…PER NOI INDIPENDENTISTI LA SOVRANITÀ È SOLO L’INDIPENDENZA



La visione indipendentista di Sardigna Natzione  

Intervista a Bustianu Cumpostu, coordinatore di SNI

 

Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Bustianu Cumpostu, coordinatore di Sardigna Natzione Indipendentzia, per approfondire gli argomenti centrali dell’indipendentismo in Sardegna.

Si parte dai concetti basilari di sardismo, indipendentismo, separatismo, nazionalismo e sovranismo, si passa per la questione fondamentale dell’unità del popolo sardo e si approda infine alle tematiche riguardanti l’assemblea costituente, il ruolo della nostra isola in Europa e, ovviamente, la posizione di Sardegna Natzione nel dibattito indipendentista.


Nel mondo indipendentista c’è chi si dichiara non nazionalista e chi chiama separatisti gli indipendentisti, vogliamo chiarire questi concetti?

Se non vogliamo continuare a parlare usando contenitori  piuttosto che contenuti è necessario che, specialmente gli indipendentisti, chiariscano cosa intendono quando usano in positivo o in negativo parole e concetti chiave dell’indipendentismo, come sardismo, indipendentismo, separatismo, nazionalismo e anche sovranismo.

Cerco di essere il più sintetico possibile:

Sardismo; Antonio Simon Mossa, riferendosi alle lotte dei popoli: basco, irlandese, corso, curdo, palestinese e altri, in un discorso del 1969 a Strasburgo, parlando delle nazioni senza stato disse: “ Se anch’essi avvertono questo anelito di libertà che noi chiamiamo Sardismo vuol dire che il Sardismo è idealità universale e non fatto e fenomeno provinciale come i proconsoli e i servitori del potere statuale si compiacciono di affermare”.  Sardismo non è da intendersi dunque come l’azione politica e culturale di un partito, del PSd’Az, ma il movimento di pensiero che con diversi gradi di permeazione e consapevolezza è condiviso e vissuto dai sardi che intendono battersi per i propri diritti nazionali. Esso è un anelito di libertà che ha valore universale.

Indipendentismo; è la parte più consapevole del Sardismo che ha capito che non ci può essere nessun riscatto dei propri diritti nazionali se non si consegue la piena e totale indipendenza dallo stato oppressore e dalla nazione che lo esprime. Intuizione sempre presente nei padri del sardismo, ma esplicita specialmente nei discorsi di A. Simon Mossa e di Angelo Caria, codificata negli statuti dei movimenti o partiti politici che attualmente si dichiarano indipendentisti: Sardigna Natzione Indipendentzia, PSd’Az, IRS, AMPI, PARIS, PROGRESS e Sardigna Libera. Sardismo e indipendentismo non sono due categorie di pensiero che si escludono a vicenda ma piuttosto due livelli di consapevolezza dello stesso pensiero.

Separatismo; coincide con secessionismo ed è l’azione e l’aspirazione di chi, facente parte di una nazione unica, intende separarsi da essa e costituire un’altra entità nazionale e organizzarsi in un altro stato. La lotta della nazione sarda non è separatismo ma liberazione, in quanto mai essa ha fatto parte della nazione italiana ma è stata invece, da quest’ultima, assoggettata, colonizzata e tenuta prigioniera. L’essere separatista è di fatto un’ammissione di unicità della nazione sarda con quella italiana.

Nazionalismo; è la consapevolezza e la certezza di appartenere a una nazione che, anche se non è stato, esiste e ha il diritto alla propria indipendenza e dunque al proprio stato. Essere nazionalisti significa fare la scelta di militare nella lotta di liberazione nazionale, per porre fine alla sudditanza imposta al proprio popolo da uno stato extranazionale. E’ la consapevolezza del nazionalismo che porta all’indipendentismo. L’indipendentismo è lo strumento del nazionalismo e non l’artefice. La nazione sarda esiste e ha bisogno dell’indipendentismo per liberarla e non per costruirla. La nazione sarda non ha bisogno di novelli costruttori, è nata dalla resistenza del nostro popolo al susseguirsi degli invasori, dalla propria lingua, dalla propria cultura, dalla scelta del tipo di vita e di economia e dalla volontà di essere sovrani del proprio territorio e del proprio destino. La nazione è una nazione storica e non di volontà. L’indipendentismo non è lo strumento per costruire la volontà di esistere come nazione ma lo strumento per conquistare il diritto di esistere come stato.


Sovranismo; è una riproposizione in chiave moderna dell’autonomismo ed è la posizione di chi crede che si possano acquisire maggiori spazi di sovranità e  apportare miglioramenti alla condizione dei sardi e quindi avere la possibilità di un riscatto del popolo sardo pur rimanendo nella condizione di non libero e di dipendente. Non è quindi un andare oltre l’indipendentismo ma un rinunciare all’indipendenza e dunque al diritto a una propria soggettività politica statuale totalmente indipendente da quella dello stato attore della sudditanza. L’indipendenza non è una sommatoria di sovranità, è una condizione posseduta, non concessa.


Essere indipendentisti significa essere di sinistra?


Una risposta positiva implicherebbe automaticamente che la lotta di liberazione nazionale sia un sottoinsieme della lotta di classe e che l’indipendenza di una nazione non avrebbe valore se a governarne lo stato fosse la destra o il centro e non la sinistra. Per i fautori di questa tesi non cambia niente se a governare la Sardegna è il capitalista sardo o quello italiano.

Significherebbe, anche, che:

1) una lotta di liberazione nazionale non può essere di tutto il popolo ma necessariamente solo di una parte di esso che poi la impone all’altra parte che, se anche fosse d’accordo, non può essere componente attiva solo perché non è di sinistra;
2) un popolo oppresso nel quale prevale la componente non di sinistra perde il suo diritto all’indipendenza e lo riacquista solo nel momento in cui si decide di diventare di sinistra;
3) all’interno di un ordinamento capitalista non si possono interrompere i rapporti di sudditanza e non ha senso né giustificazione una lotta di liberazione nazionale.


Tutto assolutamente non condivisibile: una lotta di liberazione nazionale non solo deve coinvolgere tutti gli strati sociali del popolo oppresso, ma solo se ciò avviene può essere vincente.
Nella questione indipendenza, lo scontro non è tra classi sociali ma tra un popolo oppresso e uno stato oppressore o, se vogliamo, tra due popoli dei quali quello italiano ha conquistato l’indipendenza e si è dato uno stato mentre quello sardo è in sudditanza e impedito di darsi un proprio stato.

Lo stato italiano e i suoi apparati politici e militari sono lo strumento per mantenere la Sardegna in sudditanza, chi decide è il governo dello STATO su delega e mandato del popolo italiano, di quasi tutto il popolo italiano di qualunque fede politica, sia di destra che di sinistra. Anche se il singolo cittadino italiano non è direttamente responsabile della negata indipendenza della Sardegna lo è tuttavia in quanto componente del popolo che ha espresso lo stato oppressore.

Se gli italiani lo volessero la Sardegna potrebbe avere l’indipendenza ma, per quanto ci risulta, così non è, non solo non lo vogliono gli italiani ma neanche i sardi che rappresentano i loro interessi nell’isola (partiti politici e sindacati italiani). Anche la sudditanza è subita dal cittadino sardo, non in quanto appartenente a una classe o ceto sociale ma in quanto sardo, quel suo stato di discriminazione è dovuto unicamente  alla sua appartenenza a una nazione oppressa.

A questo stato di oppressione consegue una giusta reazione di ribellione del cittadino sardo, reazione dovuta al mancato riconoscimento dei diritti del suo popolo e non della sua classe sociale. In questo scontro è dunque doveroso raccogliere tutta la ribellione del popolo sardo, mantenere viva la dialettica di classe, ma non perdere di vista il primo obiettivo, quello dell’indipendenza.


Tutto questo cosa presuppone?


Presuppone che bisogna distinguere le dinamiche interne alla nazione da quelle in cui la nazione è un’entità unica. La lotta di classe o meglio il confronto tra classi che contrappone “operai sardi” a “capitalisti sardi” e il confronto politico  tra  “partiti di sinistra sardi” a “partiti di destra sardi” è una dinamica interna alla nazione in cui la nazione è collettività, la lotta di liberazione nazionale è una dinamica esterna in cui la nazione è individuo, entità unica. Il mondo indipendentista deve capire che se è giusto non trascurare le dinamiche di classe interne alla nazione oppressa è ancora più giusto evitare che ciò sia motivo di indebolimento dell’individuo – nazione nello scontro con chi gli nega i diritti fondamentali.
Bisogna stabilire delle priorità, la lotta di liberazione nazionale deve avere assoluta priorità rispetto alla lotta di classe o comunque la lotta di classe non deve in nessun caso impedire che la collettività della nazione dominata sia unita e possa affrontare le dinamiche esterne utilizzando l’unica forza che possiede, quella del suo popolo unito.


La lotta di liberazione nazionale non può non essere interclassista, deve coinvolgere necessariamente tutte le classi sociali della nazione, pena il fallimento della lotta o la nascita di uno stato debole e costretto a subire pesanti influenze da parte di altri stati.
L’indipendentismo, infatti, è un figlio della nazione oppressa, di tutta la nazione e tutta la nazione si deve coinvolgere nella lotta contro chi la opprime.


Dunque, l’indipendentismo non può essere che laico, qualsiasi forma di indipendentismo confessionale è incompatibile con gli interessi della nazione che dell’indipendentismo vuole fare strumento di liberazione nazionale.
L’indipendentismo laico è condivisione, è unione e dà forza alla lotta di liberazione nazionale. L’indipendentismo di classe, solo di sinistra o comunista, è confessionale non riconosce la forza della propria cultura,  punta ad asservirla all’ideologia e spezza uno spazio fondamentale di condivisione. L’indipendentismo confessionale è divisione e indebolisce la lotta di liberazione nazionale.


Se i sardi fossero uniti la nazione sarda sarebbe più forte?


Non ci sono dubbi e ne abbiamo avuto una prova certa nel referendum contro il nucleare, in quella occasione il popolo sardo ha vinto perché i sardi sono usciti dalle diverse gabbie dei partiti e hanno rivendicato ed esercitato la sovranità sentendosi ognuno parte indispensabile della propria nazione, la nazione sarda.


La nazione è condivisione, se si vuole conseguire l’indipendenza di una nazione oppressa bisogna rafforzare gli spazi di condivisione esistenti, crearne nuovi e principalmente evitare motivi di divisione.
Chi toglie spazzi di condivisione indebolisce la nazione.  Indebolisce la nazione chi introduce divisioni in ambito linguistico e ammantandosi di falsa democrazia linguistica ostacola il normale processo di adozione di un’unica lingua nazionale sarda ufficiale, da introdurre, in regime di bilinguismo, mentre oggi a essere ufficiale è solo l’italiano.
Indebolisce la nazione chi impone altre bandiere nazionali sarde oltre quella dei quattro mori, non capendo che la bandiere nazionale di un popolo non è figlia di una ricerca storica relativistica e opinabile, ma è una figlia culturale della nazione, è unu sentidu e non il risultato di un’equazione storica addomesticata.
Non si possono classificare e metabolizzare concetti organici alla nazione sarda con categorie indotte dalla sudditanza intellettuale, per quanto supportate da profondi studi nelle università italiane.


Si parla di assemblea costituente per riscrivere lo statuto sardo, cosa ne pensi?


Posto subito in chiaro che i sardi non possono rinunciare al loro essere nazione e che tale carattere è indisponibile anche alla generazione sarda vivente, riaffermo che per  noi  indipendentisti la sovranità è solo l’indipendenza, e nessuna riscrittura di statuto potrà da noi essere accettata e sottoscritta.


Se sarà il Consiglio Regionale della Sardegna a riscrivere il nuovo statuto, la contrattazione sarà tutta interna allo stato italiano e alle sue componenti politiche e non potrà essere che una riverniciatura, probabilmente in peggio, dell’attuale statuto di sudditanza.
In quanto all’assemblea costituente è interessante in quanto la sua elezione è un evidente esercizio di sovranità da parte della nazione sarda che, pur essendo costretta all’interno di uno stato straniero, chiama il suo popolo a eleggere un’assemblea per compiere atti che solo gli stati costituiti o costituendi possono compiere.
Neanche l’assemblea costituente, comunque,  potrà cambiare il rapporto di sudditanza che c’è tra la Nazione Sarda e l’Italia, e se vorrà fare un’opera degna, tre strade sono possibili:
1) Si chiede lo scioglimento della fusione perfetta contrattata nel 1847 tra gli stamenti sardi e il re, perché non si sono verificate le condizioni che i sardi speravano si verificassero con la fusione della Sardegna con l’Italia.


2) Si rivendica la sovranità piena e il diritto all’indipendenza, si chiede il riconoscimento della temporaneità, della contingenza e della costrizione  dell’appartenenza all’Italia e si apre una contrattazione con lo stato italiano e la Comunità Europea per dare alla Sardegna una forma di soggettività politica indipendente dall’Italia.


3) Uno statuto di resa e di sudditanza, dove sia chiaro che la Sardegna accetta lo statuto coloniale perché in condizione di sudditanza imposta da un dominatore più forte e le è impedito, al momento, conquistare la propria indipendenza statuale, alla quale comunque aspira.


Perché chiamare in ballo l’Europa?


La Sardegna è più Europa che non Italia.
L’Italia è per noi una gabbia che ci separa dall’Europa e dal Mondo. L’indipendenza della Sardegna non arriverà da una contrattazione con l’Italia, come quella di Euskadi non arriverà da una contrattazione con la Spagna, bisogna prendere atto che rispetto al 1847 (anno della fusione perfetta) c’è una novità, esiste l’Europa la quale deve prendersi le sue responsabilità permettendo di portare la questione delle nazioni senza stato sullo stesso tavolo dove si risolvono pacificamente le questioni tra stati-nazione.
Se si vuole costruire un’Europa moderna, basata sulla libera adesione e condivisione dei popoli che ne fanno parte sarà necessario riconoscere le rivendicazioni d’indipendenza delle nazioni senza stato e riconoscere loro una soggettività indipendente.


In questo contesto, come intende muoversi Sardigna Natzione Indipendentzia?


SNI intende muoversi, come ha sempre fatto, cercando la condivisione e individuando e distinguendo tra ambiti nei quali operare; l’ambito o logu indipendentista, quello nazionalista e quello nazionale.


Nell’ambito o logu  indipendentista,  SNI sta insieme e fa insieme, con forme da stabilire, ad altre forze chiaramente indipendentiste serie, individuando e praticando punti di rottura con lo stato coloniale.


Nell’ambito o logu nazionalista, che non è altro che la Casa Comune dei Sardi progettata dal padre della Patria Angelo Caria, saremo insieme a tutte quelle realtà che hanno genesi e organicità chiaramente ed esclusivamente sarda e che non hanno nessuna dipendenza da organizzazioni omologhe presenti in Italia.


Nell’ambito o logu nazionale, che è costituito da tutta la nazione sarda senza nessuna discriminante ideologica o confessionale, ci muoveremo come promotori e attori di iniziative che chiamino tutti i sardi a esercitare sovranità collettiva in quanto parte di un’unica entità nazionale che ha il diritto di sovranità sul proprio territorio, sul proprio  vivere e sul proprio futuro.


E’ questo modo di fare che, in occasione del referendum contro il nucleare, ha permesso a SNI, mediante il comitato SINONUCLE, di portare, per la prima volta nella storia del popolo sardo, tutta la nazione a esercitare un chiaro atto di sovranità sul proprio territorio nazionale e sul proprio futuro.

Sab 2/6/20121 5:59

mercoledì 23 maggio 2012

La visione indipendentista di ProgReS – Progetu Repùblica

Indipendéntzia

Una lunga chiacchierata col segretario Salvatore Acampora Pistis

Per il secondo appuntamento con la rubrica dedicata all’indipendentismo sardo, abbiamo intervistato Salvatore Acampora Pistis, 30 anni, archeologo e operatore culturale, segretario di ProgReS – Progetu Repùblica. Uno dei più giovani, se non il più giovane segretario di partito in Europa. I temi? La visione indipendentista di ProgRes – naturalmente – e i motivi per cui la nostra Isola dovrebbe passare dalla condizione di regione autonoma italiana a Stato sovrano. Salvatore ci parla di economia, cultura, identità, lingua sarda, servitù militari, occupazione, zone interne, agroalimentare, politica energetica e infrastrutture.

Il 40 per cento dei sardi si dichiara indipendentista. È un momento dovuto alla scarsa fiducia nell’Italia in crisi o sta maturando una vera coscienza verso la creazione di uno stato sovrano?

Il fatto che il 40% dei sardi si dichiari favorevole all’indipendenza è un dato favorevole e interessante per diversi motivi: Interessante perché il dato è confortante relazionato all’acquisizione e all’interiorizzazione della coscienza nazionale, in secondo luogo non credo sia frutto della crisi o altro, semplicemente parliamo di un sentimento concreto e sedimentato insito nel nostro bagaglio culturale. Altro paio di maniche è lavorare a una proposta politica concreta e credibile che possa canalizzare questi sentimenti: Progetu Repùblica nasce, vive e cresce con questo obiettivo. Essere credibili, concreti e dimostrare che un altro modo di fare politica è non solo possibile ma è una priorità.

CONTINUA A LEGGERE ...

venerdì 11 maggio 2012

La visione indipendentista di A Manca

Dialogando con Cristiano Sabino sul progetto di indipendenza della Sardegna

Una lunga chiacchierata con Cristiano Sabino sui temi attuali dell’indipendenza sarda. Il portavoce nazionale di A Manca Pro S’Indipendentzia ci espone la sua visione delle cose, per un indipendentismo moderno, un’economia basata sulle potenzialità della nostra isola, al di fuori di ogni colonialismo economico e culturale.

Cristiano è stato il primo a rispondere alla nostra chiamata. Làcanas infatti vuole accendere un dibattito, aperto al contributo di tutti, intorno alle tematiche dell’indipendentismo, che ormai non è più una “fissa” di pochi patrioti, ma un’ambizione condivisa da un numero sempre crescente di sardi.

Secondo un recente sondaggio il 40 % dei Sardi vuole l’indipendenza, il 10% di loro vuole uscire addirittura dall’Unione Europea. In ogni caso, la stragrande maggioranza dei Sardi si sente prima sardo che italiano. Cosa ne pensi?

Che è la scoperta dell’acqua calda. Nei momenti di crisi strutturale i Sardi, specialmente le compagini popolari, hanno sempre tirato fuori un forte sentimento di appartenenza nazionale. È successo a fine Settecento con la “sarda rivoluzione”, si è ripetuto spesso nel corso dell’’800 in reazione alle politiche dei Savoia che strangolavano l’export sardo e la vita delle campagne ed è emerso come imponente dato politico con l’affermarsi del movimento combattentistico poi confluito nel sardismo nel primo dopoguerra. L’italianità dei Sardi è una crosta molto sottile che spesso ha coinciso con la speranza in una integrazione e in una modernità che però si è rivelata sempre patrigna.

CONTINUA A LEGGERE ...