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martedì 7 agosto 2012

I quattro mori alle Olimpiadi di Londra! Perché i tifosi sardi preferiscono la loro bandiera al tricolore. E qualcosa vorrà pur dire…

Pubblicato il 30 luglio 2012


Li avete visti anche voi? Io credo di sì. Erano lì in forze quando l’Italia ha vinto la medaglia d’oro nel tiro con l’arco. Erano presenti anche nella straordinaria serata delle tre fiorettiste italiane ai primi tre posti. Poi li ho visti pure nella vittoria delle nostre pallavoliste contro il Giappone. Voi li avete visti i quattro mori alle Olimpiadi? Io sì.
Secondo voi, perché i sardi che vanno ad assistere alle gare londinesi si portano dietro la bandiera della loro regione e non quella nazionale? Perché se c’è una competizione in cui la bandiera è tutto, è proprio quella a cinque cerchi. Pongo la questione in maniera semplice e senza avere una risposta da offrirvi. Poi mi chiedo: “Ma io, che bandiera avrei portato?”. Risposta: “I quattro mori”. Perché? Non lo so. Per distinguermi? Per segnare una differenza? Certamente. Ma perché? Non lo so.
Una cosa è certa: nessun altro gruppo di tifosi italiani si sogna di portare la propria bandiera regionale (sempre che tutti ne abbiano una, io una bandiera del Molise o della Basilicata non l’ho mai vista) ad una manifestazione sportiva internazionale in cui la Sardegna non è rappresentata ma l’Italia sì. Moltissimi sardi invece lo fanno, e nessuno di noi percepisce questa esibizione come forzata o senza senso. Almeno, non io.
Poi, un’altra cosa: avete notato altre bandiere “strane” ai bordi dei campi in cui si disputano le gare olimpiche? Cioè noi sardi siamo gli unici al mondo a portare la mostra bandiera regionale al posto di quella nazionale? Una cosa è certa: la nostra non è tra le bandiere ufficiali, eppure è sempre lì. Tifiamo l’Italia, ma con i quattro mori. Siamo gente normale?
Ora, non voglio addentrarmi in territori a me sconosciuti, io non so perché noi sardi andiamo alle Olimpiadi e ci portiamo la nostra bandiera appresso e la sventoliamo anche quando non ci sono nostro corregionali in campo. Capisco che non ha senso ma sento anche che è una scelta normale. Sento anche che questa enorme carica simbolica qualcosa vorrà pur dire, che non è folklore e non è neanche, in senso stretto, politica. Rappresenta invece un fortissimo senso di identità, un valore che dovremmo indagare meglio. E usarlo positivamente per uscire da questa crisi che non è solo economica, ma soprattutto di senso e di valori non più condivisi.

Vito Biolchini

TRASFERIRE A ROMA PARTE DELLA STORIA SARDA COSI' DA CANCELLARE IL VALORE DI UN POPOLO E I SOPRUSI SUBITI

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno Lunedì 30 luglio 2012 alle ore 11.19 ·
 



I dubbi della storia interpretata e le quasi certezze delle storie archiviate, creano un continuo alone di leggenda nella interpretazione dell'essere sardi ieri, oggi e chissà, domani. Ognuno coglie ciò che crede o meglio gli aggrada e serve per catalogarsi nella comunità o sub comunità in cui immagina, con certezza relativa, di riconoscersi.

Ed è proprio la necessità di riconoscersi che fa del sardo un continuo ricercatore di origini, intrecci, legami che lo rendono instabile ed incerto nella costanza dei rapporti e delle affinità prescelte. Un individuo, un facente parte di una comunità, un soggetto associato in un popolo che si chiama sardo ma che può essere distinto nella sommatoria di piccoli popoli dai confini legati al mare o alla periferia della bidda, ai muretti a secco della propria campagna od ai filari degli eucaliptus del proprio podere, ai limiti sfuocati dalla foschia dei contorni montani o collinari o all'orizzonte delle campagne rigate a curva dalle strade comunali e provinciali e dai colori mutanti dei campi e della vegetazione spontanea e selvatica.

Un popolo che da millenni esiste e resiste come la natura in cui vive, un popolo ed una natura più vicini al paradiso rispetto al purgatorio o inferno modificato dallo sviluppo degli esseri ed al cambiamento degli habitat in una continua rincorsa per un benessere che non si raggiunge mai a causa della continua involuzione crescente dei bisogni quotidiani della vita, degli status e dei ruoli che vengono prismati secondo ottiche meno umane e naturali. E questo popolo quindi, che si dichiara sardo, può essere considerato, nonostante gli stimoli e le violenze subite dal condizionato cambiamento, il più puro ed il più vicino alla originaria spontaneità del popolo perfetto, a condizione che si correggano alcune storture indotte dal ritmo imposto e non originale.

E se perfetto non è o non lo sarà mai, potrà diventare, se lo vorrà, un popolo eletto e prescelto per confermare che una perfezione di origine vi è stata e che una grande quantità di tracce si possono riscontrare e riconoscere nel popolo sardo più che in qualsiasi altro popolo. Eletto quindi per riscoprire, recuperare e rivalutare un modo di essere individuo, comunità e popolo e sperimentare un ritorno verso un futuro più paradiso che purgatorio, prima di decadere nell'essere inferno in termini umani e di natura. Un tornare indietro per continuare ad andare avanti, senza frenare bruscamente per non deragliare ma rallentando prudentemente la rincorsa effimera del benessere materiale per recuperare e riappropriarsi del benessere umano e sociale che il popolo sardo ha incarnato dentro di sé per natura, conservato, custodito quasi gelosamente ma sempre messo a disposizione di chiunque abbia voluto scoprirlo per farne tesoro di vita e non convinzione di debolezza per dominarlo. Un compito quello del popolo sardo dei popoli accomunati, che può diventare esempio e metodo virtuoso e sperimentale, ancora e sempre a disposizione degli altri popoli, piccoli o numerosi che siano, che ne vorranno verificare e migliorare la attuazione come impegno doveroso per recuperare la genuinità dell'essere popoli ed individui diversi ma simili, facenti parte del più grande e completo popolo che è l'umanità in ogni secondo che scorre della storia vissuta come vita nelle vite e per le vite alla ricerca della felicità.E forse è per questo motivo che il popolo eletto sardo è considerato dagli esterni dominatori un popolo da sottomettere, sfruttare ed umiliare, disperdere ed annullare.

Oggi più che mai la prospettiva energetica rappresenta una drastica soluzione per un annullamento minacciato ma necessario come sacrificio per permettere al restante sub popolo italiano di beneficiare della energia vita,e per perpetrare il sistema del consumo sfrenato ai quali non si può fare a meno, alla faccia della purezza del popolo sardo. Certo che le motivazioni per la sicurezza della salute e del benessere ci sono tutte, ma i beneficiari relativi di questa sicurezza perpetua vivono al di là del mare e non è garantito neanche per loro il beneficio della salvezza in caso di disastro perché il vento e la sua direzione potranno accelerare il coinvolgimento di altri sub popoli dell'italica nazione che nazione non è. Un sacrificio estendibile ma necessario, inevitabile, utile per far funzionare le fabbriche del centro nord ed arricchire i padroni e sostenere i lavoratori delle aziende energivore, per illuminare gli uffici dei cervelloni che solo al centro nord sanno funzionare, per evidenziare anche di notte i monumenti che solo da quelle parti hanno valore e necessità di evidenza, perché la storia li coinvolge mentre nella terra del popolo sardo li ignora e li cancella dal vissuto meritevole di essere ricordato e studiato. Eppure questo popolo eletto si è sempre sacrificato per la storia del mediterraneo sin dai tempi antichi, ma sicuramente non ha meritato il rispetto e la dignità che spettano a chi è eletto, non si sa da chi.

Stanno in questi giorni maturando diversi "gravi problemi" che interessano la sopravvivenza nelle diverse forme del popolo sardo. Il meno fisico ma comunque di valenza storica e sociale è il rischio che nella morsa dello spending review, parte degli archivi di Stato che riguardano fatti ed atti avvenuti in Sardegna dal XII secolo ad oggi, siano trasferiti negli archivi di Roma, dagli uffici provinciali di archiviazione e tutela.

Saranno cancellate così le tracce del valore di un popolo e dei soprusi subiti. Sarà annullata la memoria e le sue prove.
Allontanato con referendum il più grave dei pericoli per la sopravvivenza fisica del popolo sardo con la installazione in Sardegna delle centrali nucleari e di tutto ciò che ne sarebbe conseguito in termini di servitù per le scorie, rischia di essere cancellata la prospettiva del popolo eletto di essere utile come esempio e modello di recupero della rettitudine di vita, al mondo intero utilizzando il campo di concentramento culturale per annullare qualsiasi resistenza possibile di tipo storico, culturale e soprattutto sociale.

Sarà cancellata la prova della esistenza del popolo eletto, reo di non allineamento e fedeltà sino al massimo sacrificio, e tutto questo in cambio della lealtà sin qui dimostrata.

Vincenzo Carlo Monaco

Da SARdies del 14 Luglio 2012

giovedì 26 luglio 2012

NEL MEDIO CAMPIDANO ESISTE UN'ALTA PERCENTUALE DI MALATI DI PARKINSON

Parkinson da pesticidi: riconosciuta in Francia la malattia professionale

Lunedi 7 maggio è entrato in vigore in Francia un decreto che conferisce al morbo di Parkinson lo status di malattia professionale per gli agricoltori e stabilisce esplicitamente un nesso di causalità tra questa patologia e l'uso di pesticidi.
Lo scorso febbraio, la vittoria in tribunale di un agricoltore che aveva intentato una causa contro la Monsanto per averlo avvelenato con i vapori di uno dei suoi erbicidi, Lasso, aveva già creato un precedente. A seguire una manifestazione di agricoltori al Salone dell'Agricoltura, presso lo stand dell’industria dei fitofarmaci, richiedeva il riconoscimento delle malattie professionali legate all'uso dei pesticidi e il ritiro dei prodotti pericolosi.
Il riconoscimento ufficiale rappresenta dunque una vittoria per questa mobilitazione e acquisisce un carattere importante sia a livello simbolico che concreto aprendo la possibilità a sostegni finanziari per l’incapacità di continuare a lavorare. Un percorso cui dar seguito in Italia aggredendo radicalmente le problematiche legate a produzione, uso e residui dell’agrochimica. Un esempio da seguire, dunque, e una strada, quella dei pesticidi, da abbandonare.

TESTO ORIGINALE

GALSI - Claudia Zuncheddu: "l’ennesima beffa ai danni della Sardegna"

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 13 luglio 2012 alle ore 12.47 ·
 



Il progetto Galsi è in bilico. L’ultima parola spetta al gruppo energetico algerino Sonatrach che ha fatto slittare ogni decisione a novembre. L’annuncio è arrivato ieri per voce di Abdelhamid Zerguine, presidente e direttore generale della società. Il numero uno della Sonatrach ha parlato di “contrasti ” che sarebbero nati sul costo da applicare al combustibile: per gli altri soci della Galsi spa andrebbe calcolato in base alle quotazioni del petrolio, ipotesi respinta dagli algerini. Che mandano l’ultimatum: «Possiamo impegnarci», afferma Zerguine, «se abbiamo dei contratti chiusi, la quantità del metano è lì. Non possiamo investire senza garanzie». Tradotto, saranno gli algerini a decidere se i 900 km di tubi carichi di metano si faranno: senza la Sonatrach il gasdotto rischia di rimanere solo sulla carta. Infatti il colosso algerino non solo ha la materia prima, il gpl, ma è in possesso del 41% delle quote della Spa Galsi, le altre sono spalmate tra Edison (20%), Enel (15%), Sfirs (11%, controllata dalla Regione Sardegna) e gruppo Hera (10%).

LA REGIONE CI CREDE ANCORA
«È la terza volta che il gruppo algerino fa retromarcia», attaccano gli indipendentisti di A Manca Pro s’Indipendentzia, «forse temendo ulteriori problemi legali che affosserebbero del tutto un gruppo già pesantemente inquisito». Di sicuro la regione Sardegna scommette, e molto, sulla realizzazione del mega impianto. Oltre ad essere proprietaria, tramite il braccio finanziario della Sfirs dell’ 11% delle azioni, ha stanziato 150 milioni nell’ultima finanziaria: per il 2012 sono sul piatto 38 milioni, altri 112 complessivi sono pronti per il 2013 ed il 2014. Non sono gli unici finanziamenti: tutta l’opera costerà intorno ai 4 miliardi di soldi pubblici. L’idea del grande metanodotto prende forma nel 2001 con l’accordo siglato tra Italia e Algeria. L’obiettivo era chiaro: metanizzare l’isola, dove ci sono molte industrie energivore, per far abbassare il prezzo del gpl, visto che quello sardo viene pagato a caro prezzo. Gli sconti sulla bolletta vengono stimati tra il 30 ed il 40% in meno, senza contare la possibilità di tutti i comuni di allacciarsi all’enorme tubo per utilizzare il gpl.

E se Pd e Pdl sono comunque d’accordo nel sostenere che il metanodotto sarà un vantaggio per l’isola, contro si schierano gli indipendentisti, appoggiati anche dai cittadini che hanno messo su un comitato. Troppe le zone d’ombra per gli oppositori, rispetto ai vantaggi, denunciate a chiare lettere anche dalla consigliera regionale Claudia Zuncheddu. Intanto l’esproprio di fette di terra sarda: 2000 ettari strappati saranno considerate servitù di passaggio, in pratica zone espropriate e pagate a prezzi più bassi. Non solo, i 600 km di tubi sottomarini rischiano di mettere in pericolo l’ambiente marino e come se non bastasse, è dubbia la possibilità di collegamento alla rete dei 38 comuni per la mancanza della progettazione degli allacci. Insomma, l’ennesima beffa ai danni della Sardegna, l’annuncio di Zerguine forse mette uno stop non di poco conto.
Francesca Ortalli

Da Sardegna Quotidiano del 13 luglio 2012

GALSI: GLI ALGERINI VOGLIONO VENDERE IL GAS AD UN PREZZO FISSO, NON REGALANO NIENTE!

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 13 luglio 2012 alle ore 11.47 ·
 



Nell’ovattato linguaggio della diplomazia energetica è una condanna senza appello, sia per il tono che per le ragioni scelte. Sonatrach, la società dello stato algerino che detiene il 41,6 per cento del Galsi, il gasdotto che dovrebbe collegare l’Africa con l’Italia passando per la Sardegna, ha deciso di rinviare a novembre ogni decisione sull’opportunità di abbandonare o sviluppare il progetto. Abdelhamid Zerguine, presidente e direttore generale di Sonatrach, ha «rivelato per la prima volta» (parole citate dall’agenzia di Stato algerina) che «la decisione di avviare l’intervento è stata ritardata in ragione delle formule di prezzo che i soci volevano imporre a Sonatrach.

Non faremo alcun progresso sino a che la decisione sui prezzi non sarà assunta». Uno stop preoccupante. Sonatrach, peso massimo (11°) nel mercato mondiale degli idrocarburi, con un giro d’affari di 77 miliardi di dollari nel 2011, con il nuovo presidente da dicembre sta, lentamente ma decisamente, modificando le sue strategie. Una riprova si ha con i progetti nei prossimi anni per due rigassificatori con una capacità di 12 miliardi di metri cubi l’anno, un terzo superiore alla capacità dello stesso Galsi.

Il gas trasportato via mare, rispetto alle condotte fisse, ha il vantaggio di poter essere immesso su un mercato senza barriere e con prezzi variabili. I retroscena. La scelta di Sonatrach fa emergere un contrasto allo stato attuale non risolvibile.

Gli algerini vogliono vendere il gas ad un prezzo fisso, con contratti, con la formula protetta del take or pay, anche decennali. I soci commerciali e industriali di Sonatrach in Galsi (Enel, Edison ed Hera) viste le oscillazioni e il ribasso progressivo del prezzo del gas vogliono invece un prezzo libero, ancorato ad alcuni parametri, come il prezzo del petrolio, il costo del kilowatora prodotto dalle centrali a ciclo combinato, il prezzo medio del gas trasportato via nave. Gli algerini, per i quali il gas rappresenta l’unica consistente fonte di reddito sui mercati mondiali, sono però avversari tenaci e ribadiscono che il sistema dei prezzi fissi a lungo termine è per loro l’unica garanzia.

Ma perché novembre è il mese delle decisioni definitive? Una lettura ottimista lega quel periodo al possibile arrivo dell’autorizzazione finale sui lavori; solo dopo quel passaggio si potrà ufficialmente avviare il progetto. Ma c’è una diversa versione che lega novembre ad altre scelte. La Russia. A irrompere sulla scena, con la sua dirompente capacità persuasiva, è stato il presidente russo Putin. Lo scorso marzo Putin è atterrato ad Algeri per chiudere un accordo miliardario di compravendita di armi all’esercito algerino: 7 miliardi di dollari, pagati però non direttamente ma con un accordo energetico che vede Mosca nel settore gas algerino e collaboratrice con la stessa Algeria per operare al meglio nel mercato europeo.
 Secondo indiscrezioni tra gli accordi ci sarebbe stata anche la cessione di una quota di Sonatrach in Galsi, ma solo per fermare il progetto.
E sempre a novembre, ha annunciato Putin lo scorso giugno, partiranno i lavori per la realizzazione del South Stream, il gasdotto che dalla Russia passando per il mar Nero arriverà nei Balcani e poi toccherà Trieste.

Questo gasdotto vede la attiva, radicata e decisiva partecipazione di Eni. L’Eni. Il cane a sei zampe in questi anni ha percorso una propria politica energetica di diversificazione delle fonti e di presenza sui principali bacini estrattivi e commerciali. Una politica molto oculata, da sempre parallela alla diplomazia ufficiale, che non ha mai considerato il Galsi come strategico, sia per le dimensioni del progetto che per lo spirito con cui il Galsi è nato. Ma tutto ciò non significa che Eni non abbia ottimi rapporti con gli algerini, che riforniscono il nostro paese con il gasdotto che dalla Tunisia arriva alla Sicilia. Il punto è che il Galsi (primo metanodotto non controllato dall’Eni che potrebbe approdare nel nostro territorio), sia per le ridotte capacità che per gli squilibrati rapporti di forza nella compagine azionaria non ha mai trovato favorevole l’Eni, decisa nel procedere con il South Stream, strategico più del Galsi.

La Regione. In questo scontro di pesi massimi, la Regione recita il ruolo della formica. E aspetta che altri prendano le decisioni finali. Il suo peso in Galsi è limitato, solo il 10 per cento con la Sfirs, ma soprattutto è ridotta la sua capacità politica per spostare gli equilibri tra gli interlocutori. Così si spiegano le parole prudenti e accorte del presidente della Sfirs Antonio Tilocca: «Tecnicamente la scelta degli algerini, partner capacissimi e scrupolosi, è corretta: solo dopo novembre si potrà prendere la decisione definitiva sul Galsi. Certo le dinamiche sui criteri per la scelta dei prezzi fanno parte delle relazioni tra le parti, ma ritengo che se i nostri principali partner avessero voluto lasciare il tavolo lo avrebbero già fatto. Sono ancora seduti e stanno trattando. Già questo è un buon segno». Sarà.
(Giuseppe Centore)

Da La Nuova Sardegna del 13 luglio 2012

mercoledì 11 luglio 2012

CAPPELLACCI INCONTRA L'EMIRO DEL QATAR. Il summit segreto si è svolto a Roma

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno sabato 30 giugno 2012 alle ore 14.27 ·
 



Un altro incontro, segreto e ravvicinato, per mettere a punto la strategia degli investimenti turistici nel sud della Sardegna, ma per discutere anche di trasporti e di politica energetica, pare alla presenza di uno degli uomini più ascoltati di Silvio Berlusconi.
L’emiro del Qatar e Ugo Cappellacci si sono dati appuntamento nella Capitale, lontano da occhi indiscreti, ma la notizia è rimbalzata a Porto Cervo, dove è atteso in tempi brevi il ricambio dei dirigenti (andrebbero via quelli della Starwood per far posto a uomini di fiducia di Al Thani), nella tarda serata di ieri.

FACCIA A FACCIA
 Un colloquio a tutto campo, quello tra il governatore sardo e il nuovo proprietario della Costa Smeralda, organizzato alla fine del “blitz” italiano di Hamada bin Jaber Al Thani, che otto giorni fa era atterrato a Olbia con il suo Boeing 747, a poche ore dall’ormeggio nella baia di Cala di Volpe del suo yacht Al Mirqab, quasi 140 metri di lusso sfrenato.
Al summit, almeno per una parte, avrebbe partecipato anche Valentino Valentini, il consigliere speciale del Cavaliere, uno degli uomini a lui più vicini, il poliglotta che parla correntemente sette lingue e che per l’occasione avrebbe anche festeggiato il suo compleanno (proprio l’altro ieri ha compiuto mezzo secolo di vita). Valentini sa tanto di energia, e conosce benissimo Vladimir Putin, che nel 2010 lo ha insignito del prestigioso Ordine di Lomonosov. Per un lungo periodo il consigliere ha seguito, al di fuori dei canali diplomatici ufficiali, la trattativa tra Eni e Gazprom.

LA PARTE SARDA
Cappellacci e Al Thani hanno analizzato, prendendolo di petto, lo stato dell’arte delle trattative sull’insediamento turistico da realizzare nella parte meridionale dell’isola.
Per oltre una settimana, il fratello del sovrano del Qatar ha soggiornato al Forte Village e nessuno ha mai creduto che fosse lì per una vacanza. Per una cifra di partenza che supera di poco i 600 milioni di euro (più o meno la stessa cifra pagata per entrare in possesso di quello che fu il paradiso dell’Aga Khan), un’apposita società facente capo all’emiro potrebbe acquisire dalla holding di Emma Marcegaglia quello che per anni è stato (ed è tuttora) considerato il resort più prestigioso del mondo.
Va da sé che un gruppo capace di offrire in Sardegna due proposte di turismo a sette stelle come la Costa Smeralda e la struttura di Santa Margherita di Pula, avrebbe l’opportunità di catturare i vacanzieri più facoltosi del pianeta. L’alternativa al Forte potrebbe essere rappresentata da Teulada, ma su quella zona esisterebbe un forte interesse del sultano dell’Oman, il cui sbarco a Cagliari, con due navi e mille persone al seguito. è previsto ad horas. Quaboos bin Said al Said infatti tornerà in Sardegna dopo 16 anni dall’ultima visita e ha tutta l’intenzione di investire un pacco di milioni di dollari nella zona sud della Sardegna. Tra il sovrano dell’Oman e quello del Qatar, tra l’altro, non esiste rivalità: i due raccontano di essere amici.

LA COMPAGNIA AEREA
Cappellacci e Al Thani si sono soffermati diffusamente anche sul tema dei trasporti. Avrebbe poco senso infatti realizzare insediamenti turistici di altissimo livello se contemporaneamente non fossero garantiti collegamenti rapidi ed efficienti. E così, accanto all’ipotesi di acquisire la proprietà di Meridiana Fly (ipotesi smentita proprio su questo giornale dall’amministratore delegato della stessa compagnia aerea), si sarebbe discettato anche di crearne una ex novo, una sorta di vettore satellite di Qatar Airways.

Da L'Unione Sarda del 30 giugno 2012

domenica 1 luglio 2012

Doddore Meloni a Porto Torres Continua marcia per l'indipendenza

Beniamino Scarpa incontra Doddore Meloni (foto: Ufficio stampa Comune di Porto Torres)
Beniamino Scarpa incontra Doddore Meloni 
(foto: Ufficio stampa Comune di Porto Torres)
 
 
PORTO TORRES. La “marcia per l’indipendentismo” promossa da Doddore Meloni, responsabile del movimento Paris – Malu Entu, ha fatto tappa questa mattina a Porto Torres. Doddore Meloni, accompagnato da Pino Giordo e Sandro Mascia, ha incontrato il sindaco Beniamino Scarpa nel Palazzo del Marchese, sede istituzionale del Comune di Porto Torres. Meloni ha illustrato al primo cittadino l’attività di sensibilizzazione svolta in queste settimane in diversi Comuni della Sardegna per difendere la legittimità della consultazione sull'indipendenza del popolo sardo, promossa dal movimento e bocciata dall’Ufficio regionale per il referendum. Il sindaco e il rappresentante indipendentista hanno convenuto sulla necessità che venga garantito ai cittadini il diritto a esprimersi. Doddore Meloni ha annunciato che la marcia per l’indipendentismo proseguirà domani a Sassari e toccherà nei prossimi giorni anche altri centri del Nord Sardegna. 
 

venerdì 22 giugno 2012

Indipendenza, indennità, immoralità e ansia di potere

DAL BLOG DI PAOLO MANINCHEDDA (PSD'AZ) ...se gli indipendentisti facessero una proposta unitaria di governo della Sardegna e di competizione con l’Italia potrebbero vincere.

19 giugno 2012 
 
sl0966Ripetutamente ho chiesto, in questi ultimi due anni, di andare a votare anticipatamente. Perché? Perché penso che oggi, se gli indipendentisti facessero una proposta unitaria di governo della Sardegna e di competizione con l’Italia potrebbero vincere.
Oggi, ciò che a lungo è stata una minoranza culturale, può scrivere una pagina importante della storia sarda, perché l’indipendentismo odierno non è rappresentazione di purezza ideologica, non è settarismo, è invece proposta di governo,  capace di risultare convincente per gli operai, per i professionisti, per gli imprenditori, per i disoccupati, per le persone. Vorrei andare a votare per dar voce a questa novità: l’indipendentismo è oggi risposta ai problemi, proposta di soluzione; è il luogo di maggiore concentrazione delle competenze e delle novità. Soffre ancora di ideologismo, di vocazione alla frammentazione e all’esclusione, ma è ormai forza di governo.
Che cosa disturba di questo rinnovato spirito dell’indipendentismo sardo? Disturba l’autonomia culturale e politica dalla Destra e dalla Sinistra italiane. Disturba la disinvoltura  con cui cerca di disarticolare la Destra e la Sinistra sarde (questa è l’accusa principale che muovono al sottoscritto, che non ha mai nascosto di non appartenere né all’una né all’altra e di lavorare per consumarle entrambe). Disturba l’indifferenza alle parole d’ordine del culturame italiano. Disturba l’irriverenza verso i simboli dell’immobilismo italiano (dalla sacralità della Costituzione alla venerazione per Napolitano). Disturba, in una parola, la pretesa di centralità dell’indipendentismo sardo.
In questo quadro si inserisce la battaglia politica innescata sulla leggina per le indennità.
Io ho votato per tagliare l’indennità del 30%, la diaria del 20% e i fondi ai gruppi del 20%. Poi per cinque giorni ha prevalso un’interpretazione del testo (che ha aporie procedurali, certamente, però assolutamente risolvibili) che portava a ritenere che il taglio fosse stato ridicolo. Adesso si è capito che il taglio è il più consistente mai realizzato. Adesso si è capito che, mentre fino alla XII legislatura le indennità sono aumentate, nella XIII sono diminuite di poco e in questa sono diminuite e diminuiranno di molto. Il merito della questione, dunque, è incostestabile e comunque sarà presto visibile.
Eppure, nonostante tutto questo stia progressivamente diventando chiaro, una parte consistente della sinistra radicale (non della sinistra sociale) si trova unita con l’estrema Destra a volere produrre la fine della legislatura in virtù di una censura morale generica e generalizzata. Il grillismo di popolo sta generando il grillismo di élite.
Il disegno politico mi pare chiaro. La piccola borghesia sarda delle professioni garantite, la più italiana che ci sia, intravede la possibilità di conquistare il governo dell’Isola sull’onda dell’indignazione; capisce che c’è qualcosa di importante nell’aria, un cambiamento inevitabile, e si candida a governarlo, non però con un progetto, ma con una condanna. La condanna è il progetto. Meccanismi già visti e tragicamente conclusisi nella storia.
Il vero obettivo di questo endorsement dell’indignazione (che socialmente è meno radicata di quel che sembri, perché operai, imprenditori, insegnanti ecc, sono alle prese con altri problemi e sono molto attenti a chi ha idee per produrre soluzioni) da parte delle seconde file dell’attuale classe dirigente (perché socialmente questo erano e sono molti capi dell’indignazione) è la conquista del governo della Sardegna senza dover correre il rischio e la fatica di dire il proprio programma di governo.
Perché questo silenzio? Perché sostituire la condanna degli altri al proprio progetto? Perché il progetto è banalmente un progetto autonomista; è banalmente una promessa di buon governo ordinario; è una promessa etica - noi siamo migliori - non politica.
Mi vengono in mente facili paragoni con la storia, la tragica storia italiana, ricchissima di episodi di presunto cambiamento prodotti dall’indignazione e risoltisi non in una riforma profonda delle istituzioni, dei processi culturali, delle dinamiche della libertà e dell’economia: no. Si sono tutti puntualmente risolti in un mantenimento delle istituzioni consunte e inefficienti.
A maggior ragione bisogna andare a elezioni: bisogna accettare di misurarsi col Partito della Condanna e delle Condanne , il quale sa che l’unica forza che ha un progetto da contrapporre all’estetica delle forche è l’area indipendentista. Fino a che il Partito della Condanna non si misura col consenso, dichiarerà di rappresentare il popolo, usurperà una delega che non ha (un po’ come fanno il Corriere e Repubblica), ma soprattutto si sottrarrà al dovere di illustrare il proprio progetto di governo.
Il confronto sui temi etici è importante: bisogna accettarlo a testa alta e con memoria lunga. Si parla, per esempio, di realizzare un taglio più consistente sui fondi per i Gruppi. Quindi, dopo l’unico provvedimento mai assunto sui tagli ai gruppi, si rilancia. Ma perché prima non si parla di fare chiarezza fino in fondo sulla loro gestione passata e presente? I silenzi sono più eloquenti delle dichiarazioni. C’è stata un’inchiesta in Sardegna sull’utilizzo dei fondi dei Gruppi consiliari, un’inchiesta seguita con attenzione dalla Nuova Sardegna e sulla quale non si è scatenata alcuna indignazione. Perché? Io un’idea ce l’ho. Ne riparleremo.

TESTO ORIGINALE

DODDORE MELONI CON LE PROVINCE: UN'ALLEANZA SUI REFERENDUM

La marcia di Doddore Meloni per deifendere il suo referendum sull'indipendenza è arrivata a Cagliari. Per un incontro con i presidenti delle province riuniti al palazzo regio 

 

GUARDA IL VIDEO ... 

venerdì 15 giugno 2012

TERESA PANI, sindaco di Villacidro, chiama i carabinieri e si rifiuta di ricevere Doddore Meloni

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 15 giugno 2012 alle ore 0.14
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Prosegue "Sa passillada longa", la lunga passeggiata degli indipendentisti sardi di Par.i.s.-Malu Entu, guidati dal leader Doddore Meloni, per visitare paesi e municipi della Sardegna e protestare contro l'inammissibilita' del referendum sull'indipendenza dell'isola, decretato dalla Regione sarda, sul quesito 'Sei d'accordo, in base al diritto internazionale delle nazioni unite, al raggiungimento della liberta' del popolo sardo, con l'indipendenza?".

Oggi gli indipendentisti sono partiti da Siliqua, "dove siamo stati ricevuti dal neo eletto sindaco Andrea Busia. Poi - spiega Doddore Meloni - abbiamo proseguito verso Vallermosa dove anche qui siamo stati ricevuti dal neo sindaco che si e' associato alla dichiarazione di Busia nel prendere posizione contro la negazione del diritto universale del voto sul referendum per l'indipendenza".

Ma la solidarieta' si e' fermata all'ingresso della provincia del Medio campidano, nel capoluogo, Villacidro, "dove - spiega Meloni - il sindaco Teresa Pani si e' rifiutata di riceverci per mancanza di tempo con la scusante di essere in altre faccende".
Quindi c'e' stata "una temporanea occupazione, con l'arrivo dei carabinieri, chiamati dall'amministrazione comunale, ma tutto si e' risolto con l'intervento del Segretario comunale e del vice sindaco. Dopo una lunga diatriba sulle leggi internazionali - spiega Meloni - si rendevano conto ed approvavano che il concetto del diritto universale del voto comprendeva anche i sardi! Promettendo che avrebbero redatto un documento di solidarieta' a che il referendum avesse luogo".

Da Villacidro gli indipendentisti di Malu Entu sono andati a San Gavino, "dove il Sindaco ci ricevera' domattina alle 10", poi sara' fatta tappa a Sanluri e proseguira' per Lunamatrona.

Da L.Q.it del 14 giugno 2012

EQUITALIA, incassi d’oro dai sardi

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno mercoledì 13 giugno 2012 alle ore 0.17 ·



Pagare le tasse è un dovere ma riscuoterle è un vero affare per Equitalia. E la situazione è stata amplificata dal decreto “salva Italia” che ha sostituito l’aggio con un rimborso dei costi fissi che risultano dal bilancio certificato; (Equitalia è una società per azioni). Ed è qui che nasce il problema: più la struttura è grande, più sarà destinata a incassare. Capita così che nemmeno il pagamento dei tributi sia uniformato nelle diverse regioni del Paese.

I sardi, ad esempio, sono inseriti in una delle tre “aziende”: Equitalia centro. Da uno studio effettuato dal presidente della commissione Autonomia del Consiglio regionale, Paolo Maninchedda, il costo totale degli organismi è di 3,5 milioni.

«Ogni amministratore delegato costa intorno ai 250 mila euro e ogni direttore generale duecentomila», afferma Maninchedda, «e tra l’altro risulta che un amministratore e un direttore siano stati reclutati tra i dirigenti in pensione e quindi altri dirigenti sono a spasso». E pesano sul bilancio, così come i consulenti. Il riflesso sulla Sardegna è particolarmente penalizzante perché Equitalia centro, alla fine, pratica condizioni davvero peggiorative rispetto a quelle di Equitalia nord e di Equitalia sud.

Accade che i contribuenti delle regiioni controllate da Equitalia centro siano sommersi da solleciti di pagamento per cartelle notificate nel 2000 e recanti trbibuti e sanzioni che risalgono addirittura al 1994. Tutte azioni che dovrebbero essere prescritte e che, invece, non solo portano il contribuente a pagare ma trasformano importi minimi in cifre importanti. Trattamento diverso nel Mezzogiorno d’Italia: Equitalia sud non torna indietro nelle sanzioni sino alla fine dlela prima repubblica ma si ferma al 2006.

Al Nord, Equitalia non ricorre nemmeno ai solleciti; (eppure anche se la situazione economica è migliore anche nelle regioni settentrionali c’è un discreto livello di pagamenti arretrati). Non è tutto. Spiega Maninchedda: «Ci sono regioni che applicano la normativa sulla cessione volontaria degli immobili ipotecati da Equitalia ed altre che non la applicano, ovvero ogni regione, se non ogni provincia, applica diversamente o addirittura non applica per niente le nuove norme sulla riprogrammazione delle rateazioni».

«C’è più di un motivo per chiedere l’immediata chiusura delle tre società», afferma Paolo Maninchedda, «facendo confluire il coordinamento su un unico soggetto lasciando il governo del territorio alle direzioni regionali e provinciali così come avviene per l’Inps e per l’Agenzia delle entrate».
Ma attenzione: tutto questo deve avvenire al più presto: prima che il territorio sia ulteriormente lacerato.

Da La Nuova sardegna dell' 11 giugno 2012

INDIPENDENZA: Il popolo sardo si pronuncerà, consultazioni autogestite come in Catalogna


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno domenica 10 giugno 2012 alle ore 18.03 ·



Sarà un referendum alla catalana. Nonostante la bocciatura del quesito proposto da Doddore Meloni, gli indipendentisti non rinunciano a chiedere ai sardi di pronunciarsi sull’ipotesi di una repubblica autonoma nell’isola. E contano di prendere ispirazione da quel che hanno fatto a Barcellona e dintorni: dei referendum auto-gestiti, non ufficiali, organizzati da forze politiche e attivisti per portare la popolazione a pronunciarsi in favore dell’indipendenza o contro.

L’IDEA. È l’intenzione annunciata dallo stesso Doddore Melom subito dopo che l’Ufficio regionale per i referendum ha respinto la sua richiesta di una consultazione sull’argomento. Ed è anche l’idea, seppur ancora embrionale, di altri movimenti indipendentisti. «Il referendum, in un modo o nell’altro, si farà, prevede Omar Onnis, presidente di Progres-Progetu Republica.
Ovviamente, un’iniziativa autogestita - avendo un valore puramente politico - avrebbe successo solo con una grande affluenza popolare. In Catalogna hanno fatto così, hanno messo su banchetti e urne artigianali e chiamato a raccolta i cittadini. I voti in favore dell’indipendenza hanno superato il 90%, ma a dare grande forza alle consultazioni è stata la partecipazione straordinaria.
Anche nell’isola, una mobilitazione limitata a pochi manipoli di attivisti resterebbe velleitaria. Altro impatto avrebbe una folla in fila ai seggi.

SENTIMENTI DIFFUSI. Da questo punto di vista, Onnis è ottimista: «C’è forte interesse per questo tema. Lo dimostrano il recente sondaggio dell’Università di Cagliari, le 30mila firme raccolte dal Fiocco verde su una proposta di sovranità fiscale, e la stessa iniziativa di Doddore».
Progres aveva espresso dubbi sull’opportunità della scelta di Maluentu, «ma la bocciatura di quel referendum - riflette il presidente - è opinabile anche sotto il profilo giuridico. Lo stesso Ufficio regionale non aveva obiettato alcunché ai dieci quesiti per cui si è votato un mese fa, eppure alcuni aprivano forti dubbi di legittimità: come quello contro le Province storiche previste dalla Costituzione e dallo Statuto speciale».
L’ipotesi di referendum auto-gestiti sarà presto valutata dalle varie forze indipendentiste:
«Ancora nulla di definito», precisa Onnis. «Comunque se i sardi vorranno l’indipendenza, prima o poi ci arriveranno, a meno che non siano bloccati con la repressione. La comunità internazionale riconosce il diritto ad autodeterminarsi».

«SERVE UN PROGETTO». Qualche dubbio in più da parte di Salvatore Melis, segretario dei Rossomori: «Non crediamo all’indipendenza fatta coi colpi di mano. Non abbiamo firmato il referendum di Doddore perché riteniamo che, prima, vada costruito un progetto politico-istituzionale». A partire da atti di governo concreti: «Molti strumenti già sanciti dallo Statuto speciale», riprende. «come le zone franche e non solo, non sono stati mai attuati e non per colpa dello Stato, ma per nostre incapacità. Iniziamo ad appropriarci delle competenze su scuola ed energia, o di quelle dell’Anas, che assurdamente gestisce soldi regionali».

«LIBERTÀ VIGILATA». Invece Claudia Zuncheddu (Sardegna libera) è d’accordo con chi guarda alla Catalogna o alla Scozia: «Il processo di condivisione sui temi dell’autogoverno e dell’indipendenza è democratico e popolare, comporta un ampio coinvolgimento di coscienze, persone e organizzazioni che promuovano una trasformazione culturale e politica». Ma la bocciatura del referendum di Maluentu «rappresenta un gravissimo attacco al diritto di espressione dei cittadini sardi. È una situazione di libertà limitata e vigilata».
Anche dalla Zuncheddu arriva un richiamo al «diritto internazionale all’autodeterminazione. Di fronte alla crisi economica che vede la Sardegna sempre più piegata, impoverita e vilipesa, la classe politica italiana dimostra di aver paura che noi sardi possiamo fare a meno dell’Italia e autogestire le nostre risorse, creando benessere e prosperità per famiglie e imprese».
Giuseppe Meloni

Da L'Unione Sarda del 10 giugno 2012

REFERENDUM INDIPENDENZA - Bustianu Cumpostu: «Non era il momento giusto»


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno domenica 10 giugno 2012 alle ore 0.11 ·
 


Per il leader di Sni, Bustianu Cumpostu, l'iniziativa referendaria era prematura Ma per Sardigna Natzione è l'ennesimo sopruso ai sardi
«L'indipendentismo sta diventando un concetto collettivo, un qualcosa di accettabile. Ora è il momento di fare un salto in avanti e farlo diventare un concetto delegabile, la vera alternativa ai partiti italiani». Bustianu Cumpostu ha appena lasciato la scuola nuorese dove insegna ed era impegnato nei primi scrutini di fine anno ma si ferma senza indugio a parlare di Sardegna, indipendentismo, zona franca e della dichiarazione di non ammissibilità della proposta di referendum della Repubblica di Malu Entu da parte dell'ufficio regionale.

«Noi non eravamo d'accordo con Doddore Meloni -dice il leader di Sardigna Natzione - non nella sostanza naturalmente ma perché non era il momento per proporre il quesito referendario. L'indipendenza è un lavoro collettivo, dove è necessario il coinvolgimento di tutto il popolo sardo. L'iniziativa di Doddore ci è sembrata pericolosa per l'indipendentismo, sbagliata nella forma e nei tempi».

Quindi alla fine è meglio che l'iniziativa non sia andata avanti...
«Non dico questo. Dico solo che oggi non si poteva aspirare a raggiungere il risultato sperato che è poi quello di allargare la schiera di coloro che ci credono. Ciò non toglie che la mancata ammissibilità del referendum sia l'ennesimo sopruso dello stato italiano nei confronti del popolo sardo che non è nemmeno libero di esprimere un parere su un tema così importante».

Come è possibile oggi immaginare di conquistare per la Sardegna l'indipendenza dall'Italia?
«È possibile solo attraverso quella grande invenzione che si chiama Europa. I sardi non devono trattare con l'Italia, ma porsi come interlocutori delle altre nazioni europee. Tutto ciò che un tempo era guerra oggi è politica. Tutto ciò che prima si conquistava in battaglia oggi si conquista attraverso la possibilità data al popolo di esprimersi tramite i suoi rappresentanti nelle istituzioni. La Sardegna è più Europa che non Italia. L'Italia è per noi una gabbia che ci separa dall'Europa e dal Mondo. L'indipendenza della Sardegna non arriverà da una contrattazione con l'Italia. L'Europa deve portare la questione delle nazioni senza stato sullo stesso tavolo dove si risolvono pacificamente le questioni tra stati-nazione».
«Se si vuole costruire un'Europa moderna» riprende Cumpostu, «basata sulla libera adesione e condivisione dei popoli che ne fanno parte sarà necessario riconoscere le rivendicazioni d'indipendenza delle nazioni senza stato e riconoscere loro una soggettività indipendente».

Ma se la politica non è stata capace nemmeno di mettere in piedi un modello di zona franca o di vantaggi fiscali per la Sardegna come è possibile che ora possa favorire una spinta indipendentista?
«Guardi, io penso che un modello tradizionale di zona franca applicato dallo stato italiano alla Sardegna possa essere addirittura improduttivo per il nostro popolo. Noi siamo più per un sistema misto di zona franca e punti franchi attraverso il quale possano essere superate le molte disparità che esistono fra la Sardegna e l'Italia e fra le diverse zone della Sardegna. Un punto franco in una zona agricola dell'interno porterebbe una fiscalità di vantaggio enorme. Pensate se potesse produrre esclusivamente per l'industria turistica costiera. Quel poco di ricchezza che esiste nell'isola è concentrato vicino al mare. Le zone dell'interno devono quindi essere aiutate a superare questo gap con l'introduzione di uno strumento come il punto franco».

Una battaglia per la quale l'appoggio del Consiglio regionale e della Giunta sarebbe indispensabile.
«Sì. Ma non ci possiamo contare troppo. Noi con la Regione abbiamo solo rapporti di carattere istituzionale. Abbiamo avuto piacere che il presidente Cappellacci abbia condiviso con noi la battaglia per il referendum sul nucleare ma per il resto non ci sentiamo coinvolti. Per noi che alla guida della Regione ci sia il centro destra o il centro sinistra è assolutamente indifferente. L'indipendentismo non può essere che laico, qualsiasi forma di indipendentismo confessionale è incompatibile con gli interessi della nazione che dell'indipendentismo vuole fare strumento di liberazione nazionale».

Di conseguenza siete anche indifferenti al dibattito di questi giorni in Consiglio regionale che vede duramente contrapposte le diverse anime del Pdl ed il Presidente Cappellacci?
«È un teatrino. Tentano di far cadere la giunta Cappellacci per poter votare ancora con la legge elettorale in vigore, in modo da non perdere nessuno dei privilegi legati al vecchio schema a cominciare dalla spartizione delle poltrone».
Bepi Anziani

Da L'Unione Sarda del 9 giugno 2012 

PSD'AZ: Il processo di indipendenza non può fermarsi

Il processo di indipendenza non può fermarsi


Cagliari, 7 giugno 2012 – "Il dato che realmente dovrebbe impegnare il dibattito politico sardo è la dichiarazione di inammissibilità del referendum sull'indipendenza della Sardegna che nega il diritto del Popolo sardo all'autodeterminazione". Lo ha affermato il Segretario Nazionale del Psd'az Giovanni Angelo Colli, sottolineando come "a fronte di una nutrita  polemica innescata dall'assenza del Presidente Cappellacci al dibattito di oggi in Consiglio regionale, dobbiamo purtroppo registrare la completa  mancanza di reazioni per la bocciatura della proposta di consultazione popolare da parte dell'Ufficio regionale del referendum, che certifica ancora una volta il rapporto di subalternità e di sudditanza in cui è costretta la Sardegna – prosegue Colli – alla quale è perfino impedito di esprimersi liberamente attraverso lo strumento democratico del voto". Per il Segretario sardista è evidente che "al di là delle giuste ed immediate reazioni sul piano politico come su quello giuridico, il processo di indipendenza non può prescindere da un effettivo e profondo coinvolgimento di tutti i sardi ed ancor prima da una condivisione politica, che sia la più ampia possibile e che deve essere ricercata sia sul merito che sui tempi e sulle modalità del percorso da seguire".

INDIPENDENZA: SI VA AVANTI, ORA O MAI PIU' !

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 8 giugno 2012 alle ore 10.39 ·
 



«È una decisione politica e anticostituzionale contro la quale ricorreremo in tutte le sedi. Non solo: faremo comunque un referendum informale girando la Sardegna in lungo e in largo per chiedere ai sardi che cosa vogliono fare.
Spero abbiano un moto d'orgoglio e si ribellino allo Stato arrogante e tiranno».

Doddore Meloni ha appena ritirato la copia della delibera dell'Ufficio regionale del referendum che mercoledì ha dichiarato non ammissibile il quesito consultivo proposto dal suo movimento che chiedeva ai sardi se volessero l'indipendenza. Dopo aver letto le motivazioni, il leader di Malu Entu è ancora più convinto della battaglia che ha intrapreso.

Secondo Giangiacolo Pisotti, Vincenzo Amato, Tito Aru, Antonio Contu e Gabriella Massidda «la materia...non può essere oggetto di referendum consultivo» perché «...contrasta con l'ordinamento generale e i principi fondanti della Repubblica» e «...con l'articolo 5 della Costituzione in cui si afferma che la Repubblica è una e indivisibile». Inoltre, sostiene l'Ufficio, «...non è consentito sollecitare il corpo elettorale regionale a farsi portatore di modifiche costituzionali...».

Si aspettava la bocciatura?
«No, perché si tratta di un referendum consultivo in cui chiediamo ai sardi che cosa sperano per il loro futuro. L'ufficio elettorale ha preso una decisione politica».

Eppure nella motivazione della decisione è chiaro il riferimento alla Costituzione?
«Le valutazioni in materia di costituzionalità non dovevano nemmeno essere fatte. La legge regionale sul referendum all'articolo 7 stabilisce che l'ufficio deve verificare se le firme sono in regola e svolgere una funzione neutrale prescindendo da qualunque considerazione politica».

Quindi a suo avviso l'ufficio è andato oltre le sue competenze?
«Certo, noi chiedevamo solo un parere. Se ritengono incostituzionale il quesito si rivolgano alla Corte costituzionale».

Lei sa bene che la Repubblica Italiana è una e indivisibile.
«Sì, anche se non capisco, visto che siamo un'isola separata dall'Italia da acque internazionali. In ogni caso noi facciamo riferimento alla legge di ratifica della Carta delle Nazioni Unite del '57 e al Patto di New York del '66 che sanciscono il diritto di autodeterminazione dei popoli».

Ma prima c'è la Costituzione.
«L'articolo 80 della Costituzione dice che le Camere devono recepire i trattati ratificati anche se comportano variazioni territoriali».

Alle Carte da lei citate ha fatto riferimento la Catalonia?
«Esatto. Di recente il Parlamento europeo ha deciso che la Catalonia ha diritto all'indipendenza, che avrà anche la Scozia dal 2014. I Fiamminghi in Belgio hanno votato per la loro indipendenza, Malta, Cipro, la Slovenia, il Montenegro l'hanno ottenuta. Potrei citare molti altri esempi, dal Quebec alle tribù pellerossa che quattro mesi fa hanno ottenuto dalla Corte suprema degli Usa la restituzione delle loro terre e una provvisionale di 3,5 miliardi di dollari. L'ultimo caso è quello della Groenlandia che a metà 2011 ha ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca».

Ora che cosa farete?
«Innanzitutto ricorreremo al tribunale internazionale per i diritti dell'uomo e al tribunale civile contro un arbitrio dello Stato italiano contro il popolo sardo».

Poi?
«Faremo comunque una consultazione raccogliendo pareri in tutti i Comuni della Sardegna, non abbiamo bisogno di nessuna autorizzazione. Poi da martedì ci metteremo in marcia partendo da Carbonia, una delle zone più disastrate della Sardegna e considereremo virtualmente indipendenti tutti i luoghi dove passeremo».

Sente anche lei spirare un vento indipendentista?
«Sì, e penso che se questa volta i sardi non si muovono rischiamo di retrocedere verso il quinto mondo».

E i politici?
«Il Consiglio regionale deve insorgere e Cappellacci si deve dimettere».

Perché?
«Perché è stato lui a nominare i membri dell'ufficio elettorale che hanno bocciato il referendum facendo valutazioni politiche anziché limitarsi a verificare la correttezza formale delle firme».

Secondo lei il Consiglio, da cui emerge una sempre più diffusa insofferenza verso i soprusi dello Stato, la sosterrà?
«Una presa di posizione politica forte sarebbe importantissima. Spero che si mettano d'impegno per legiferare in materia. Non vedo perché possiamo farci una nostra legge elettorale e non possiamo esprimerci su questo referendum».

I sardi la sosterranno? «Spero che abbiamo un moto d'orgoglio. Combatto da trent'anni per l'indipendenza e mi sembra che non ci siano stati momenti più propizi per tirare fuori la testa. Ora o mai più».
Fabio Manca

Da L'Unione Sarda del 8 giugno 2012

Referendum: Psd'az, assordante silenzio Consiglio regionale -Per Cumpostu (Sni) bocciatura consultazione indigna popolo sardo


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 8 giugno 2012 alle ore 0.47 ·
 


La dichiarazione di inammissibilita' del quesito sull'indipendenza, da parte dell'Ufficio regionale del referendum "dovrebbe impegnare il dibattito politico sardo", ha detto il segretario Psd'Az, Giovanni Angelo Colli, per il quale il Consiglio regionale rispetto a "una nutrita polemica sull'assenza del presidente Cappellacci" ha mostrato invece "completa mancanza di reazioni per la bocciatura della consultazione".
Mentre il coordinatore di Sardigna Natzione (Sni), Bustianu Cumpostu, benchè non abbia condinviso l'iniziativa del referendum, ha detto che la sua non ammissibilita' indigna i sardi "prigionieri dell'Italia".

Da Ansa del 7 giugno 2012

LA RABBIA DI DODDORE MELONI - VIDEO

 Per la Regione è inammissibile il referendum consultivo sull'indipendenza. Marco Lai ha raccolto le reazioni del proponente, Doddore Meloni.
 
GUARDA IL VDEO ...

ISOLA INDIPENDENTE? BOCCIATO IL REFERENDUM


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno giovedì 7 giugno 2012 alle ore 23.43 ·
 



«Un furto di democrazia nei confronti di tutta l'Isola: se i sardi avessero sangue nelle vene scenderebbero in piazza e chiederebbero a gran voce le dimissioni della Giunta regionale e dell'ufficio del referendum».

Doddore Meloni non si aspettava una risposta in tempi così brevi e, soprattutto, una bocciatura così sonora. Per questo ieri notte, quando è arrivata la notizia dell'inammissibilità del quesito consultivo sull'indipendenza proposto da Malu Entu, Meloni ha reagito d'istinto, rimandando a oggi nuovi e più articolati commenti. Nelle scorse settimane aveva depositato 12999 firme («più la mia, che non conta, per via della condanna passata in giudicato per separatismo») a sostegno del quesito sull'indipendenza dell'Isola,

LA NOTIZIA È affidata a uno scarno comunicato dell'Ufficio regionale del referendum: «Il quesito («sei d'accordo, in base al diritto internazionale delle Nazioni Unite, al raggiungimento della libertà del popolo sardo, con l'indipendenza?») è stato ritenuto illegittimo in quanto la materia su cui verte non può costituire oggetto di referendum consultivo, che pur non essendo vincolante, appare tale da prospettare modifiche normative in termini inammissibili sull'ordine costituzionale e politico del Paese».

LE MOTIVAZIONI L'Ufficio presieduto dal magistrato Gian Giacomo Pisotta ha ritenuto che la richiesta violasse manifestamente i limiti previsti dalla legge e, specificamente, contrastasse con l'ordinamento generale e i principi fondanti la Repubblica, di cui la Sardegna è parte integrante, alla luce dell'interesse esclusivo dello Stato, tutelato costituzionalmente, essendo rivolta a discuterne il carattere unitario e indivisibile: «Tale principio è sancito nell'articolo 5 della Costituzione e dall'articolo 1 dello Statuto speciale per la Sardegna».

DODDORE Il commento del leader indipendentista, a fine serata, è sarcastico: «Per qualcuno forse questa sarà una bella notizia, ma forse scordiamo che nei giorni scorsi dall'Europa è arrivato un sostanziale via libera all'indipendenza della Catalogna. I sardi sono un'etnia garantita dalle norme da noi richiamavamo nel quesito bocciato, che ricordo era consultivo. Il popolo sardo non esiste: se esistesse sarebbe già in piazza a protestare per la democrazia negata».

Da L'Unione Sarda del 7 giugno 2012

giovedì 7 giugno 2012

Referendum sull’indipendenza incostituzionale? Niente lingua, niente ONU




Non può definirsi “Popolo” una collettività che non esercita i propri diritti.
Sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Le nazioni si affacciano nella storia in base ad elementi concreti o immaginari, ma quando una collettività non utilizza quelli concreti di cui dispone, può solo rifugiarsi nel mito o nell’economicismo. Un po come i leghisti padani. Eppure la Sardegna ha una sua lingua, una sua cultura e delle peculiarità storiche uniche. Sul fatto che le faccia (politicamente) valere si potrebbe stendere un velo pietoso.
Come si giustifica l’incostituzionalità con cui un ufficio regionale ha bocciato la possibilità di indire una consultazione sull’indipendenza dell’isola?
Il 6 giugno è stata annunciata l’inammissibilità del referendum consultivo in base ad un principio:
Tale principio è sancito nell’art. 5 della Costituzione Italiana (“la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”) nonché nello Statuto speciale per la Sardegna il cui art. 1 afferma che “La Sardegna con le sue isole è costituita in Regione autonoma fornita di personalità giuridica entro l’unità politica della Repubblica italiana, una e indivisibile, sulla base dei principi della Costituzione e secondo il presente Statuto”.
Si tratta di una decisione scontata, se non fosse che la stessa Repubblica è inserita a pieno titolo nei canoni del Diritto Internazionale, il quale legittima la libertà di autodeterminazione dei Popoli rispetto allo Stato di appartenenza (basti ricordare il precedente giuridico del Kosovo a cui si oppose inefficacemente il diritto serbo).
La solitaria decisione del nostro umile ufficio regionale ha inoltre dimostrato l’obsolescenza della nostra architettura istituzionale. L’aspetto curioso è che -nelle democrazie occidentali- le repubbliche degli stati-nazione sono più illiberali delle monarchie. In Scozia infatti il referendum sull’autodeterminazione dal Regno Unito sarà tenuto con il consenso della Regina Elisabetta II.
In Sardegna si potrebbe fare ricorso, anche in sede UE. Peccato che l’indipendentismo Sardo si trovi nell’imbarazzante posizione di non aver mai fatto valere con convinzione la sua condizione di minoranza linguistica (elemento chiave con cui ancorarsi ad una discriminazione collettiva sui propri diritti) e che la sua frammentazione e la sua inconsistenza presso il Popolo Sardo non lo abbiano mai portato a sviluppare una qualsivoglia forma di “corpo diplomatico” con cui instaurare convergenze internazionali. E sapete perché? Perché sul piano geopolitico, come negli affari, non basta una proclamazione unilaterale dei propri diritti (o dell’indipendenza), ma serve il formale riconoscimento di terzi Stati affinché si abbiano le necessarie tutele nel quadro degli organismi sovranazionali (tra cui l’ONU). Il Diritto Internazionale è dunque suscettibile di discrezione politica, e la sua pratica applicazione in casi come questo è subordinata all’effettivo spiegamento di forze che vanno ben oltre il singolo soggetto che rivendica un legittimo diritto.
Non ci sarà nessun Alex Salmond a parlare in nostro favore a Bruxelles, a limite la singola buona volontà di qualche eurodeputato sollecitato da amici locali a toccare la questione, senza produrre concreti riflessi nella politica italiana.
Lo sa bene anche il Comitadu pro sa Limba Sarda, da sempre in cerca di sponde politiche che non arrivano neppure dall’indipendentismo Sardo.
E l’ONU come potrebbe tutelare una minoranza nazionale quando i suoi stessi rappresentanti (cioè gli indipendentisti) non godono di consenso popolare essendosi occupati solo di fare testimonianza piuttosto che amministrazione e riforme? Non a caso la legge regionale n. 26/97, che riconosce formalmente la lingua Sarda, sul piano politico è lettera morta in Sardegna prima che in ogni altro luogo (come ad esempio presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo o della Corte di Giustizia UE).
Per farvi capire i ritardi politici sulla nostra lingua, ricordiamoci in parallelo il caso Sardo e il caso Altoatesino: nel secondo dopoguerra, mentre a Cagliari si ignorava persino l’esistenza al diritto ad una toponomastica bilingue, Roma veniva ripresa da due risoluzioni ONU per il mancato rispetto dei diritti linguistici della minoranza tedesca e ladina in nord Italia.
Nessuno potrà negare che il movimento PAR.I.S., promoter della raccolta firme per indire questo tipo di referendum in Sardegna (che noi tuttavia consideriamo prematuro), si è sempre interessato alla tutela linguistica, ma nel suo complesso il nazionalismo Sardo è sottoposto ad un autocolonialismo culturale italiano che ha di fatto svuotato il riconoscimento dei nostri diritti, privandolo di un formidabile potere politico capace di oltrepassare il diritto italiano. Inoltre a livello teorico non è detto che un referendum consultivo possa valere a priori, od ogni giorno sarebbe possibile chiedere conto ai cittadini sui temi più disparati, anche oltre la rispettiva giurisdizione territoriale. Ad esempio: “Sareste favorevoli all’abolizione della caccia nel Regno Unito?”
La realtà del nostro contesto è stata ben rappresentata dalle parole dell’ex Questore Antonio Pitea, che dopo aver lasciato la poltrona di consigliere regionale del PDL ha così dichiarato:
“Provo a indovinare: la legislatura regionale prosegue certamente sino alle elezioni politiche. Dall’incertezza sulla base di quei risultati emergeranno ripensamenti e autocritiche con la nascita, e la riesumazione, di nuovi e vecchi schieramenti. Di riforme non se ne parla e si voterà con la vecchia legge sia regionale che nazionale per premiare gli allineati. Poi con tanta armonia si troveranno coalizioni, oggi insospettabili, per tentare di governare questo Paese o di traghettarlo verso l’ignoto.
Incertezza del futuro”.

In seguito mi rispondeva che sperava in qualcosa di diverso. Ma come dargli torto?
Mentre qui una minoranza, come noi, auspica la costruzione di basi culturali ed economiche per l’indipendenza, la vecchia classe politica tira a campare sui soliti vizi: un altro mondo!
L’aspetto grottesco è che l’indipendentismo Sardo si trova addirittura indietro al centralismo italiano, sia sotto il profilo linguistico che economicistico. Cappellacci nei confronti dell’esecutivo Monti ha dimostrato la possibilità di usare una comunicazione bilingue mentre Mauro Pili (PDL) è stato il primo ad avviare una battaglia per l’incostituzionalità dell’IMU nelle Regioni a statuto speciale, in quanto munite di una propria regolamentazione finanziaria.
Non mancano naturalmente i centralisti classici, sempre più in ritardo di tutti. Pensiamo al segretario del PD Silvio Lai che ha definito “iniziativa folclorica” la comunicazione bilingue di Cappellacci. Secondo l’esponente di un Popolo che rappresenta una minoranza linguistica, rispettarla sarebbe “folclorismo”.
Quantomeno i sardisti si sono accorti che se passare alla sovranità formale è giuridicamente e politicamente difficile, occorre partire da quella esercitata. Bisogna cioè porre le istituzioni e la politica centralista di fronte al fatto compiuto. Sia utilizzando la lingua Sarda, sia imponendo il nostro diritto all’autonomia fiscale. Non esiste infatti una sovranità ma tante forme di sovranità. Sotto il profilo dell’autonomia fiscale, l’Unione dei Comuni del Marghine ha sottoscritto un documento che contempla lo sforamento del Patto di Stabilità italiano (una misura che non consente alle nostre amministrazioni di liberare liquidità per poterla destinare allo sviluppo, incatenando le nostre comunità locali). Questa mozione può rappresentare una solida base di partenza per metterla in discussione.
Eppure la situazione rimane grave. In conclusione, se l’indipendentismo intende seriamente porsi come alternativa di governo del territorio per contribuire al benessere collettivo, prima di ingaggiare battaglie sull’indipendenza in solitaria dovrebbe innanzitutto capire qual è la sfera dei diritti che intende promuovere nella sua azione politica. E sostenerli in modo netto e compatto.
Di Adriano Bomboi.

http://www.sanatzione.eu/2012/06/referendum-sullindipendenza-incostituzionale-niente-lingua-niente-onu/ 

UNA VITA PER L'INDIPENDENTISMO: Maria Marongiu, titolare dell'Alfa editrice ..."vorrei rifare Sa Republica"

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno mercoledì 6 giugno 2012 alle ore 23.21 ·




«Per la lingua sarda servirebbe una battaglia unitaria»

Maria ha ricordi bellissimi e una missione: difendere l'identità del popolo sardo. Per quasi quarant'anni ha combattuto accanto al suo uomo, con le parole, gli scritti, le manifestazioni, il teatro, l'attività nelle scuole, i festival. Poi lui se n'è andato, abbattuto dal cancro, e lei ha continuato a lottare. «Perché non possiamo affrontare il futuro se non partiamo dalle radici».

Porta avanti, praticamente da sola, l'Alfa editrice, da un ufficio pieno di carte e di quadri all'ingresso di Quartu, stampa i suoi libri a Ortacesus, «dove c'è una bella tipografia», sta pensando seriamente di rifondare, almeno on line, Sa Republica sarda , giornale bilingue uscito dal 1977 al 2009, che ha ospitato articoli di Francesco Masala e Ugo Dessy, Giovanni Lilliu e Eliseo Spiga.

Punto di riferimento politico per le idee nazionalitarie e indipendentiste, strumento di denuncia contro il colonialismo e la globalizzazione, sostegno alla diffusione della lingua sarda e alle battaglie per le minoranze, l'autodeterminazione, i diritti civili, l'emarginazione.

Maria Marongiu è nata a Osilo cinquantotto anni fa, ha tre figli, suo marito, Gianfranco Pinna, è morto nel 2003 e la guarda serio da una grande fotografia appesa alla parete. Vicino, un ritratto di Bettino Craxi. «Collaborava con noi, usava lo pseudonimo di Edmond Dantes. Nel '93 Gianfranco pubblicò una serie di pezzi critici sull'operato della magistratura, contattò l'ex leader socialista che, secondo lui, rappresentava il simbolo dell'accanimento moralizzatore e dello strapotere delle procure rosse. Forte di queste convinzioni, diede vita a numerose iniziative che miravano a sensibilizzare l'opinione pubblica e a riportare l'Italia sulla via della giustizia e della verità. Poi, per la scomparsa di Craxi, l'editoriale si intitolava: “Ucciso come Matteotti”, un crimine di Stato». Posizione discutibile, ma tant'è, devozione pura.

Gianfranco. Lo ha seguito sempre e in tutto.
«Era un giornalista e un editore eccezionale. Ma sopra ogni altra cosa era un attivista, ribelle e libertario».

Come vi siete conosciuti?
«A Sassari, grazie ad amici comuni. Io ero giovane, avevo 21 anni, lui dieci di più. Gravitava nell'area della sinistra, poi si è avvicinato al pensiero di Antonio Simon Mossa ed è rimasto folgorato. Ci siamo sposati poco dopo, a Nuoro, nella chiesetta dell'Ortobene, i testimoni di nozze erano Bainzu Piliu e Giannino Guiso. Avevamo chiesto una cerimonia in sardo, il vescovo non l'ha concessa e il parroco ha dovuto dire messa in italiano. Allora il sardo, ufficialmente, nelle scuole, era tabù, se non si era criminalizzati poco ci mancava».

E così avete fondato il mensile “Sardigna”.
«Alla fine del '76 uscì il numero zero della rivista, diretta da Gianfranco Pintore. Fu il prologo di Sa Republica sarda , pubblicata dal maggio '77, il direttore era Gustavo Buratti, intellettuale democratico e sensibile. L'obiettivo era di radunare sotto la testata, personalità della cultura, della politica, dell'economia».

Poi vi siete trasferiti a sud.
«Sì, perché avevamo problemi di tipografia. Qui abbiamo iniziato a stampare a Tutto quotidiano , la tiratura media era di duemila copie, ma in alcune occasioni siamo arrivati a quota centomila».

A quel punto, a Cagliari, è nata la casa editrice Alfa.
«Pubblicavamo anche periodici indipendentisti, Iskra , Boge , e libri, come ora. Tanti libri, tre, quattro all'anno, saggistica etnica, romanzi, volumi di storia, manuali per gli studenti».

Ci racconti la militanza politica.
«Nel 1982 Gianfranco, con Angelo Caria, Giampiero Marras e Bore Ventroni, promosse a Bauladu la riunione di tutte le organizzazioni politico-culturali anticolonialiste, nazionalitarie e indipendentiste dell'Isola, dalla quale scaturì il movimento Sardinna e Libertade . Al congresso costitutivo c'erano Fabrizio De André e Simone De Beauvoir».

E oggi, quale indipendentismo? Lei per chi vota?
«Io sono amica di tutti, purtroppo la nostra maledizione sta nel personalismo. Ho apprezzato per le comunali di Cagliari la candidatura a sindaco di Claudia Zuncheddu, mi piace Cappellacci quando fa la flotta sarda e la messa in mora dello Stato in lingua sarda, usate per la prima volta in una rivendicazione. Queste battaglie devono diventare patrimonio di tutti: per l'uso della lingua dobbiamo fare quello che abbiamo fatto per le servitù militari».

Vive bene a Quartu?
Ci sono tante Quartu diverse. Purtroppo il vuoto culturale è desolante, un tempo il fermento esisteva. La città è ricca di tradizione e di feste meravigliose, eppure non si riesce a promuoverle. C'è una sola libreria e la biblioteca non è considerata un servizio essenziale».
Cristina Cossu

Da L'Unione Sarda del 6 giugno 2012