«Per la lingua sarda servirebbe una battaglia unitaria»
Maria ha ricordi bellissimi e una missione:
difendere l'identità del popolo sardo.
Per quasi quarant'anni ha combattuto accanto al suo uomo, con le
parole, gli scritti, le manifestazioni, il teatro, l'attività nelle
scuole, i festival. Poi lui se n'è andato, abbattuto dal cancro, e lei
ha continuato a lottare. «Perché non possiamo affrontare il futuro se
non partiamo dalle radici».
Porta avanti, praticamente da
sola, l'Alfa editrice, da un ufficio pieno di carte e di quadri
all'ingresso di Quartu, stampa i suoi libri a Ortacesus, «dove c'è una
bella tipografia»,
sta pensando seriamente di rifondare, almeno on line, Sa Republica sarda
, giornale bilingue uscito dal 1977 al 2009, che ha ospitato articoli
di Francesco Masala e Ugo Dessy, Giovanni Lilliu e Eliseo Spiga.
Punto
di riferimento politico per le idee nazionalitarie e indipendentiste,
strumento di denuncia contro il colonialismo e la globalizzazione,
sostegno alla diffusione della lingua sarda e alle battaglie per le
minoranze, l'autodeterminazione, i diritti civili, l'emarginazione.
Maria Marongiu è nata a Osilo cinquantotto anni fa, ha tre figli, suo marito,
Gianfranco Pinna,
è morto nel 2003 e la guarda serio da una grande fotografia appesa
alla parete. Vicino, un ritratto di Bettino Craxi. «Collaborava con
noi, usava lo pseudonimo di Edmond Dantes. Nel '93 Gianfranco pubblicò
una serie di pezzi critici sull'operato della magistratura, contattò
l'ex leader socialista che, secondo lui, rappresentava il simbolo
dell'accanimento moralizzatore e dello strapotere delle procure rosse.
Forte di queste convinzioni, diede vita a numerose iniziative che
miravano a sensibilizzare l'opinione pubblica e a riportare l'Italia
sulla via della giustizia e della verità. Poi, per la scomparsa di
Craxi, l'editoriale si intitolava: “Ucciso come Matteotti”, un crimine
di Stato». Posizione discutibile, ma tant'è, devozione pura.
Gianfranco. Lo ha seguito sempre e in tutto.
«Era un giornalista e un editore eccezionale. Ma sopra ogni altra cosa era un attivista, ribelle e libertario».
Come vi siete conosciuti?
«A
Sassari, grazie ad amici comuni. Io ero giovane, avevo 21 anni, lui
dieci di più. Gravitava nell'area della sinistra, poi si è avvicinato al
pensiero di
Antonio Simon Mossa ed è rimasto
folgorato. Ci siamo sposati poco dopo, a Nuoro, nella chiesetta
dell'Ortobene, i testimoni di nozze erano Bainzu Piliu e Giannino
Guiso. Avevamo chiesto una cerimonia in sardo, il vescovo non l'ha
concessa e il parroco ha dovuto dire messa in italiano. Allora il
sardo, ufficialmente, nelle scuole, era tabù, se non si era
criminalizzati poco ci mancava».
E così avete fondato il mensile “Sardigna”.
«Alla fine del '76 uscì il numero zero della rivista, diretta da Gianfranco Pintore. Fu il prologo di
Sa Republica sarda
, pubblicata dal maggio '77, il direttore era Gustavo Buratti,
intellettuale democratico e sensibile. L'obiettivo era di radunare sotto
la testata, personalità della cultura, della politica, dell'economia».
Poi vi siete trasferiti a sud.
«Sì, perché avevamo problemi di tipografia. Qui abbiamo iniziato a stampare a
Tutto quotidiano , la tiratura media era di duemila copie, ma in alcune occasioni siamo arrivati a quota centomila».
A quel punto, a Cagliari, è nata la casa editrice Alfa.
«Pubblicavamo anche periodici indipendentisti,
Iskra ,
Boge
, e libri, come ora. Tanti libri, tre, quattro all'anno, saggistica
etnica, romanzi, volumi di storia, manuali per gli studenti».
Ci racconti la militanza politica.
«Nel
1982 Gianfranco, con Angelo Caria, Giampiero Marras e Bore Ventroni,
promosse a Bauladu la riunione di tutte le organizzazioni
politico-culturali anticolonialiste, nazionalitarie e indipendentiste
dell'Isola, dalla quale scaturì il movimento
Sardinna e Libertade . Al congresso costitutivo c'erano Fabrizio De André e Simone De Beauvoir».
E oggi, quale indipendentismo? Lei per chi vota?
«Io
sono amica di tutti, purtroppo la nostra maledizione sta nel
personalismo. Ho apprezzato per le comunali di Cagliari la candidatura a
sindaco di Claudia Zuncheddu, mi piace Cappellacci quando fa la flotta
sarda e la messa in mora dello Stato in lingua sarda, usate per la
prima volta in una rivendicazione. Queste battaglie devono diventare
patrimonio di tutti: per l'uso della lingua dobbiamo fare quello che
abbiamo fatto per le servitù militari».
Vive bene a Quartu?
Ci
sono tante Quartu diverse. Purtroppo il vuoto culturale è desolante,
un tempo il fermento esisteva. La città è ricca di tradizione e di
feste meravigliose, eppure non si riesce a promuoverle. C'è una sola
libreria e la biblioteca non è considerata un servizio essenziale».
Cristina Cossu
Da L'Unione Sarda del 6 giugno 2012