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martedì 7 agosto 2012

NUCLEARE MILITARE IN SARDEGNA?: un segreto italiano

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno Domenica 5 agosto 2012 alle ore 1.25 ·
 



La tentazione di costruire un proprio arsenale (nucleare) colpisce il governo italiano, che tra il 1974 e il 1976 fa eseguire tre test di un missile in grado di essere equipaggiato con una testata atomica. I lanci di prova avvengono in Sardegna, nel poligono militare di Quirra, all’estremo lembo sud-orientale della provincia di Nuoro.

Gli esperimenti sono coperti dal solito segreto di Stato. Il primo test del missile Alfa, un vettore a due stadi, si svolge il primo febbraio 1973. La ratifica da parte italiana del trattato di non proliferazione delle armi nucleari giungerà soltanto nell’aprile del 1975. Il “Programma tecnologico diretto allo sviluppo di un carburante solido ad alto potenziale per razzi per applicazioni civili e militari” – rivelano gli incartamenti top secret del ministero della Difesa – decolla nel 1971 in collaborazione tra Marina e Aeronautica.

Nessuna menzione della testata nucleare, nessun accenno alla vera natura dell’operazione. Alfa era un razzo vettore composto da due stadi, il primo lungo quasi 4 metri, il secondo pochi centimetri meno di tre metri. Le società impegnate nel progetto erano Aeritalia, Selenia e Sistel, con Bpd Spazio incaricata di produrre il carburante.

Siamo nella sesta legislatura del parlamento italiano. Presidente del consiglio dei ministri è Giulio Andreotti, responsabile della difesa è Mario Tanassi, mentre al dicastero degli esteri siede Giuseppe Medici. La ratifica da parte italiana del trattato di non proliferazione delle armi nucleari arriverà nell’aprile del 1975: fino a quel momento e oltre i nostri governi e gli apparati militari non erano sottoposti ad alcun tipo di vincolo per ciò che riguardava la costruzione e il dispiegamento di missili a testata nucleare.

L’Italia a quel tempo era sul mercato: con le centrali atomiche aperte, acquistava uranio e plutonio dagli Usa (documenti ministero degli Esteri), necessario alla realizzazione della bomba atomica. L’idea, sostiene il giornalista scientifico Giovanni Caprara “era quella di disporre di un missile simile all’americano Polaris, da poter imbarcare e lanciare da bordo di sottomarini o di unità di superficie, come l’incrociatore Giuseppe Garibaldi, già armato con lanciamissili”.

Ecco qualche documentato esempio sulle ricerche segrete. Il Rapporto 1010 (3 settembre 1973) del Camen è eloquente:
“Studio sulla possibilità di impiego di plutonio in sostituzione di uranio 235 nei reattori nucleari termici”. Alla stregua del rapporto 1037 (6 maggio 1974) “Progetto di un elemento di combustibile sperimentale per esperienza di conversione Uranio-Plutonio nel reattore G. Galilei”; e del rapporto 1041 (21 agosto 1974) intitolato “Impianto di laboratorio per il ritrattamento di uranio irraggiato”. Ed ancora del rapporto 1154 (2 settembre 1977), denominato “Progetto di impianto di produzione di esafluoruro di uranio” e del rapporto 1158 (12 settembre 1977), intitolato “Immagazzinamento di rifiuti radioattivi in formazioni saline”.

Tratto da Articolo Tre del 4 agosto 2012

DISASTRO AMBIENTALE DI QUIRRA: La Regione sarda "con strategia" è riuscita a farsi respingere la richiesta di parte civile

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno Martedì 31 luglio 2012 alle ore 18.42 ·
 



Colpo di scena al processo per i cosiddetti veleni di Quirra, che vede indagate 20 persone nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Lanusei per disastro ambientale nell'area del Poligono sperimentale interforze.

Questa mattina, davanti al Gup di Lanusei, Nicola Clivio, si è presentato l'avvocato Serra in rappresentanza della Regione sarda, che ha chiesto di costituirsi parte civile.

Il giudice, dopo aver visionato gli atti, ha respinto la richiesta perchè ritenuta tardiva. Già nella scorsa udienza il Gup aveva respinto l'istanza presentata da diverse associazioni di categoria, «non ritenendole direttamente coinvolte nei fatti oggetto di giudizio». Sempre stamani sono stati decisi i nomi dei responsabili civili, cioè coloro che, in caso di condanna, dovranno risarcire le parti civili.

Il processo riprenderà il 31 ottobre e all'inizio si discuteranno ancora alcune eccezioni procedurali, come la competenza territoriale. Il Gup del Tribunale ogliastrino dovrà decidere sui 20 rinvii a giudizio chiesti dal pm Domenico Fiordalisi al termine delle indagini per disastro ambientale nell'area del Poligono sperimentale interforze del Salto di Quirra.

Da Ansa del 31 luglio 2012

“La Sardegna sotto il tallone della Nato”


Europeanphoenix intervista Angelo Ledda, coautore del libro “Servitù Militari in Sardegna-Il Caso Teulada”


Il governo di Mr Monti voleva tagliare anche il fondo per le vittime dell’Uranio Impoverito, portandolo da 21 a 11 milioni si euro.
Un gesto vile, l’ennesimo di questo “governo delle banche”, bloccato dal coro di proteste che si è prontamente levato. Oltre al danno sarebbe stata anche la beffa per le migliaia di militari italiani contaminati in questi anni nei vari teatri operativi dove hanno operato in ambito Nato, a cui si dovrebbero aggiungere i civili abitanti nelle zone limitrofe ai poligoni militari.
Questi ultimi si trovano in Sardegna, la grande isola italiana nota per le sue bellezze naturali, ma che da anni è sede d’importanti installazioni militari della Nato come i poligoni interforze di Capo Teulada-Salto di Quirra-Capo Frasca, cui si aggiungono le basi di Decimomannu, La Maddalena Tempio e Tavolara.
Da decenni questa terra italiana subisce le cosiddette “servitù militari”, che non sono attuate per interessi nazionali, giacché il Trattato di Pace sottoscritto dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale ci proibisce d’installare nostre basi aeronavali nell’isola, ma degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica.
E proprio partendo da quest’ultimo aspetto, poco conosciuto dal grande pubblico, come il servaggio militare, fino ad arrivare a oggi con i recenti fatti legati  all’intervento della Magistratura che sta indagando sui numerosi casi di morti sospette connesse con l’Uranio Impoverito, che abbiamo deciso d’intervistare Angelo Ledda, coautore con Guido Floris del libro “Servitù militari in Sardegna-Il caso Teulada”.


D: Dott Ledda, che cosa l’ha spinto ha scrivere un libro a due mani con Guido Floris sul servaggio cui è costretta la Sardegna da oltre cinquanta anni e il comune di Teulada in particolare, fino ad arrivare a oggi con le drammatiche notizie concernenti i morti da contaminazione di Uranio Impoverito?
Cominciamo con qualche numero. L’isola è gravata del 66% delle servitù militari italiane: 24.000 dei 40.000 ettari nazionali. Il 95% di questi 24.000 ettari è occupato da tre poligoni permanenti terrestri, aerei e navali: Poligono Interforze salto di Quirra (Pisq) h. 12.700, Capo Teulada h. 7.200 e Capo Frasca h. 1.416.
Capita, in questa nostra società, per una sorta di incosciente fatalismo, che ci si abitui a tutto, anche alle cose peggiori, anche alle soverchierie più palesi.
Le servitù militari in Sardegna erano la cosa più normale per tutti, cittadini e politici. Quel che avveniva era a conoscenza delle alte sfere militari e politiche: distruzione del territorio, dell’habitat e degli abitanti, militari e civili. Ma bisognava farsene una ragione. Gli accordi internazionali non lasciavano scelta. Di fronte alle prime deboli denunce, chi di dovere fece finta di niente. I diretti responsabili iniziarono a parlare di fatti circoscritti, di mali necessari, di doveri per il mantenimento della pace e della sicurezza nazionale e internazionale. Poi, quando la macchia del male si faceva  sempre di più evidente,  si fece finta di indagare (commissioni militari e parlamentari di inchiesta), si negò l’evidenza, si stabilirono indennizzi per danni (talvolta senza mantener fede). Qualche “esperto” lanciò l’ipotesi che i danni non erano provocati “direttamente” dai miasmi di morte sparsi a larga mano, ma dai vaccini ai militari, per esempio! E i civili non vaccinati?
Un bel giorno il procuratore di Lanusei competente per territorio, Domenico Fiordalisi, con un coraggio civile incredibile, ordina al fisico nucleare dell'Università di Brescia e del Cern di Ginevra, Evandro Lodi Rizzini, di riesumare diciotto cadaveri di altrettanti allevatori deceduti per leucemie e linfomi che avevano i pascoli nei terreni del poligono di Quirra - Perdasdefogu (30 marzo 2011). Due mesi dopo mette gran parte del poligono sotto sequestro. A novembre dello stesso anno la prima parte dell’indagine si conclude con l’accusa di disastro ambientale doloso nei confronti dei generali che avevano comandato il poligono di Perdasdefogu - Quirra dal 2004 al 2008, e di due chimici per aver falsificato parte dei controlli ambientali nel poligono. Gli esami, marzo 2012, riveleranno la presenza di torio radioattivo in misura superiore alla norma nelle salme dei 18 pastori. La cerchia degli indagati si allarga sino a comprendere anche il sindaco di Perdasdefogu.
Altro passo importante che forse permetterà la fine dei danni delle servitù in Sardegna è stato il lavoro e le relative conclusione dell’ultima inchiesta senatoriale (deliberazione del Senato del 16 marzo 2012). Con l’apporto determinante del senatore gallurese Pier Sandro Scanu. Le conclusioni, finalmente, hanno svelato quanto solo i ciechi non vedevano. Eccole:  gran parte del territorio sede dei poligoni sardi è altamente inquinato, con potenziale rischio per la salute. Ci sono state morti sospette tra civili e militari. Le guerre simulate e i test sono stati effettuati senza gli accorgimenti di legge. E’ urgente intervenire col proibire da subito le attività gravemente nocive per l’ambiente e le persone. Prevedere, a breve termine la chiusura dei poligoni di Teulada e Capo Frasca, bonificare e riconvertire le attività di Quirra.
Quando è uscito il nostro libro, primavera 2010, erano già stati denunciati, soprattutto tramite stampa, casi clamorosi e evidenti di danni provocati a persone impegnate nelle così dette missioni di pace o che avevano prestato servizio presso i poligoni militari. Si contavano addirittura centinaia di casi di malattie emolinfatiche, mortali e non, che era difficile non attribuire alle esperienze vissute nei poligoni. Ma, come detto, si deviavano facilmente le responsabilità.
Noi autori abbiamo voluto raccogliere tutte le problematiche legate ai poligoni e alle all’utilizzo delle nuove armi sperimentate e presentare il tutto al pubblico in modo sistematico e documentato. Ci piace pensare che ciò forse ciò ha contribuito a smuovere acque stagnanti.


D: Ci parli di come lo Stato italiano, ma forse sarebbe meglio dire la colonia Italia, visti gli interessi Nato in ballo, ha espropriato la terra agli abitanti.
Si, sono dell’avviso che il governo nazionale sia stato un semplice esecutore di ordini, abbia svolto solo il ruolo di scelta del territorio secondo i criteri imposti dall’alleanza atlantica.
I criteri guida della scelta imposti dalla Nato per l’ubicazione dei poligoni sono stati: ubicazione nel Mediterraneo, il più possibile distante dai centri urbani, immense distese a disposizione. Quindi, carta geografica davanti: Sardegna, l’esteso altipiano di Perdas, le “desolate” colline e spiagge incontaminate di Teulada e di Arbus (Capo Frasca). Difficoltà praticamente inesistenti. A Quirra siamo pressoché su un altro pianeta e si può sparare e sperimentare qualsiasi porcheria. A Teulada, colline, pianure e mare, vivono comunità di contadini e pastori, per loro da sempre unico sostentamento. -Arriva lo sviluppo, starete molto meglio- riavrete molto di più se lasciate i vostri campi – è stato detto e promesso dai funzionari dell’esercito e dai politici regionali e nazionali. Qualcuno, pochi, hanno abboccato, altri, la maggior parte, hanno prima nicchiato e poi respinto la proposta. Per i tardi a capire arrivarono i militari in camionetta e fecero sgombrare. – Dove andiamo, di grazia?- E perché avete il cervello?-

D: Quale fu il prezzo pagato dallo Stato per gli espropri? In Sardegna, lei c’informa, sono circa 24.000 gli ettari adibiti a poligoni e 13.000 come servitù militari, in Europa nessuna nazione raggiunge tali cifre.
Gli espropri furono regolati dalla legge 2359 del 26 giugno 1865 (esatto 1865) che permetteva l’occupazione temporanea di suoli e fabbricati tramite un semplice dispaccio emanato dal Comando Militare e comunicato all’amministrazione comunale ove erano situati i beni. A partire dal 1951 giungono al Comune di Teulada dispacci della XV Legione territoriale della Guardia di Finanza di Cagliari, che invita l’amministrazione locale a informare la popolazione residente che in determinati giorni si sarebbero svolte esercitazioni militari: di qui la necessità di sgomberare da persone e animali i luoghi interessati.
Con inizio nel 1956, a Teulada, si attiva un massiccio esproprio di beni di proprietà privata. L’operazione è accompagnata da un dispaccio del Ministero della Difesa. Tra i proprietari dei terreni e  un funzionario della Sottodirezione Autonoma Lavori del Genio Militare della Sardegna veniva redatto un verbale di consistenza che identificava il proprietario, i dati catastali dei terreni e la loro qualità in relazione alle colture e alla presenza di alberi, e i fabbricati in base al loro stato di conservazione. Successivamente veniva stabilito l’importo in base a un preziario. La pratica di esproprio era, per lo più, patrocinata dall’EPACA (ente di patrocinio e assistenza per i cittadini e l’agricoltura). Attorno agli espropri fiorì una fitta rete di interessi a danno degli agricoltori, non sempre tutelati dalle loro organizzazioni e dal potere politico.
Il prezzo pagato per gli espropri è rimasta una questione mai sufficientemente approfondita. Secondo le autorità militari i terreni furono pagati molto più del valore commerciale. Un’idea del prezzo dei terreni all’epoca ci è offerto da un contratto di vendita dell’8 dicembre 1949. Si trattava di due starelli, corrispondenti a 0,797.35 ha (uno starello è pari a 0,3986 ha), venduti a lire 185.000, quindi a una media di ettaro di lire 116.000. Se confrontiamo il preziario legato all’esproprio da parte dell’EPACA, le somme pagate al Comune e ai privati sono in linea con il prezzo di mercato. Ma il problema è un altro. Nella maggior parte dei casi i soldi giungevano in forte ritardo, anche di alcuni anni. E intanto? Non esisteva soluzione di continuità e i terreni da acquistare erano per lo più inesistenti.
L’abnorme presenza di poligoni militari concentrati in Sardegna è un caso unico, non raro, al mondo. Teniamo presente che i poligoni di Perdas-Quirra-Villaputzu e quello di Teulada sono i più vasti d’’Europa.

D: E’ vero che, come si diceva allora attorno alle basi ci sarebbe stato sviluppo economico per la popolazione residente? Le basi, si disse, avrebbero portato ricchezza al territorio e lo avrebbero salvaguardato dalla speculazione edilizia. Nel suo libro lei cita il generale Walter La Valle, che nella sua audizione nella Commissione d’indagine conoscitiva dell’8 novembre 2006, parla di un indotto di 250 milioni di euro, ripartiti tra Teulada 60/70 milioni, Perdesdefogu 100 milioni e la parte residua 70/80 milioni tra le basi di Decimomannu e Capofrasca. Il generale Mini fa chiarezza sulla vicenda affermando che anche i nuovi entrati nella Nato non sono disponibili a cedere porzioni di territorio per edificare poligoni, quindi i vantaggi sono minimi se non inesistenti.
Nei dati esposti dal gen. La Valle, sono compresi, e rappresentano la parte preponderante, gli stipendi di tutti i dipendenti del Ministero della Difesa che “lavorano” in Sardegna. Ricordiamo che i militari, graduati e non, provenivano per lo più da altre regioni italiane. Inoltre inglobano anche quella parte del bilancio ministeriale riguardante la leva giovanile a quei tempi obbligatoria. Il personale civile impiegato si riduce, in tutte le servitù dislocate nell’isola, a non più di qualche centinaio di persone, parte delle quali stagionali. Risulta invece che il Ministero della Difesa fa cassa nell’affitto dei poligoni a imprese, anche internazionali, che sperimentano nuovi tipi di armi e di missili. Per quanto riguarda Teulada basti considerare che il paese, a metà degli anni cinquanta, contava oltre seimila abitanti, ridotti oggi a 3.800 circa. L’unico paese costiero della Sardegna in regressione  demografica.


D: E ora veniamo a un tema a dir poco scottante, quello concernente le sperimentazioni di nuove armi o esercitazioni a fuoco congiunte nei poligoni sardi, dove è oramai assodata la presenza di Uranio Impoverito.
Sappiamo che oggi l’utilizzo di munizionamento all’Uranio Impoverito fa parte dell’arsenale di molti eserciti e che è stato impiegato sistematicamente dagli Stati Uniti e dai loro Alleati nei vari teatri operativi, Somalia, Iraq, Serbia, Kosovo, Bosnia, Afghanistan, con effetti devastanti sia sulla popolazione civile, sia sui militari che ne sono venuti a contatto. Qual è oggi la situazione ambientale, poi parleremo di quella umana, in Sardegna, Dott. Ledda?
Finalmente nessuno, oggi, anche quanti lo hanno fatto spudoratamente per anni, ha più il coraggio di negare l’utilizzo a piene mani di armi all’uranio impoverito in Sardegna. La verità era nota ai responsabili, ma si utilizzavano sistemi tali per cui, chi doveva verificare e vietare, faceva in modo di poter dire che …  a noi non risulta l’utilizzo. La norma era l’autocertificazione da parte degli eserciti e delle imprese che si addestravano. A cose avvenute i responsabili dei poligoni si limitavano a richiedere una relazione che dichiarasse quali erano state le attività svolte. Nessuna verifica successiva. Questo per lunghi anni.
Finalmente qualcosa si ammette. La terza Commissione Parlamentare di inchiesta, la penultima, con un sottilissimo gioco di parole, dichiarò (12.02.2008) che “pur non potendosi affermare, ma neppure escludere la relazione tra l’evento morboso (la malattia mortale) e la causa scatenante (il contatto con ambienti inquinati dall’utilizzo di armi nei poligoni sardi), il fatto stesso che l’evento si sia verificato costituisce di per sé, a prescindere cioè dalla dimostrazione del nesso diretto, motivo sufficiente per il ricorso  agli strumenti risarcitori”. Poco tempo dopo entra in campo, a piedi uniti, il Tribunale di Firenze, Sezione II Civile, che condanna il Ministero della Difesa al risarcimento del danno subito da un ex militare che aveva contratto il linfoma di Hodgkin.

D: Il Presidente dell’Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate, Falco Accame, parla di circa 3.761 casi di contaminazione a livello nazionale tra il personale militare assegnato sia all’estero, che nei poligoni; in pratica i 44 casi di cui si parlavano all’epoca della Commissione Mandelli, ha proseguito Accame, sono diventati quasi 4000. Quanti sono i casi finora accertati di militari deceduti o ammalati in Sardegna? Accame riferisce di altri due casi recentissimi, un Maresciallo ammalato di tumore ora in pensione e di un altro militare.
Una stima numerica esatta sui morti, militari e civili in guerra, militari e civili nei poligoni e attorno ad essi, è impresa impossibile.  Da non trascurare il fatto che, per anni, un militare che si ammalava, non “osava” denunciare la sospetta eventuale causa della malattia. Neppure i parenti trovavano il coraggio di farlo. Purtroppo succede ancora. A parte i dati forniti dalla Commissione Mandelli che alla fine parevano voler dimostrare che l’uranio impoverito è giovevole alla salute, giacché risultava che la media dei tumori nelle località contaminate dall’uranio è inferiore a quella della media nazionale. Ritengo prudenti e documentate, anche se approssimative per difetto, le cifre fornite dall’Associazione vittime uranio: 174 militari deceduti, 2.500 affetti da patologie collegate. Tali dati non comprendono neppure il personale non più in servizio al momento della morte e della malattia perché congedato o in pensione, nonché mancherebbero i reduci della guerra del Golfo, della missione in Somalia, della missione in Bosnia e tutto il personale impiegato nei poligoni della Sardegna (Capo Frasca, Capo Teulada, Salto di Quirra). Senza tema di allontanarci dalla verità si può affermare che i morti dichiarati che hanno frequentato i poligoni sardi siano intorno alla centinaia. Di una parte di essi il nostro libro fornisce, oltre al nome e cognome, particolari esperienze lavorative e sanitarie.

D: A Quirra il giudice Fiordalisi ha chiesto il rinvio a giudizio per 20 persone, tra cui generali ed ex comandanti che si sono avvicendati nel poligono sperimentale interforze di Salto di Quirra, lei che ne pensa?
Ho sopra già detto del lavoro del dottor Fiordalisi, che ritengo un eroe civile che  rischia, forse inconsapevolmente, la propria vita. Si è permesso di mettere sotto accusa alti personaggi che si ritenevano al di sopra di qualsiasi responsabilità, coperti e nascosti dietro il bene della nazione e della patria. Forse per alcuni, la vita di un soldato o di un semplice civile ha un prezzo troppo vile di fronte alle esigenze delle macchine da guerra che assicurano benessere e libertà per tutti. Se cambierà qualcosa di importante sulle servitù militari in Sardegna ritengo sia dovuto all’opera del magistrato e del parlamentare Piersandro Scano.

D: Nel libro lei cita gli studi compiuti dalla dottoressa Gatti che compaiono nella relazione presentata alla prima Commissione parlamentare d’inchiesta sull’Uranio Impoverito. Si parla di “nano particelle”, o nano polveri, corpuscoli di forma sferica di piccolissime dimensioni inferiori a un micron che si producono ad alte temperature, circa 3000°, e sono sotto forma di aerosol quando impattano i proiettili all’Uranio Impoverito contro un bersaglio (possono essere munizioni APFSDS da 105mm o 120 mm anticarro,oppure bombe a guida laser come le GBU 28 dette Bunker Buster, fino ad arrivare ai missili Cruise come il Tomahawk 109), Uranio che è anche presente nelle corazze dei mezzi da combattimento, secondo lei quanto affermato dalla dottoressa Gatti non fa che confermare la pericolosità delle attività svolte nei poligoni sardi, la “sindrome da poligono”?
La dottoressa modenese è stata la prima che ha avuto il merito di dimostrate quanto contenuto nella domanda. Lo stesso termine nanoparticella le appartiene. Nanoparticelle capaci di superare le membrane cellulari e di fissarsi nel Dna, provocando malattie e deformazioni. Lo ha fatto molto presto ma, per convenienza, non è stata presa sul serio, sempre per paura di dover ammettere la gravità di quanto era avvenuto e avveniva nelle pseudo missioni di pace e nei poligoni. D’altronde, gli americani e le altre forze Nato, già dalla fine degli anni ottanta, avevano avvertito anche l’Italia dei rischi insiti nella frequentazione di questo tipo di armi. Essi stessi utilizzavano divise in grado di evitare o per lo meno contenere la contaminazione. I soldati italiani, al loro fianco nei campi di intervento della Somalia, scendevano disinvoltamente in campo operativo in maglietta e pantaloni corti. (Mancava solo il pallone). 


 D: Per i danni alla popolazione civile sarda, ad esempio, lei cita il paese di Escalaplano, che confina con il poligono di Salto di Quirra, dove sarebbero nati numerosi bambini con  gravi malformazioni.
Anche di questo abbiamo in parte già detto. Certo i dati rivelati ad Escalaplano, a ridosso e spesso a favore di vento del Salto di  Quirra sono impossibili da spiegare senza fare cattivi pensieri nei confronti del “vicino super armato”. Escalaplano è un piccolo paese di circa due mila abitanti. Nel triennio dal 1986 al 1988 sono venuti alla luce 13 neonati con gravi e strane deformità fisiche. In quegli anni nel paesino nascevano 18-20 bambini all’anno. A Quirra stesso, una manciata di modeste case rurali sparse in una vallata racchiusa tra un aspro altopiano di selvaggia bellezza e un’ampia spiaggia da incanto, greggi al pascolo, vigneti, orti, aranceti. Abitanti 150, il 10% si ammala di linfomi e leucemie.

D: Dott Ledda non solo Uranio, ma anche i “campi elettromagnetici” prodotti da potenti impianti radar militari inquinano la Sardegna, ce ne parli.
Ad individuare la presenza di campi elettromagnetici è stato, a metà del 2007, il Comitato popolare di difesa ambientale del Sarrabus-Gerrei. I militari rifiutano la collaborazione, richiesta espressamente. Il Comitato sceglie dei tecnici che operano un censimento  solo sulla popolazione che vive vicinissima alle zone dove vengono le esercitazioni, e dove era nota la presenza di radar potentissimi. Gli esperti volontari riescono a dimostrare la presenza di campi elettromagnetici che avvengono nella banda delle microonde a frequenze superiori ai 3 GHz, attribuibili alle stazioni radar del poligono. Per una fortunata coincidenza il Comitato riesce ad entrare in possesso di un opuscolo top-secret realizzato dal Comitato Tecnico Scientifico della Difesa, presumibilmente attorno al 1980, in cui si spiegano alle industrie belliche e alle forze militari straniere le caratteristiche del Poligono sperimentale. Risulta che dei sei radar sistemati nel poligono, almeno uno ruota attorno ad un asse fisso, segue la direzione dei missili per rilevarne la traiettoria ed è capace di emettere impulsi brevi da 240 chilowatt (i radar ruotano a 360 gradi, anche in direzione dei centri abitati).
Ciò costituisce un enorme pericolosità per la salute. Infatti la legge prevede limiti che non si possono superare mai (40 volt/metro) e altri parametri che non si devono violare vicino a case e scuole (6 volt metro per non più di quattro ore). Quelle installazioni sarebbero dovute essere a 3-400 metri dalle abitazioni se si considerano le emissioni acustiche, 2-3 chilometri prendendo in esame quelle costanti. Invece i radar sono praticamente nell’abitato di Arbatax, di Perdasdefogu, della marina di Tertenia e di Quirra. Sono totalmente illegali. Potrebbero contribuire notevolmente a spiegare l’alta incidenza di leucemia e linfomi.

D: E’ recente il caso vergognoso del governo Monti, che dopo aver cercato di inserire nei tagli antisociali anche il “Fondo per le Vittime dell' Uranio Impoverito”,   ha dovuto fare marcia indietro, ma resta significativo il fatto, perché dimostra che non vi è la volontà politica, né la sensibilità nazionale, di arrivare in fondo al problema, in altre parole tutelare le vittime e dichiarare ufficialmente chi è il killer che agisce da anni contro i nostri soldati e civili. Dott. Ledda, a che punto è la battaglia intrapresa in Sardegna contro le servitù militari e i poligoni? Lei pensa che si arriverà un giorno allo sgombero da parte della Nato del territorio sardo ?
Non lo penso con convinzione, me lo auguro. Il tentativo di Monti rappresenta eloquentemente come questo problema sia marginalissimo negli interessi dei politici, figuriamoci del potere militare. La Sardegna è estesa e grande, ma i sardi sono pochi, numericamente nemmeno metà della metà dei siciliani. Sul tavolo elettoralistico valgono qualcosa vicino allo zero. Certo forse i sardi dovrebbero far sentire con più energia e vigore la loro voce, e dimostrare un tantino più di concordia interna.
Nel precedente governo Berlusconi era presente un solo sottosegretario, Giuseppe Cossiga. Forse per debito di riconoscenza nei confronti di Francesco, che non si è mai occupato di questo enorme problema della sua terra. Purtroppo, in questi ultimi dieci anni, si è parlato molto più del ponte sullo stretto che della bonifica e del risanamento  delle ampie zone del  territorio della Sardegna dovuto alle servitù. Ad essere sinceri comunque, in questo ultimo anno e mezzo si son fatti dei passi avanti. Speriamo non muoia tutto di nuovo.
Per quanto riguarda l’influenza della Nato, ritengo che il suo potere in questo senso, non sia così decisivo come nel dopoguerra. Ricordiamo che gli stessi americani, circa tre anni or sono, hanno dovuto chiudere e abbandonare la base atomica di La Maddalena, non certamente con piacere, ma su pressioni dell’opinione pubblica e sollecitazione dell’Unione Europea.

Federico Dal Cortivo

TESTO ORIGINALE 

giovedì 26 luglio 2012

QUIRRA: Cappellacci e Cherchi, a Roma per salvaguardare le attività operative e addestrative del poligono

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno sabato 14 luglio 2012 alle ore 20.07 ·
 

Come preannunciato, presso il Ministero della Difesa, il Sottosegretario di Stato, Dott. Gianluigi Magri, ha incontrato i rappresentanti del Ministero della Salute e dell’Ambiente, il Presidente della Regione Autonoma della Sardegna, l’On. Ugo Cappellacci, e l’Assessore all’Agricoltura On. Oscar Cherchi.

L’INCONTRO, SVOLTO IN UN CLIMA DI PIENA E RECIPROCA COLLABORAZIONE, ha confermato, tra l’altro, lo stretto legame che unisce da tempo il Ministero della Difesa al territorio sardo.

Durante i colloqui sono state esaminate alcune ipotesi percorribili per la ricerca di un condiviso piano di azione e di interventi tesi a salvaguardare le attività operative ed addestrative presso il Poligono di Salto di Quirra conciliando nel contempo le legittime aspettative della comunità locale in termini di ripristino in tempi brevi dell’attività agropastorale nell’area e di prospettive future.

Tutti hanno convenuto che occorre definire un concreto progetto attuativo di bonifica del territorio che, attraverso adeguati stanziamenti e una coerente pianificazione di interventi pluriennali, porti al risultato auspicato, in coerenza anche con quanto formulato dalla Relazione intermedia sulla situazione dei Poligoni di tiro emanata dalla Commissione d’inchiesta del senato sull’uranio impoverito.

Al termine dell’incontro si è concordato di elaborare un comune percorso progettuale che sarà portato all’attenzione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e della comunità locale.
Lo rende noto il Ministero della Difesa italiana

Da A. P. del 12 luglio 2012

mercoledì 11 luglio 2012

Salto di Quirra, nuova indagine di Fiordalisi: pilotati gli appalti sul controllo delle emissioni


2 luglio 2012



Maso Notarianni
Turbativa d’asta mediante collusione: è questa l’ipotesi di reato che ha portato il procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi a far partire l’ennesimo filone di indagine sul poligono militare di Salto di Quirra.
Secondo la procura si deve scavare più a fondo sugli appalti che la Namsa, l’agenzia Nato che si occupava della logistica, oggi confluita nella Nspa, ha affidato alle ditte che per suo conto avrebbero dovuto monitore gli effetti delle attività militari della base. Le indagini si riferiscono a un mega-appalto del 2008, diviso in cinque lotti: uno doveva controllare la radioattività aerodispersa, il secondo l’eventuale inquinamento elettromagnetico, il terzo lotto doveva analizzare gli elementi chimici nelle matrici ambientali e biologiche, il quarto doveva approdare in una certificazione ambientale, il quinto doveva realizzare un sistema informativo ambientale. Ognuno di questi lotti, era stato affidato dalla Namsa ad altrettante ditte.

Proprio su questo appalto la procura di Lanusei ipotizza il reato che sta alla base di questo nuovo filone di indagine e che ha fatto scattare sequestri e perquisizioni in tutta Italia, da Cagliari a Venezia, da Verona a diverse località della Lombardia. Secondo Domenico Fiordalisi, infatti, le risultanze delle indagini delle ditte che vinsero l’appalto sarebbero state pilotate – stando agli sms sequestrati agli indagati – «Per zittire le popolazioni e le associazioni ambientaliste» che da anni conducono una battaglia perché sia svelata la reale portata degli esperimenti e delle esercitazioni militari del poligono sulla popolazione civile della zona.

L’intervista a Domenico Fiordalisi tratta dal numero del settembre 2011 di E – il mensile

La vergogna e l’orrore di Quirra. Le dichiarazioni di Domenico Fiordalisi alla commissione d’inchiesta della Camera

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 TESTO ORIGINALE

 

QUIRRA: POLIGONI MILITARI, AMBIENTALISTI CONTESTANO NORMA CHE EVITA BONIFICHE

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno giovedì 5 luglio 2012 alle ore 1.04 ·
 



Una modifica al codice ambientale inserita dal governo nel cosiddetto "decreto sviluppo" che consente di evitare le bonifiche nei poligoni e nelle basi militari con un risparmio stimato in 100 milioni di euro, è stata contestata oggi da Legambiente, che l'ha definita "scandalosa".

"Abbiamo riscontrato con grande sorpresa e sgomento che nel decreto Sviluppo messo a punto dal ministro dello Sviluppo Economico è stato introdotto all'ultimo momento un comma che modifica il Codice Ambientale (Decreto 152/2006), dando la possibilità di stabilire valori di soglia per gli inquinanti più elevati e di bonificare, quindi, solo parzialmente le aree militari e quelle ad uso esclusivo delle forze armate", ha detto in un comunicato il presidente dell'associazione ambientalista, Vittorio Cogliati Dezza.

La modifica compare nel decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale, all'articolo 35, riguardante "Disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi".
"Per avviare il necessario processo di bonifica ambientale per tutte le aree militari contaminate in Italia - prosegue Cogliati Dezza - serve un adeguato piano di finanziamenti e non un escamotage che per limitare costi e tempi rinuncia al corretto risanamento del territorio".

Per la Sardegna e per il Poligono di Quirra in particolare - aggiunge il presidente di Legambiente Sardegna, Vincenzo Tiana - si tratterebbe di una norma "offensiva, perché attraverso questo 'trucco' si elude l'impegno assunto dalla commissione parlamentare d'inchiesta sulle basi militari, che aveva quantificato in 100 milioni di euro una prima valutazione dei costi delle bonifiche delle aree".

"A questo quadro negativo - conclude Vincenzo Tiana - si aggiunge il timore per le misure ipotizzate dal provvedimento di revisione di spesa pubblica che prevedono un forte ridimensionamento delle risorse per il risanamento sull'uranio impoverito".

Da reuters.it del 4 luglio 2012

A Quirra si muore. Lo dicono anche la TV e il PD

I veleni di Quirra

Un intervento di Cristiano Sabino, portavoce nazionale di A Manca Pro S'Indipendéntzia



A Quirra si muore. Ora anche le TV e i giornali lo dicono, anche se gli angoli vengono smussati e le radici del problema tenute ben nascoste sotto terra. Penso a questo mentre vado a Padria dove l’associazione Isperas ha organizzato un dibattito di presentazione del libro Lo sa il vento scritto da carlo Porcedda e Maddale Brunetti. Un libro lucido e tagliente che racconta le cose come stanno sui poligoni di tiro e sulla presenza militare italiana ed internazionale in Sardigna.


Una verità che l’indipendentismo e gli antimilitaristi conoscono bene e denunciano da anni mettendoci la faccia e a volta subendo anche pesanti atti repressivi. A Padria è invitato anche un signore beneducato dal tono rassicurante e mite che inizia il suo intervento da lontano, fermandosi sulla mentalità utilitaristica che i sardi avrebbero acquisito e sul valore dell’essere “tutti uniti”. Questo signore è un senatore del PD, membro della commissione del Senato sulle armi all’uranio impoverito che ha chiesto la chiusura di alcuni poligoni di tiro e la riconversione del PISQ. Un “atto d’amore verso la nostra terra”, ha detto riferendosi alla sua relazione.


Tutti vissero felici e contenti. Finalmente la Casta è scesa dall’olimpo, si occupa di problemi reali, ascolta i comitati e la gente che ha qualcosa da dire e si fa tramite delle istanze di cambiamento. Ci sarebbe da dire questo leggendo i giornali e ascoltando dal vivo la versione del senatore Scanu. Purtroppo però non è così.
Ricordate il referendum promosso dal comitato “Firma sas Bombas” guidato da Sardigna Natzione che avrebbe dovuto chiamare i sardi a pronunciarsi in via consultuva contro le basi militari e in particolare contro quelle nucleari? Quel referendum, esattamente come il precedente nel 1989, venne bocciato con la motivazione che il quesito violava i principi costituzionali. Dove era il suo partito senatore? E lei dov’era?
Ricordate le manifestazioni popolari contro le basi militari, da Villaputzu a Cagliari, dai mari di Teulada al cielo pieno del gas lacrimogeno a La Maddalena? Dov’era il suo partito senatore? E lei dov’era?
Si è parlato, anche in questa occasione di inquinamento industriale, soprattutto in relazione alle discariche abusive dei fumi di acciaieria e di rifiuti tossici industriali illegalmente e clandestinamente sotterrati nei nostri territori. È un bene che si ricordi questi misfatti e che ci si interroghi sull’etica della responsabilità verso le nuove generazioni come ha tenuto a precisare lei signor Senatore. Ma dov’era lei, il suo partito e i sindacati a lei vicini quando è stato fatto fallire il referndum contro le scorie industriali che avrebbe vietato per legge ogni stoccaggio di questo tipo e avrebbe garantito controlli più efficienti?

Dov’era quando nel 2008 Guido Melis, Caterina Pes e tutti gli altri deputati del gruppo parlamentare del PD votavano in blocco la richiesta di accelerazione della pista di atterraggio per droni militari proprio all’interno del PISQ e quindi un suo ampliamento e potenziamento?
Un atto di amore verso questa nostra terra martoriata dal colonialismo militare e industriale italiano sarebbe quello di stracciare la sua tessera del PD, nel chiedere umilmente scusa al popolo sardo per i crimini commessi dal suo partito e dal sistema di potere all’interno di cui esso è inserito e nel mettersi a disposizione del movimento di liberazioine nazionale. Questo sarebbe l’unico reale atto d’amore e di dignità che ci si aspetterebbe da lei.



Le favole non sono tutte belle e soprattutto spesso hanno la morbosa qualità di farci parteggiare per i personaggi sbagliati, piché li scambiamo per retti e posivi quando non lo sono affatto, se non nell’apparenza. Le favole purtroppo a volte nascondono personaggi distopici, miti e saggi in apparenza, ma ben diversi nella loro natura. In realtà Giampiero Scanu non si è convertito sulla via di Damasco. Del resto in più occasioni ha tenuto a precisare che “il poligono di Quirra non chiuderà, ci sarà una riconversione radicale e le bonifiche partiranno all’inizio del prossimo anno”.
Anche a Padria, a tutte le mie considerazioni, ha magistralmente chiosato puntando il dito sulla mia interperanza di “giovane idealista” che non sa quello che dice e che rompe le uova nel paniere all’ “unità di tutti i sardi”.

Peccato che il signor Scanu non abbia risposto affermando che le mie non erano domande, ma “considerazioni e epiteti inappropriati”. Cosa si intende precisamente quando si parla di “riconversione”? Scanu a Padria non lo dice, ma il suo documento parla chiaro: “destinando le aree non più soggette a vincolo ad usi civili o di tipo duale, con particolare riferimento allo sviluppo di attività attinenti alla protezione civile, alla ricerca scientifica e tecnologica in settori innovativi, ivi compresa l’elettronica, alla sperimentazione di aerei UAV, alla ricerca per il miglioramento delle condizioni di sicurezza dei militari impegnati nelle missioni internazionali, alla tutela delle iniziative imprenditoriali e delle competenze tecniche e professionali sviluppati nei territori interessati”.

Lo stesso programma dell’esercito del 2007 che, per bocca del generale Camporini, parlava di un “processo che si è messo in moto e che punta a trasformare il poligono interforze del Salto di Quirra. Un cambiamento quasi genetico. Si studia infatti una nuova formula che nel progetto viene definita: «Società mista Difesa-Industria» che procedesse a una ricerca di tipologie innovative di collaborazione tra l’Amministrazione Difesa e l’Industria nell’ottica della costituzione di una “Società partecipata Difesa-Industria” (NewCo), cui affidare la conduzione dei servizi tecnici del poligono». (Piero Mannironi, la Nuova Sardegna, Ottobre 2007).
Il medesimo programma elettorale del sindaco di Perdasdefogu (anche lui, non a caso, PD) Walter Mura che basava la sua ultima campagna elettorale “su un utilizzo meno impattante, sull’alta tecnologia, sulla professionalità. a ricerche sugli aerei senza pilota” (Unione Sarda 27/5/2012).

Che casi, che coincidenze! Mi spiace aver rotto l’atmosfera di serenità in una bella serata organizzata dagli amici e dai compagni di Padria. Ma non capita spesso a noi mortali di poter accedere al paradiso dei nostri benefattori, dirigenti della politica che conta per poter ricordare loro chi sono, che interessi difendono e soprattutto che non tutti i lavoratori sardi soffrono di amnesia.

TESTO ORIGINALE

QUIRRA, NUOVA INCHIESTA: MONITORAGGI AMBIENTALI TRUCCATI PER RASSICURARE CITTADINI

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 29 giugno 2012 alle ore 23.10 ·
 



La procura della Repubblica di Lanusei, in provincia di Ogliastra, ha aperto una nuova inchiesta sul poligono interforze del salto di Quirra. L'ipotesi di reato formulata dal procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi, è di turbativa d'asta mediante collusione. Nonostante il riserbo della procura, è certo che siano state già effettuate alcune perquisizioni a Cagliari e in altre città del Nord Italia.

Si sospetta, infatti, che l'appalto del 2008 commissionato dal Ministero della Difesa all'agenzia Namsa da due milioni e mezzo di euro per realizzare un monitoraggio ambientale sul poligono di Quirra sia stato pilotato per affidarlo a cinque società compiacenti. L'appalto, infatti, era diviso in cinque lotti differenti: il primo sul monitoraggio della radioattività nell'aria, il secondo riguardante l'inquinamento elettromagnetico, il terzo sull'analisi chimica delle matrici ambientali e biologiche, il quarto per la certificazione ambientale e l'ultimo per la realizzazione del sistema informativo ambientale. In altre parole, il monitoraggio sarebbe stato pilotato al fine di ottenere un rapporto che rassicurasse gli abitanti della zona e gli ambientalisti sull'inquinamento da uranio impoverito.

Da più di dieci anni, infatti, gli abitanti protestano contro la cosiddetta Sindrome di Quirra ovvero l'anomala insorgenza di malattie come linfomi, leucemie e malformazioni tra coloro che vivono o lavorano nei pressi del poligono. La prima denuncia pubblica avverrà nel 2000 quando l'allora sindaco di Villaputzu, Antonio Pili, richiamò l'attenzione sulla strage silenziosa che si stava consumando nei centri abitati limitrofi al poligono interforze. Nonostante le ripetute proteste, tuttavia, le ricerche condotte sul campo, come quella portata avanti dall'ematologo Giorgio Broccia nell'agosto del 2011, non hanno evidenziato un'insorgenza di tumori nella zona particolarmente differente rispetto al resto della popolazione sarda.
All'inizio dello scorso anno la stessa procura della Repubblica di Lanusei ha posto sotto sequestro alcuni bersagli del poligono di Quirra, con l'ipotesi di omicidio plurimo e omissione di atti d'ufficio per mancati controlli sanitari. Sui bersagli, tuttavia, non verrà trovata alcuna traccia di uranio impoverito.
Dario Saltari

Da International Business Times Italia del 29 giugno 2012

QUIRRA, LA BATTAGLIA ORFANA TROVA TANTI PADRI

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno giovedì 28 giugno 2012 alle ore 19.46 ·





Parte il processo per la base del salto di Quirra e finalmente una lotta orfana, e con tanti nemici, trova per strada tanti inaspettati padri.

Inizia la Asl di Lanusei che si costituisce parte civile con il beneplacito dell'assessorato regionale alla sanità cui a ruota segue Cappellacci che, nella sua nuova veste di difensore dei sardi - dopo averli snobbati, oltraggiati e offesi - annuncia a sua volta di costituirsi parte civile nel processo. Ma non basta.

 La Coldiretti - l'associazione degli operatori dell'agricoltura e allevamento più rappresentativa della Sardegna - si accoda a questa indecorosa processione dopo aver messo la mano sul fuoco sulla correttezza dei militari facendo le barricate contro lo sgombero del bestiame dall'area.

Nessuno di questi ha mosso un dito quando pochi coraggiosi giornalisti e qualche associazione ambientalista, senza nessuna certezza né tornaconto, ma solo con tanta voglia di fare chiarezza, soli contro tutti, hanno solo osato fare delle domande, instillare il dubbio. Allora avevamo osato associare la vicenda a quella delle fabbriche di morte dell'amianto, anche solo per far capire quale era il rischio. Solo per dire che quando si parla di salute umana anche solo il dubbio è sufficiente per fermare i giochi.

Invece troppa gente si esercitava allora nel mestiere di avvocato difensore, una difesa pelosa figlia di prebende o ritorni politici - o magari solo della propria ignoranza - senza nessun riguardo per chi in quelle aree ci viveva, e ci moriva. Oggi, forse annusando l'aria di risarcimenti sostanziosi, quella stessa gente si mette in fila con la mano tesa, senza vergogna alcuna. Tanti distinguo, certo. La Asl ci racconta per esempio che ha avuto un aggravio dei costi sanitari e la Coldiretti che lo fa nell'interesse dei suoi associati. Ma prima il loro diritto alla salute non era degno di essere tutelato?

La verità è che una ragnatela di interessi era tesa a difesa di chi agiva a proprio piacimento, incurante delle conseguenze immediate e per il danno che sarebbe ricaduto sulle generazioni future.
Immaginiamo non ci sarà la fila, nei prossimi anni, per trascorrere le vacanze nelle stupende spiagge di Quirra, e tanto meno quella degli investitori turistici che da quella zona staranno alla larga. Speriamo almeno che ci serva di lezione per il futuro.

Ricordiamo per esempio che a Tortolì abbiamo l'area ex Cartiera nella quale troppe attività si sono svolte senza alcun controllo. Non commettiamo l'errore di far finta di non sapere, di mettere la testa sotto la sabbia a contatto con tutto ciò che li sotto può esservi sepolto

Da L.aS. del 28 giugno 2012

domenica 1 luglio 2012

Quirra, armi, depistaggi servizi segreti e stragi



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La Volpe abbattuta e il caso Ilaria Alpi. Stragi dimenticate 

Prima puntata

Scritto da il 25 giugno 2012 in Società
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di Erminia Borzì

L’INCHIESTA – C’è un filo invisibile, come la tela di un ragno, che lega il disastro aviatorio dell’elicottero Volpe 132, precipitato in Sardegna il 2 marzo 1994, con l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (avvenuto a Mogadiscio, 20 marzo 1994). Probabilmente anche la caduta di questo elicottero fa parte di quelle stragi avvenute in Italia fino agli inizi degli anni ‘90 e, probabilmente, se Pasolini fosse stato ancora in vita avrebbe incluso questo fatto di cronaca nera nella famosa lettera che pubblicò sul Corriere della Sera nel 1974, intitolata: Cos’è questo golpe? Io so. “Io so – scriveva Pasolini – Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi! […] La ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia, a partire dal 1968, non è poi così difficile”.

Siamo a Salto di Quirra, in Sardegna, davanti al poligono missilistico di Feraxi, a nord di Capo Ferrato (costa sud orientale della Sardegna), quattro persone del luogo, intorno alle 19:15/30, Giovanni Utzeri, Luigi Marini, Antonio Cuccu e Giuseppe Zuncheddu, vedono da angolazioni diverse un elicottero della Guardia di Finanza, velivolo Volpe 132, A-109 (Augusta 109), sorvolare questa zona, incendiarsi, esplodere e precipitare in mare. Tutti e quattro i testimoni oculari hanno dichiarato che l’elicottero in questione è caduto in prossimità di una nave portacontainer (in seguito identificata con il mercantile Lucina), ancorata in quel tratto di mare, dove la motovedetta G.63 Colombina della GdF seguiva l’elicottero. Nell’immediatezza dei fatti le forze dell’ordine della zona hanno raccolto le dichiarazioni dei quattro testimoni; in seguito, hanno negato addirittura l’esistenza del mercantile a Feraxi. Secondo alcuni abitanti della zona, invece, il Lucina avrebbe preso rapidamente il largo dopo l’abbattimento dell’elicottero. Alla presenza del t. col. dell’Aeronautica militare, Enrico Moraccini, capo della Commissione d’Inchiesta per accertare la dinamica dei fatti, al mar. llo di P.G. Angelo Anedda e al brig. Giuseppe Madera, Luigi Marini, alcuni giorni dopo la tragedia, sono state messe per iscritto le dichiarazioni rese il giorno dell’”incidente”: […] “La sera del 2 marzo 1994, intorno alle 19:15/:25, mentre pescavo sul fiume Picocca, ho sentito un rumore di motori in lontananza e, scrutando il cielo, ho cercato di capire da dove venisse. In quell’attimo, in direzione di Capo Ferrato, sul lato sinistro, guardando il mare, ho visto un fascio di luce salire dal basso verso l’alto e subito ricadere verso il basso. Da quel momento il rumore è cessato”. La luce salita dal basso verso l’altro e ridiscesa al suolo era un missile terra aria,forse uno FIM-92 Stinger?

In questo presunto incidente muoiono il mar. llo Gianfranco Deriu, 41 anni, e il brig. Fabrizio Sedda, 28 anni. I due sottufficiali risultano ancora dispersi in mare. Che fine hanno fatto i loro corpi? “A bordo del Volpe 132 mi sento più sicuro che al volante della mia auto”, diceva il mar.llo Deriu ai suoi colleghi. Gianfranco Deriu aveva maturato 25 anni di onorato servizio e migliaia di ore di volo tanto da diventare il più esperto elicotterista della Sardegna; ha lasciato una moglie e due figli.
“Fabrizio è morto perché insieme al suo collega aveva scoperto un traffico illecito di droga ed armi dove sono coinvolti organi delle istituzioni italiane e straniere”, ha scritto alla famiglia Sedda un anonimo rimasto tale fino ad oggi, spiegando il perché della fine tragica del giovane militare. Fabrizio Sedda aveva la passione per il volo ed era considerato un pilota esperto e affidabile; da Milano era ritornato in Sardegna e, da circa due mesi, prestava servizio al II gruppo nucleo elicotteristi del comando GdF di Cagliari. Il brig. Sedda si era fatto subito stimare dai colleghi, supportando Deriu nelle ronde di controllo sulla costa.

- La nave fantasma -
Il 6 luglio 1994, quattro mesi dopo la caduta dell’elicottero Volpe 132, il mercantile Lucina è stato lo scenario di un’altra strage, avvenuta nel porto di Jenjen, sprovvisto di adeguate misure di sicurezza e distante 300 chilometri da Algeri. Stranamente, il mercantile sostava a Jenjen da 27 giorni per un ritardo di scarico merci che sarebbe dovuto avvenire nel sicuro porto di Djendjen. Tutti i membri dell’equipaggio del Lucina furono sgozzati come se si trattasse di un’esecuzione e non di un tentativo di saccheggio da parte della pirateria locale. Tra le merci trasportate dal Lucina c’erano anche 600 tonnellate di materiale “non dichiarato” che, secondo un articolo scritto a due mani da Magdi Cristiano Allam e da Nacera Benali per il giornale Repubblica (1997),  potrebbe riferirsi ad un carico di armi. L’armatore della Lucina, Massimo Cellino, ha dichiarato agli inquirenti che il comandante del mercantile, Salvatore Scotto, lo chiamava tutti i giorni dicendo di sentirsi in pericolo e chiedendo di contattare l’ambasciata italiana per accelerare la procedura di scarico merci, rallentata dal governo algerino. Pare che, la notte della strage, il comandante sia stato costretto a far salire alcune persone non identificate a bordo del mercantile, forse con la promessa di poter attraccare a Djendjen. Questi “visitatori”, che in seguito si rivelarono essere terroristi islamici, secondo la ricostruzione dei fatti, non hanno voluto pagare il conto della “merce” trasportata dal Lucina e per questo motivo hanno sterminato tutto l’equipaggio della nave. E’ credibile tale ricostruzione? E’ credibile che il comandante e il suo equipaggio fossero a conoscenza che, tra i sacchi di semola trasportata sul mercantile, ci fossero anche armi? Se il comomandante Scotto chiamò ripetutamente l’armatore Cellino probabilmente non era a conoscenza del vero scopo del suo viaggio in Algeria e probabilmente si rese conto solo dopo del pericolo che stava correndo insieme al suo equipaggio. C’è da chiedersi perché ci fu un tale ritardo da parte dell’armatore Cellino e del governo italiano all’insistente richiesta di aiuto di Scotto e per quale motivo i terroristi salirono a bordo del mercantile senza aspettare di prelevare ciò che gli interessava nel porto di Djendjen.

Secondo varie ipotesi che furono formulate dalle Procure di Trapani e di Napoli, che si sono occupate della vicenda, molte delle responsabilità sulla strage del Lucina sono attribuibili all’ambasciata italiana di Algeri, la quale era a conoscenza che su quella nave avrebbe dovuto imbarcarsi un ex agente segreto, un certo Gaetano Giacomina di Oristano, alias G-65, per anni infiltrato in Algeria. L’agente G-65 è morto misteriosamente a Capo Verde, nel 1998.

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Ilaria Alpi, la vicenda del Volpe e il mercantile Lucina: il filo rosso dei depistaggi

Seconda Puntata

Scritto da il 27 giugno 2012 in Società
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di Erminia Borzì


Le indagini del G.I Mauro Mura e del P.M. Guido Pani, vertono sull’accusa di “disastro aviatorio” e di “omicidio colposo plurimo”. Le perizie effettuate dai carabinieri del Ris subiscono però diversi rallentamenti nel corso delle indagini, come pure la consulenza di parte per accertare se sui rottami del velivolo ci fossero tracce di esplosivo. “La risposta del Ris non è mai arrivata”, ha dichiarato l’avvocato delle parti civili Deriu e Sedda, Carmelo Fenudi, “l’accertamento se ci fosse stata traccia di esplosivo o di altro materiale che potesse far pensare all’abbattimento dell’elicottero sarebbe stata importante per trasformare l’accusa da omicidio colposo plurimo a duplice omicidio volontario, che prevede l’ergastolo e l’imprescrittibilità del reato. Da parte del Ris sono arrivate solo due richieste di proroghe di 30 giorni: la prima avvenuta il 19 maggio 2005 e la seconda il 18 agosto dello stesso anno. Appare pertanto non giustificata una richiesta di archiviazione fondata sul fatto che, ancora oggi, la consulenza tecnica non sia stata ancora espletata e depositata”.
Eppure i testimoni hanno sempre sostenuto un’unica tesi e raccontato i medesimi avvenimenti. La fuga repentina del mercantile Lucina ha fatto ipotizzare una relazione tra la nave e l’esplosione dell’elicottero, il cui relitto non è stato ritrovato, eccetto qualche frammento recuperato dai testimoni o depositato sul fondo del mare. Gli inquirenti hanno anche pensato che la zona sia stata “ripulita” e che quindi, come è stato fatto allontanare il mercantile, così sono stati rimossi i rottami dell’elicottero.
Durante le indagini, la Procura di Cagliari ha chiesto formalmente al Comando Provinciale della Guardia di Finanza se nei primi giorni di marzo vi fossero ancorate navi civili o militari nella baia di Feraxi. La Gdf ha riferito alla Procura che il Comando Generale non poteva consegnare agli inquirenti “documenti classificati” composti da 29 cartelle, i quali facevano riferimento ad una direttiva della Presidenza del Consiglio nella quale si diceva che le comunicazioni dei Servizi (Segreti) non possono essere utilizzate e quindi coperte da segreto di Stato (PCM-ANS 1/R).
Da una parte la Gdf di Cagliari ha affermato che sul mare di Feraxi non c’erano navi, negando la presenza del Lucina, il Sismi, invece, ha imposto il silenzio anche sulla vicenda del Volpe 132.
Ma c’è dell’altro. Il quarto testimone della caduta dell’elicottero Volpe 132, il pastore Giuseppe Zuncheddu, ha dichiarato agli inquirenti di avere ricevuto la visita di un colonnello dei Carabinieri che, con un elicottero, è atterrato in prossimità del suo ovile e lo ha interrogato personalmente su cosa avesse visto quel 2 marzo 1994. Zuncheddu era un testimone ancora sconosciuto alla Procura ed è apparso strano che, senza avvertire la Procura, un ufficiale dell’Arma sia andato personalmente a casa di un pastore quando avrebbe potuto convocarlo in caserma. Si è recato personalmente a Burcei per accertarsi che ciò che il pastore aveva visto fosse rilevante per l’andamento delle indagini? Per ordine di chi? La testimonianza del pastore è molto importante perché indica la rotta dell’elicottero. Secondo quanto visto da Zuncheddu, infatti, il velivolo Volpe 132 ha sorvolato ad una certa quota il massiccio dei Sette Fratelli e il canalone di Campuomu. Quindi l’elicottero non si trovava in una zona d’ombra non visibile ai radar perché a sud della costa non ci sono montagne.
I giornalisti Piero Mannironi e Pier Giorgio Pinna dell’”Unione Sarda” si sono anche chiesti come mai non sia stata disposta una consulenza tecnica sulle registrazioni tra la centrale operativa del II gruppo del Nucleo Elicotteristi GdF di Cagliari e l’elicottero Volpe 132. Quel giorno l’unico radar funzionante era quello di Monte Codi (Radio Detection and Ranging) che, secondo quanto detto dai militari del Poligono Interforze di Salto di Quirra, non ha segnalato niente di anomalo. Gli altri radar della zona, quello di Elmas (da dove sono partiti Deriu e Sedda) e di Salto Quirra, non erano funzionanti e le comunicazioni T/B/T si sono interrotte alle 19.14 circa. Sono seguiti interminabili 40 minuti di silenzio che hanno presagito la tragedia dell’elicottero. I nastri delle comunicazioni T/B/T sono stati tagliati? Com’è possibile che quel giorno l’elicottero della GdF, la motovedetta Colombina e il mercantile Lucina non siano stati intercettati dal radar?
C’è inoltre un particolare molto importante. La Commissione Ministeriale d’Inchiesta per l’omicidio Alpi – Hrovatin, istituita nel 2001, che ha indagato anche sulla scomparsa dell’elicottero Volpe 132, ha appurato che i due piloti della GdF controllavano, in condizioni meteorologiche buone, un ampio raggio tra Capo Carbonara (dove fu ritrovato il casco di uno dei piloti), Serpentara e Capo Ferrato. L’elicottero Volpe 132 A-109 e la Colombina dovevano scandagliare la costa cooperando attraverso un intenso contatto radio. Nella relazione della la Commissione tecnica formale nominata dal Ministero della Difesa (Commissione d’Inchiesta militare) questo “legame di sinergia operativa” da prima viene confermato ma, in seguito smentito anche dalla Guardia di Finanza. La motovedetta G.63, comandata dal mar.llo Atzori, secondo la procedura di controllo della costa e del mare, avrebbe dovuto solcare anche la zona tirrenica del nord della Sicilia e non ripiegare subito sulla baia di Feraxi. Inoltre, secondo il racconto dei militari a bordo della Colombina l’elicottero Volpe 132 è stato perso di vista a Serpentara e solo dopo la motovedetta della GdF si è diretta verso Capo Ferrato. In un secondo momento, però, gli inquirenti hanno controllato i tracciati del radar di Monte Codi e il mar.llo Atzori ha dovuto confermare “la versione del tracciato”, ossia, che, quando l’elicottero è sparito, la Colombina era sotto il velivolo, avendo ben visibile le scritte dell’elicottero e, solo dopo averlo perso di vista, ha cambiato la rotta. Dalla costa, i testimoni Utzeri, Marini, Cuccu e Zuncheddu hanno visto la forte esplosione da Capo Ferrato, dove il mar.llo Atzori ha dichiarato di essersi diretto dopo aver perso di vista l’elicottero Volpe 132. Come ha fatto la motovedetta Colombina a non accorgersi dell’esplosione essendo sulla traiettoria del velivolo? Altro mistero.
Il 15 maggio 1994, la Commissione d’inchiesta militare ha archiviato la morte del mar.llo Deriu e del brig. Sedda come incidente senza specificarne le cause.
La Procura ha sentito anche il comandate del Poligono Interforze di Serra di Quirra, il Gen. Fabio Molteni, il quale ha dichiarato che il tratto di costa compreso tra Capo Ferrato e la baia di Feraxi non rientra nella loro giurisdizione. Quindi, se ci fosse stata una nave (il mercantile Lucina) ancorata a largo nella baia di Feraxi, non competeva alla base militare accertare la “natura” del carico del mercantile. Il gen. Molteni parla di tratto di costa e non di tratto di mare perché i confini del Poligono militare di Serra di Quirra terminano a Capo San Lorenzo, a nord di Capo Ferrato. Se, invece, il Gen. avesse inteso “tratto di mare”, la zona sarebbe stata ad ampio raggio, comprendendo anche quella lontana dalla costa e i mezzi ancorati in mare aperto in direzione del Poligono.
Di tutta questa faccenda è sicuro che alle 14:00 del 2 marzo 1994, al mar. llo Deriu e al brig. Sedda viene comunicato di effettuare, una perlustrazione notturna sulla zona costiera cagliaritana “per la repressione traffici illeciti via mare nel tratto Elmas – Capo/Carbonara – Capo/Spartivento – Elmas”; decollo ore 18:44. A supportare “la missione” il G.63 Colombina, che avrebbe dovuto effettuare “un’azione combinata” dal mare di ricognizione del territorio. L’elicottero della GdF avrebbe controllato una “zona limitata” della costa cagliaritana, il G.63, invece, si sarebbe spinto fino alle 60 miglia marine a est di Capo Carbonara (111 chilometri dalle coste sarde). Se i mezzi erano cooperanti e “la missione” doveva essere costiera per quale motivo le rotte seguite dai due mezzi della GdF erano opposte?
Ed ecco le comunicazioni T/B/T tra l’operatore di Cagliari avvicinamento e il mar. llo Deriu (Sedda, quindi, era ai comandi) sono le seguenti:

Ore 18:44, Volpe 132 a Cagliari avvicinamento: “Siamo un A-109 della Finanza, in volo fino a Capo Carbonara. Effettueremo una piccola ricerca verso sud”.

Ore 18,58, Volpe 132: “A-109 lascia Elmas per Capo Carbonara a 1000 ft (piedi). Ci dirigiamo verso sud per seguire i bersagli segnalati dai radar”.
Cagliari avvicinamento “Copiato Volpe 132, allora ci richiamate su Capo Carbonara”.
Volpe 132: “Ricevuto”.

Alle 19,52, Cagliari avvicinamento: “Volpe 132 … Volpe 132, rispondete! Volpe 132 … Volpe 132!”.
La tragedia si è già consumata. Il mar. llo Deriu e il brig. Sedda sono morti ma Cagliari avvicinamento non lo sa e continua a chiamare l’elicottero della GdF senza trovare risposta. A quali bersagli si riferiva il mar. llo Deriu?
 Dopo quasi 20 anni, la caduta dell’elicottero, come la morte dell’equipaggio del Lucina, rischia di finire nell’oblio dei cold case italiani.
Mannironi e Pinna hanno definito il disastro dell’elicottero Volpe 132 l’”Ustica sarda” mentre Magdi Cristiano Allam e Nacera Benali hanno ipotizzato che la strage dell’equipaggio del mercantile Lucina sia opera di uno dei leader del Fis, Lounici Djamel, e del gruppo terroristico Gia. La Procura di Napoli, che, nel 1995, si è occupata della strage del Lucina, ha emesso 12 ordinanze di custodia cautelare a carico del Fis e del Gia. L’accusa più grave mossa dalla Procura di Napoli è nei confronti di Lounici Djamel, ricercato con un mandato di arresto dall’Italia, dal Marocco e dalla Francia, è accusato di gestire una parte del traffico di armi internazionale tra Italia, Asia ed Africa. Lo stesso traffico di cui si occuparono la giornalista Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia nel 1994.
Da anni l’avvocato delle parti civili Deriu e Sedda, Carmelo Fenudi, si batte perché il caso non sia archiviato dalla Procura di Cagliari. “E’ inammissibile”, spiega, “che, secondo gli inquirenti, l’elicottero della Guardia di Finanza sia finito in una zona d’ombra inaccessibile ai radar!”.
Lo scorso ottobre, il Procuratore Mauro Mura ha respinto la richiesta di archiviazione della morte dei due sottufficiali della GdF a causa delle gravissime mancanze investigative che, negli ultimi 18 anni, non hanno permesso che venisse alla luce la verità. Oltre all’assenza totale di comunicazioni tra l’elicottero Volpe 132 e la motovedetta G.63; alla “fantomatica” zona d’ombra su cui si sarebbe trovato l’elicottero; ai 40 minuti di silenzio nelle comunicazioni T/B/T tra il velivolo della Gdf e Cagliari avvicinamento; alla mancanza comunicazioni tra il II Gruppo del Nucleo Elicotteristi Gdf e la Torre di Controllo; a rafforzare la convinzione della Procura sono state alcune fatti acquisiti dal PM nel corso delle indagini, quando il sost. proc. Guido Pani ha chiesto all’Aeronautica militare una copia della relazione della Commissione d’inchiesta ma la richiesta è stata respinta perché coperta da segreto militare. Secondo il Ministero dell’Interno e della Difesa, la morte dei due sottufficiali della Gdf è un incidente, probabilmente dovuto ad un errore del brig. Sedda ma deve restare coperto sia da segreto di Stato sia da segreto militare.
Altro elemento raccolto dalla Procura riguarda il furto di un elicottero Volpe 132 dal deposito della GdF di Oristano, gestito dalla ditta Wind Air s.r.l.. In seguito a una segnalazione anonima, l’elicottero è stato trovato a Quarto S. Elena. Si è ipotizzato ad un depistaggio: l’elicottero “gemello”, fatto a pezzi, doveva essere gettato in mare in una zona distante dal Poligono Interforze e spacciato per l’elicottero disperso. La Wind s.r.l è risultata essere una società senza ragione sociale e, probabilmente, utilizzata come copertura dai Servizi Segreti. Il legale di questa società, l’avv. Costantino Polo, risulta avere tre diversi dati anagrafici e innumerevoli residenze, tutte inesistenti.
Da alcuni documenti demaniali dello Stato italiano è emerso che ad Oristano, tra gli immobili pubblici, c’è un edificio in via della Tribuna di Campitelli n. 23 dove il codice corrispondente allo stabile è lo stesso della sede legale della società Wind s.r.l.. Attiguo al numero civico 23 c’è un altro immobile appartenente al Ministero dell’Interno, i cui dati catastali e amministrativi compaiono. Sia l’edificio al n. 23 sia quello del Ministero dell’Interno sono utilizzati per uso governativo e tale uso è specificato nelle carte catastali. La sede della Wind s.r.l., dopo il furto dell’elicottero da Oristano, è stata spostata a Nuoro ad un indirizzo inesistente.
Che rapporto c’è tra la Wind s.r.l., il Ministeri dell’Interno e della Difesa, l’elicottero “gemello” del Volpe 132 abbattuto a Faraxi e la morte dei due sottufficiali della GdF? I due Ministeri non hanno fatto chiarezza avvalendosi ancora una volta del Segreto di Stato e militare ma è chiaro che questo rapporto c’è e cammina all’ombra dei depistaggi.
Il caso del Volpe 132 si riapre sul rapporto tra i traffici internazionali di rifiuti tossici ed armi che hanno coinvolto anche le nostre coste e i nostri mari, controllati da camorra, cosa nostra e ‘ndrangheta, passando per il Kosovo, minato dalla pulizia etnica. Una vecchia ipotesi che diventa nuova e concreta se si collegano i tasselli del mosaico che legano la morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, l’abbattimento dell’elicottero Volpe 132 e il mistero del mercantile “fantasma” Lucina, che fa la spola tra Nuoro, Cagliari e le acque internazionali.



sabato 23 giugno 2012

Non solo veleni: adesso a Quirra i militari devastano 20 chilometri di bosco per costruire un muro.


pubblicata da Sardegna Quotidiano il giorno mercoledì 20 giugno 2012 alle ore 16.24 ·
               
Le ruspe hanno lavorato per giorni in mezzo al bosco: via ginepri, alberi, arbusti e piante di ogni tipo per ricavare delle zone libere dalla vegetazione. Strisce larghe circa quattro metri che corrono per oltre 20 chilometri, realizzate in una zona estremamente delicata. E per due ragioni: da un lato perché interessa un’area carsica a rischio idrogeologico, dall’altro perché a confine tra il territorio di Villaputzu e il poligono militare del Salto di Quirra.

I lavori - eseguiti per conto della struttura militare sotto gli occhi allibiti degli abitanti dei dintorni - sono andati avanti a ritmo sostenuto e, con ogni probabilità, sono solo il primo passo per realizzare la recinzione che dovrà rendere inaccessibili le zone inquinate del poligono interforze. Un’opera imponente e avviata senza la richiesta di nessuna autorizzazione sulla quale la Guardia Forestale sta cercando di fare chiarezza. E i risultati dei primissimi accertamenti sono già finiti in procura. In sostanza si sta cercando di appurare se i militari potevano legittimamente aprirsi quel vastissimo varco in mezzo al bosco – zona normalmente tutelata e vincolata – senza chiedere il permesso a nessuno, oppure se sono state infrante le regole e commessi reati. Il fascicolo, aperto per violazione della normativa ambientale, è finito sulla scrivania del sostituto procuratore Marco Cocco, mentre gli accertamenti della Forestale proseguono.

Di certo, però, resta il fatto che delle ampie porzioni di bosco sono state sacrificate “alla ragione militare” e le stellette non sono andate per il sottile realizzando una sorta di lunghe trincee tra la vegetazione – ancora da misurare con precisione – in cui probabilmente verrà sistemata la recinzione garantita dall’Aeronautica mesi fa, in occasione della richiesta di dissequestro del poligono. Nel chiedere di riavere a disposizione il PISQ, a cui la procura di Lanusei aveva messo i sigilli nell’ambito di un’inchiesta per disastro ambientale, i vertici militari avevano promesso bonifiche e assicurato che le zone compromesse sarebbero state rese inaccessibili fino al loro ripristino.

E proprio oggi si apre l’udienza preliminare che dovrà decidere sul rinvio a giudizio dei venti indagati per i cosiddetti veleni di Quirra. A rischiare il processo sono i generali: Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Walter Maulon, Carlo Landi, Paolo Ricci. I colonnelli comandanti del distaccamento di capo San Lorenzo: Gianfranco Fois e Fulvio Ragazzon, più il responsabile del servizio di prevenzione e protezione del poligono dal 2000 fino al 2008, Walter Carta. A questi si aggiungono i componenti della commissione del ministero della Difesa: Giuseppe Di Donato, Vittorio Sabbatini, Vincenzo Mauro. I docenti universitari e tecnici dell’istituto di scienze ambientali di Siena, Francesco Riccobono, Giuseppe Protano, Fabio Baroni, Antonello Luigi Di Lella, chimici dell’Sgs, Gabriella Fasciani e Gilberto Nobile più medico del lavoro e docente universitario, Pierluigi Cocco e l’ex sindaco di Perdasdefogu Walter Mura.
Maddalena Brunetti

SINDROME DI QUIRRA: CRITICHE IMPORTANTI RIVOLTE ALLA INADEGUATEZZA METODOLOGICA

ASCOLTA L'AUDIZIONE > http://www.radioradicale.it/scheda/328226/poligono-militare-di-quirra-relazione-finale-della-commissione-studi-di-impatto-ambientale-del-ministero-d
Poligono militare del Salto di Quirra. Antonio Onnis. Marco Schintu e Fernando Codonesu, tre esperti del Comitato di indirizzo della commissione di studio sull'impatto ambientale e sulla salute del Poligono, commentano i dati e le informazioni, ad oggi elaborate, dopo due anni e mezzo di misurazioni.
CRITICHE IMPORTANTI RIVOLTE ALLA INADEGUATEZZA METODOLOGICA dei campionamenti effettuati . 2,5 milioni di euro spesi per una indagine di caratterizzazione ambientale, che non ha incluso la salute, a differenza di quanto stabilito nel 2008 dal decreto del Ministero della Difesa che istituì la Commissione.

venerdì 22 giugno 2012

QUIRRA: PRIMA UDIENDA, ASSENTE LA REGIONE, LO STATO ITALIANO DIFENDE I MILITARI MA NON I CITTADINI


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 22 giugno 2012 alle ore 0.37 ·



La folla radunata davanti al tribunale di Lanusei, il sipario giudiziario sul caso Quirra giunto alla prima udienza preliminare dopo un anno e mezzo di inchiesta e più di 10 di battaglie inascoltate, si apre con due grandi assenti: il ministero dell’Ambiente e la Regione Sardegna.

E prosegue con una grande domanda, sollevata in forma di eccezione procedurale, dal procuratore Domenico Fiordalisi: «Può lo Stato decidere di difendere i suoi uomini e non invece sè stesso?» E termina con una valanga di richieste di costituzione di parte civile che riempiono come un uovo l’aula al terzo piano del palazzo di giustizia ogliastrino. La carica dei 43. Sono 43, un numero davvero record. Ma sarà il gup Nicola Clivio a decidere il 18 luglio se accogliere tutte le richieste, dopo aver ascoltato cosa ne pensano anche gli avvocati dei venti indagati, ieri quasi tutti presenti: generali dell’Aeronautica, chimici dell’Sgs, ed ex sindaco di Perdasdefogu, Walter Mura, accompagnato dalla moglie e assistito dal decano dei penalisti sardi Luigi Concas in forma smagliante. Mancano solo, tra gli imputati, i docenti universitari di Siena e il medico Pierluigi Cocco.

Nella pattuglia di 43 aspiranti parti civili c’è davvero di tutto. Dalla cooperativa che alleva api, ai cultori del miele, alla folta pattuglia di associazioni ambientaliste come Wwf e Legambiente, passando per l’Asl di Lanusei con l’avvocato Marcello Caddori, la Provincia di Cagliari con la presidente Angela Quaquero, la Coldiretti, Sardigna Natzione con Bustianu Cumpostu, i comuni di Villagrande, Villaputzu, Tertenia e Ulassai, i comitati di cittadini come lo storico “Gettiamo le basi” con Mariella Cao e gli amici di Su Giassu di Villaputzu con l’avvocato Gianfranco Sollai. Ma ci sono anche i familiari delle persone morte per tumore, quindici pastori di Perdasdefogu, assistiti dal legale Marco Pilia. E anche tre abitanti di San Vito, che presentano la richiesta di costituirsi parte civile in virtù di un certo “turbamento psicologico” che avrebbero registrato a causa della vicinanza del poligono.

Lo Stato difende solo i generali. Ma nel mezzo, prima di tutto, c’è una grande questione che dalla giurisprudenza si allarga fino ai temi dell’etica: può lo Stato decidere in un processo di difendere i suoi uomini e non se stesso, ovvero i cittadini? Per Fiordalisi non può e da questo punto, ieri mattina, parte il procuratore. Codice penale sul tavolo, poche altre carte attorno, uno stuolo di avvocati alle sue spalle, una folta rappresentanza di cittadini e associazioni che mormora in fondo alla sala. E tutt’intorno un ricco contorno di familiari, conoscenti, telecamere e microfoni giunti anche dalla Germania per vedere cosa succedeva nel caso Quirra. Sono le 11, dunque, quando in udienza partono le prime bordate. Il procuratore si alza e solleva la prima questione procedurale: c’è un’incompatibilità, afferma in sostanza e citando anche le norme più recenti, legata alla presenza dell’avvocatura dello Stato che difende i sei generali ed ex comandanti del poligono di Perdasdefogu.

In altre parole, c’è un conflitto di interessi perché lo Stato, attraverso la sua avvocatura, sta difendendo i suoi uomini, ma non lo Stato stesso, visto che ieri non ha presentato richiesta per costituirsi parte civile. Assenti ministero e Regione. Poco dopo, ma allargando il discorso, la stessa questione la solleva anche l’avvocato Agostinangelo Marras, che tutela come parte civile il comune di Villagrande con il sindaco Giuseppe Loi. «È preoccupante e significativo — dice — che i ministeri dell’Ambiente e della Difesa non si siano presentati, e che lo Stato abbia fatto una precisa scelta di campo preferendo difendere gli imputati piuttosto che lo Stato stesso.E' significativa anche l’assenza della Regione Sardegna».

Quest’ultima, in realtà, prima tramite un comunicato dell’Asl di Lanusei, firmato dal direttore generale Francesco Pintus, poi tramite i suoi portavoce, fa sapere che ha già pronte tutte le carte per costituirsi parte civile. Ma resta il fatto che ieri non c’era e che la sua assenza fa parecchio rumore. Il gup ascolta tutto e decide di prendersi mezz’ora di tempo per decidere sulla presunta incompatibilità dell’avvocatura dello Stato, ma poco dopo torna in aula e rigetta l’eccezione. Nessuna incompatibilità. L’incompatibilità non c’è, afferma, perché lo Stato non si è costituito parte civile. E l’avvocato dello Stato, Francesco Caput, che tutela i sei generali, gongola soddisfatto. «Nessuna incompatibilità», ripete, mentre il gruppetto di alti ufficiali dell’Aeronautica, Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni, Carlo Landi e Paolo Ricci, al suo fianco, lo ascolta con attenzione. Finisce la prima questione, dunque, e in udienza preliminare comincia la carica delle aspiranti parti civili. Il gup deciderà se accoglierle nelle prossime due udienze, il 18 e il 25 luglio. Entro l’estate, dunque, dovrebbe arrivare la decisione sul rinvio a giudizio.

Da La Nuova Sardegna del 21 giugno 2012