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martedì 7 agosto 2012

Il Polo della Sovranità Economica proposto da aMpI ha fatto centro



(IlMinuto) – Cagliari, 2 agosto – Ha fatto centro la proposta nata dalla sinistra indipendentista per risollevare e valorizzare l’economia nuorese attraverso la realizzazione del Polo della Sovranità Economica. “I problemi strutturali che colpiscono la nostra economia – affermava lo scorso marzo aMpI in una conferenza stampa – devono essere affrontati alla radice. [...] Per non soccombere di fronte all’invasione dei Centri commerciali italo-europei dobbiamo cominciare a costruire un’industria della filiera sarda, che sostenga un’economia indipendente e rispettosa dell’ambiente e delle sue risorse”. La ricetta è la valorizzazione dell’agroalimentare, della pastorizia, dell’artigianato e del turismo, settori che, secondo la sinistra indipendentista, se sostenuti consentirebbero di ricominciare a creare economia e lavoro nel territorio. Una proposta che oggi piace e convince anche lo scetticismo iniziale del sindaco Bianco, che in un certo senso fa suo il progetto. “Come se niente fosse e senza alcun pudore – denuncia aMpI con un comunicato – ispirandosi in maniera evidente allo stesso progetto di a Manca pro s’Indipendentzia che prima snobbava, il sindaco propone un sostegno all’agroalimentare, all’artigianato e al turismo”. “Ricordiamo – prosegue la nota stampa – che il progetto di sviluppo a suo tempo già proposto dalla nostra Organizzazione, riguarda proprio questi settori, trascurati e boicottati dagli stessi partiti italiani che la giunta comunale rappresenta, per far posto a un’economia di assistenzialismo e dipendenza dall’esterno”. Tuttavia, a guardare bene gli intenti, nonostante lo scippo progettuale denunciato dalla sinistra indipendentista, c’è una grossa differenza tra le due proposte. Il Polo della Sovranità proposto da aMpI è alternativo alla militarizzazione della città, ovvero alla costruzione della caserma di Pratosardo, mentre la proposta del primo cittadino è un’inizitativa complementare alla caserma, che non viene assolutamente messa in discussione. Le differenze dunque non sono poche.
S.P.

domenica 5 agosto 2012

NUORO, MINACCE DI MORTE AL SINDACO. AL CENTRO LA CASERMA DI PRATOSARDO



pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno Venerdì 27 luglio 2012 alle ore 0.34 ·


Il via libera ai lavori nell'edificio militare è arrivato a inizio mese dopo 15 anni. In tempi di tagli e smobilitazioni, i lavori costeranno oltre 12milioni di euro, e saranno costruiti alloggi e uffici per 27mila metri cubi in un terreno di 4 ettari e mezzo. Sarà sede di un Reggimento della Brigata Sassari



Una lettera scritta a mano arrivata in Comune, indirizzata al sindaco di Nuoro, Alessandro Bianchi, Pd. Tra le righe, esplicite minacce di morte: si fa riferimento a “una pistola pronta” e alla caserma dell’esercito a Pratosardo, i cui lavori, nell’area industriale delle città hanno ricevuto l’ok definitivo proprio a inizio mese, dopo una trafila durata ben 15 anni. Nessuna sigla, nessuna rivendicazione e ora il testo è al vaglio della Digos mentre le istituzioni e gli amministratori si sono stretti attorno al primo cittadino. Solidarietà dal presidente della Regione Ugo Cappellacci e dai partiti, mentre il Pd chiede l’intervento del governo.

L’intimidazione è infatti stata recapitata giovedì 19 luglio, giorno in cui il prefetto aveva convocato il Comitato per l’ordine e la sicurezza. Il clima è teso dopo una bomba (orologio e bombola del gas stile attentato di Brindisi) davanti a un centro sociale del Comune, disinnescata prima dell’esplosione e il raid incendiario in una scuola. Poi ancora un finto ordigno contro il sindaco di Sindia, piccolo paese dell’interno. Della lettera e delle minacce si è avuta notizia solo ieri, a detta degli investigatori il tono è lo stesso di quelle arrivate un anno fa al governatore Cappellacci e al deputato nuorese Bruno Murgia (Pdl). Sullo sfondo c’è sempre la caserma di Pratosardo, un argomento ricorrente nelle cronache e nei discorsi politici tra Nuoro, Cagliari e Roma.

La caserma di Pratosardo - L’ultimo tassello è di metà luglio: la giunta del Comune di Nuoro ha approvato il progetto esecutivo. È il via libera ai lavori per costruire alloggi, mensa, uffici e altre strutture di appoggio per 27mila metri cubi in un terreno di 4 ettari e mezzo. La nuova caserma appunto. E in tempi di tagli e smobilitazioni, suona come una rarità. Anche per la Sardegna con la sua ingombrante presenza di servitù militari, proprio quando si parla di conversione e bonifica di quelle esistenti.

La genesi della caserma nuorese porta lontano, nel 1997. Anno dell’accordo di Programma tra Stato, Regione, Provincia, Comune; quando i finanziamenti si contavano in miliardi di lire, poi diventati milioni di euro. Da allora sono cambiati i sindaci e pure i ministri di riferimento e lo stesso accordo, che ha subìto anche alcuni dietrofront della Difesa per poi essere rimodulato nel 2008: da base logistica operativa a sede di un Reggimento della Brigata Sassari. Le esigenze della Difesa sono infatti cambiate.

Taglio anche dei posti: da oltre 400 a circa 250, proprio quelle buste paga tanto agognate su cui fanno affidamento gli amministratori locali per fare risollevare l’economia asfittica della città. Lo stesso sindaco Bianchi, due settimane fa, nell’esprimere soddisfazione per il traguardo raggiunto dopo un percorso lungo e a ostacoli ha ribadito l’importanza del progetto: “Sia per le evidenti ricadute economiche sia per quelle occupazionali legate alla sua realizzazione. In passato, da più parti, è stato espresso un deciso scetticismo sulla effettiva possibilità di realizzare l’opera ed oggi, invece, possiamo partire con i lavori, segno che la caparbietà nell’inseguire un’idea spesso viene premiata”. E poi c’è la convinzione, l’auspicio, che i tanti militari impegnati nell’esercito e nella Brigata Sassari possano tornare a lavorare nell’isola.

La permuta. Il campus universitario al posto della caserma - La base dell’accordo che ha resistito a polemiche e rassicurazioni è una sorta di permuta, di scambio, tra Difesa, Regione e Comune. Secondo il progetto l’area dell’ex Artiglieria, in città, sarà occupata da un campus universitario (il Demanio donerà tutta l’area) mentre il Comune realizzerà la caserma con fondi della Regione (12milioni e 281mila euro già stanziati). L’appalto, d’altronde, è già stato vinto dalla ditta cagliaritana Pellegrini che ha già provveduto allo sbancamento e alla recinzione. Mentre a Nuoro i corsi universitari (gemmati dall’Università di Sassari e di Cagliari) non godono ancora di ottima salute. Tra scontri e tentativi di rilancio per le zone dell’interno della Sardegna.

I contrari - E c’è chi, nonostante lo scetticismo della sua effettiva realizzazione, si è da sempre opposto alla costruzione della caserma nella zona industriale di Nuoro. Non tutti credono che lo sviluppo della città passi per la presenza dei militari. E per questo è stata avviata anche una raccolta di firme promossa dal movimento indipendentista di sinistra ‘A manca pro d’indipendentzia’.
Monia Melis

Da Il Fatto del 26 luglio 2012

NO ALLA CASERMA, LA LOTTA POPOLARE CONTINUERA'

Alla cortese attenzione degli organi di stampa:
LA LOTTA POPOLARE CONTINUERA'!
Tempo fa il sindaco di Nuoro, Bianchi, asseriva in una delle cosiddette "maratone del dialogo" ( che altro non sono se non un comizio propagandistico) che il volano economico per la città sarebbe dovuto essere la "caserma di Pradu e il terziario, poichè Nuoro ha sempre vissuto da quello". Ora, come se niente fosse e senza alcun pudore, ispirandosi in maniera evidente allo stesso progetto di A Manca pro s'Indipendentzia che prima snobbava, propone un sostegno all'agroalimentare, all'artigianato e al turismo. Ricordiamo che il progetto di sviluppo a suo tempo già proposto dalla nostra Organizzazione, riguarda proprio questi settori, trascurati e boicottati dagli stessi partiti italiani che la giunta comunale rappresenta, per far posto a un economia di assistenzialismo e dipendenza dall'esterno. Inoltre, la nostra proposta di costituire il Polo della Sovranità è chiaramente e assolutamente alternativo alla militarizzazione della città, non complementare ad essa! Militarizzazione che il signor sindaco non mette in discussione, nemmeno ora che si è riscoperto paladino dei settori produttivi. 

Con una campagna informativa popolare A Manca nei mesi scorsi ha diffuso 10.000 volantini nelle cassette delle lettere di tutta Nuoro, oltre a 5000 volantini distribuiti per strada, ha partecipato a trasmissioni radio, dibattiti, tenuto conferenze stampa, organizzato concerti, manifestazioni di piazza e tanto altro, per spiegare ai nuoresi che la militarizzazione non rappresenta una risorsa perché l'economia va ricercata nelle nostre reali vocazioni, quali appunto la produzione agroalimentare, l'artigianato e il turismo culturale, sia interno sardo che internazionale, integrando la città con le campagne e tutto il territorio. L'amministrazione comunale con questa mossa maldestra tenta di stroncare la lotta contro la militarizzazione che a Nuoro sta avendo sempre più consenso, pretendendo di continuare a sostenere con diversi milioni una "economia con le stellette" a cui affiancare un'economia compatibile col territorio con due spiccioli. Sospettiamo fortemente che questo improvviso ravvedimento non sia altro che un ulteriore stratagemma per assicurarsi la costruzione di una caserma fortemente messa in discussione da diverse realtà politiche e sociali oltre che da tanti cittadini comuni. 

A tale riguardo ci auguriamo che la lettera anonima con minacce di morte recapitata al sindaco nei giorni scorsi non sia il pretesto per creare un clima di intimidazione nei confronti del dissenso. La protesta contro la costruzione di una Caserma a Pratosardo è stata da sempre una protesta popolare, fatta dai cittadini nuoresi a volto scoperto e alla luce del sole, con volantinaggi pubblici, manifestazioni e raccolta di firme nelle piazze. Sarebbe troppo comodo adesso, approfittando di torbide minacce partite da chissà chi e per quale misterioso motivo, inaugurare una sorta di strategia della tensione che getta ombre e sospetti su chi è contrario alla caserma. Condanniamo con forza e con sdegno il taglio ambiguo dei giornali di questi giorni, che, senza avere il coraggio di schierarsi e di parlare apertamente, cercano ambiguamente di addossare la colpa di minacce (misteriose sia nel contenuto che nella stessa provenienza) alla vasta area popolare che da mesi e mesi lotta contro l'enorme ed inutile spreco della costruzione della Caserma. 
NOI LE COSE LE DICIAMO IN FACCIA!!

Si potrebbe anche pensare che qualcuno approfittando appunto del vertice in Prefettura per la sicurezza abbia inventato ad arte la missiva, per ottenere la tensione giusta per poter reprimere il dissenso. Affermiamo queste preoccupazioni perchè da un pò di tempo ad ogni episodio, come per esempio per
i gavettoni fatti dal comitato cittadino C.A.N. al sindaco come protesta verso il rogo dei libri in piazza, si parla di violenza e di protesta contro la caserma, mettendo assieme fatti assolutamente distinti e che si pretende di accomunare non sotto la categoria di "dissenso" ma sotto quella ben diversa di "violenza". La lotta contro la Caserma di Pradu è una protesta che quando fa comodo si ignora, quando fa comodo si tiene presente, e quando viene sostenuta dalla popolazione si cerca di criminalizzare col pretesto di lettere misteriose.



LA LOTTA POPOLARE CONTINUERA'!
NONO A SA CASERMA DE PRADU!
Direttivo Politico Nazionale
-a Manca pro s’Indipendentzia-

TESTO ORIGINALE

giovedì 26 luglio 2012

SANTINO FOIS: MORTO PER “FATALITA’” COLONIALE.



Santino Fois: morto per "fatalità" colonialeLa mattina del 6 luglio 2012 moriva a Nugoro Santino Fois. Lollovese, 64 anni, Santino non era impegnato in politica, non era appartenente alla nostra organizzazione, tuttavia è sempre stato un grande amico di molti compagni di a Manca e tante volte ha dato una mano all’organizzazione mettendosi a disposizione nella realizzazione delle iniziative. La sua morte, imprevedibile ed inaspettata, ha gettato tutti nello sconforto. Ma l’accaduto diventa, oltreché umanamente triste, anche politicamente inquietante. Santino è morto infatti a seguito di una perquisizione poliziesca nella sua abitazione. Provati dalla perdita del caro amico, ma determinati nel fare luce su una vicenda troppo sbrigativamente archiviata come “fatalità”, una apposita commissione della nostra organizzazione si è messa al lavoro per costruire delle indagini – le uniche finora svolte – che spieghino come sono andate realmente le cose quella maledetta mattina del 6 luglio.
Sin da subito gli elementi emersi dalla testimonianza delle pochissime persone presenti durante i suoi ultimi istanti si sono rivelati assolutamente inquietanti. Mano a mano che le indagini di A Manca vanno avanti – e non sono tuttavia ancora concluse – lo scenario sembra sempre più mostrare una pesante responsabilità delle Forze d’Occupazione Italiane nella morte di Santino.

Andiamo per ordine:
alle 7.30 circa si presentano a casa di Santino, dopo aver suonato a tutti i campanelli del palazzo, cinque poliziotti (due in divisa e tre in borghese) per eseguire una perquisizione alla ricerca di armi. Tra i cinque che operano in casa e gli otto (tra “catturandi” e scientifica) che stanno nel cortile davanti alla palazzina si contano 13 agenti, senza considerare gli altri due che seguivano l’operazione a distanza. Un po’ troppi forse, considerando che si trattava di un uomo di 64 anni, assolutamente non atletico e con una protesi al ginocchio, residente in una palazzina che ha una sola via d’uscita: quella presidiata da ben otto poliziotti. Appare dunque già nella stessa maniera di porsi, considerando il tipo di reato, la persona da perquisire e il dispiegamento di forze, un eccesso di zelo, se così si può dire. Eppure il capo della squadra mobile di Nugoro, Fabrizio Mustaro, in un’intervista alla stampa rilasciata l’indomani definiva questo vero e proprio assedio come «una normale perquisizione prevista dall’art. 41 Tulps. Una consueta attività preventiva alla ricerca di armi».

In casa inizia la perquisizione, con Santino e la moglie visibilmente agitati, e in assenza di un avvocato. La perquisizione va avanti senza alcun esito, e questo fa andare in escandescenze il poliziotto che coordina, il quale inizia ad urlare ai suoi sottoposti di cercare bene perché deve esserci qualcosa. Sostengono infatti di aver ricevuto una lettera anonima in cui vengono avvisati che la casa di Santino sia “piena di armi”. Invece di tranquillizzarsi perché ha davanti un cittadino che non ha commesso alcun reato, il dirigente si infuria e urla, avvisando con tono minaccioso che a breve sarebbero andati a cercare anche in altri luoghi di pertinenza di Santino, quali la cantina e la casa del fratello.
Nel frattempo Santino, certamente anche a causa del forte stress a cui è sottoposto, inizia a sentirsi male. Nella sua vita Santino ha scontato alcuni anni di carcere, accusato per un sequestro di persona che lui non ha mai commesso, e difatti era stato anche risarcito dallo Stato per l’ingiusta detenzione. Sapeva bene, quindi, che esiste la possibilità di essere incarcerati ingiustamente, e questa eventualità lo preoccupava molto, considerando anche le apprensioni che aveva nei confronti della moglie malata. Pur sapendo di non dover avere niente da temere dal punto di vista della consumazione di un reato, la sua agitazione era dunque ben motivata.
Gli agenti trascurano completamente le sue lamentele che dicono chiaramente di accusare un forte dolore nella parte sinistra del petto. Forse pensano che sia uno stratagemma dell’accusato per distrarli, ma la legge non li autorizza a supporre stratagemmi di fronte a chiari segnali di infarto. Difatti mentre Santino, pallido e sudato, continua ad accusare questi sintomi, anziché chiamare immediatamente un’ambulanza per farlo visitare, pensano bene di intimargli di scendere le scale e andare ad aprirgli la cantina.

Va detto, per inciso, che anche il più inesperto sa bene che è fondamentale, per salvare la vita a un infartuato, evitargli assolutamente qualsiasi movimento e fargli prestare immediatamente le cure. I poliziotti, che vengono preparati tramite corsi di preparazione medica a prestare le prime cure a un infartuato. Loro questo non lo sapevano forse. Decidono quindi, rabbiosi per l’esito negativo della perquisizione domiciliare, non solo di non prestare le cure dovute alla persona in pericolo di vita, ma per giunta di obbligarlo a scendere ben quattro rampe di scale!
Cosa sia successo nel tragitto che da casa sua, tramite le scale, porta alla cantina lo sanno solo i poliziotti. Sta di fatto che quando Santino è giunto davanti alla sua cantina si è accasciato al suolo, perdendo conoscenza. Solo a quel punto gli inquirenti hanno chiamato un’ambulanza, che peraltro è arrivata in pochissimi minuti vista la breve distanza dell’ospedale da casa di Santino. Ma a quel punto il tempo utile era ormai passato, e non certo per responsabilità dell’ambulanza. Mentre Santino moriva loro proseguivano ostinatamente la perquisizione nella sua cantina, alla disperata ricerca di armi. Alla fine la perquisizione ha dato esito negativo: nessun’arma è stata trovata.

Le indagini da parte nostra, come detto, proseguono per fare piena luce sulla vicenda. Nonostante la raccolta di tanti elementi, restano ancora tanti lati oscuri. Resta da capire, ad esempio, perché al Pronto Soccorso del San Francesco di Nugoro non conoscessero l’identità di un cadavere arrivato con un’ambulanza chiamata dalla polizia: infatti gli infermieri chiamavano col cellulare di Santino agli ultimi numeri registrati, chiedendo a chi rispondeva se sapesse chi fosse il proprietario di quel telefono, e chiedendo di andare lì per il riconoscimento del cadavere. Resta da capire, ad esempio, perché non sia stata fatta l’autopsia e chi e perché si sia opposto alla sua esecuzione. Chiunque si sia opposto e per qualsiasi motivo, rispettando le opinioni e i sentimenti dei parenti nel caso sia stato per decisione loro, ha a parer nostro commesso un errore. Da un’autopsia potrebbero emergere chiaramente ulteriori responsabilità da parte dei membri delle Forze d’Occupazione, dato che si potrebbe vedere chiaramente che Santino ha effettuato degli sforzi mentre era sotto infarto, dimostrando quindi la pesante responsabilità dei poliziotti nella sua morte.
Da parte nostra, spingeremo affinché la vicenda non venga coperta dall’impunità del silenzio, anche a costo di far chiedere una riesumazione della salma per verificare questi gravi indizi a carico delle Forze d’Occupazione.

Siamo convinti che Santino Fois non sia morto, come qualcuno molto comodamente voleva far credere, per fatalità.
Chiediamo a tutti presenza, sostegno e partecipazione, affinché questa ennesima storia di soprusi non cada – come tante altre, purtroppo – nel silenzio e nell’impunità.

A Manca pro s’Indipendentzia.

DACCI OGGI IL NOSTRO VELENO QUOTIDIANO

Dacci oggi il nostro veleno quotidianoApprendiamo attraverso le televisioni locali, che oggi, 14 luglio 2012, è avvenuto un incidente negli stabilimenti della Portovesme srl. Si tratterebbe di una fuga di anidride solforosa che ha poi formato una grossa nube bianca mettendo così in allarme i cittadini del paese di Portoscuso e tutti gli abitanti delle zone limitrofe. I vigili del fuoco ed i tecnici dell’Arpas sarebbero al lavoro; il sindaco di Portoscuso, Giorgio Alimonda, avrebbe tranquillizzato la popolazione sostenendo di “aver avviato tutte le procedure del caso”. A noi però viene spontaneo chiedere quali sarebbero e che peso avrebbero “le procedure del caso” quando la produzione di veleni è quotidiana e lo stoccaggio illegale di materiali di scarto è la normalità?

Ricordiamo che la Portovesme srl, azienda del gruppo svizzero Glencore che produce piombo e zinco, è stata inquisita per aver stoccato abusivamente diecimila metri cubi di scarti industriali tossico nocivi nelle zone di Settimo San Pietro, Serramanna e nei sottofondi stradali dell' ospedale Businco di Cagliari. Non dimentichiamo inoltre il trasferimento in Sardigna, sempre per conto della Portovesme S.r.l., di camion carichi di materiale radioattivo del tipo Cesio 137 e provenienti dall' Alfa Acciai di Brescia.

A Manca pro s'Indipendentzia coglie oggi l’occasione per ribadire non solo le responsabilità della Portvesme srl ma anche e soprattutto le responsabilità delle amministrazioni locali e dei sindacati che, con la scusa di tutelare una manciata di posti di lavoro, tacciono sui reali danni causati al territorio, alla sua economia ed alla salute di coloro che vi abitano.
Sottolineiamo, inoltre, anche alla luce di questo nuovo gravissimo episodio, definito strumentalmente “incidente”, come queste fabbriche coloniali non possano costituire in nessun modo un modello economico sostenibile ma una reale minaccia sia per la nostra salute che per la costruzione di qualsiasi alternativa economica nazionale sarda.

Direttivo Politico Nazionale
A Manca pro s’Indipendentzia

TESTO ORIGINALE 

A MANCA PRO S'INDIPENDENTZIA: «È LA CONFERMA CHE IL GALSI È UN BIDONE COLONIALE»

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 13 luglio 2012 alle ore 12.03 ·
 



Nuove ombre sul futuro del Galsi. Per sapere se il gasdotto sarà realizzato bisognerà aspettare novembre, quando Sonatrach, il gruppo energetico algerino, chiarirà se investire o meno nel progetto.

IL RINVIO La novità è arrivata ieri quando il presidente e direttore generale della società nordafricana, Abdelhamid Zerguine, ha annunciato di voler rinviare a novembre qualsiasi decisione sull'opportunità di abbandonare o sviluppare il progetto sul metanodotto che dovrebbe collegare Algeria e Italia, passando per la Sardegna. Zerguine ha infatti detto che gli investitori, compresa Sonatrach (che ha il 41,6% di Galsi), non hanno ritenuto utile, al momento, impegnarsi nell'opera che, a regime, dovrebbe fare arrivare in Italia circa otto miliardi di metri cubi di gas. Gli investitori vogliono certezze sull'investimento. La Regione però ridimensiona la notizia e spiega che «la decisione risale allo scorso marzo ed è stata obbligata vista la mancanza dell'autorizzazione unica italiana», ha sottolineato Tonino Tilocca, presidente della Sfirs (che ha quasi l'11% del capitale di Galsi spa, la società che deve realizzare il gasdotto). Il ministro alle Infrastrutture, Corrado Passera, aveva però assicurato alla Regione che il documento sarebbe arrivato entro l'estate.

MOTIVI La decisione di Sonatrach potrebbe ora allontanare la realizzazione dell'opera che soltanto un mese fa sembrava molto vicina a diventare realtà. Ai primi di giugno era stato il ministro del petrolio algerino, Youcef Yousfi, a sottolineare la volontà del governo africano di voler andare avanti col progetto, tanto da dettare addirittura i tempi: un anno per la conclusione degli studi esecutivi e altri tre per la realizzazione dell'opera. Il cambio di rotta, per Zerguine, ora deriva da contrasti tra gli investitori, in particolare sulla «formula del prezzo che», ha spiegato, «gli altri soci vogliono imporre al suo gruppo». «Possiamo impegnarci», ha proseguito, «se abbiamo dei contratti chiusi», auspicando che cessino le pressioni sui prezzi. I contrasti sarebbero legati soprattutto al meccanismo di indicizzazione dei prezzi in base alle quotazioni del petrolio che da parte algerina non viene considerata praticabile. «Pensiamo», ha aggiunto ancora Zerguine, «che non dobbiamo investire senza che tali investimenti non siano garantiti e protetti».

REAZIONE Per la sinistra indipendentista la decisione «è la conferma che il Galsi è un bidone coloniale», si legge in una nota di A Manca pro s'Indipendentzia. «Abbiamo sempre denunciato il carattere propagandistico del progetto e smascherato come non sia prevista la metanizzazione dell'Isola».
(Annalisa Bernardini)

Da L'Unione Sarda del 13 luglio 2012

mercoledì 11 luglio 2012

A Quirra si muore. Lo dicono anche la TV e il PD

I veleni di Quirra

Un intervento di Cristiano Sabino, portavoce nazionale di A Manca Pro S'Indipendéntzia



A Quirra si muore. Ora anche le TV e i giornali lo dicono, anche se gli angoli vengono smussati e le radici del problema tenute ben nascoste sotto terra. Penso a questo mentre vado a Padria dove l’associazione Isperas ha organizzato un dibattito di presentazione del libro Lo sa il vento scritto da carlo Porcedda e Maddale Brunetti. Un libro lucido e tagliente che racconta le cose come stanno sui poligoni di tiro e sulla presenza militare italiana ed internazionale in Sardigna.


Una verità che l’indipendentismo e gli antimilitaristi conoscono bene e denunciano da anni mettendoci la faccia e a volta subendo anche pesanti atti repressivi. A Padria è invitato anche un signore beneducato dal tono rassicurante e mite che inizia il suo intervento da lontano, fermandosi sulla mentalità utilitaristica che i sardi avrebbero acquisito e sul valore dell’essere “tutti uniti”. Questo signore è un senatore del PD, membro della commissione del Senato sulle armi all’uranio impoverito che ha chiesto la chiusura di alcuni poligoni di tiro e la riconversione del PISQ. Un “atto d’amore verso la nostra terra”, ha detto riferendosi alla sua relazione.


Tutti vissero felici e contenti. Finalmente la Casta è scesa dall’olimpo, si occupa di problemi reali, ascolta i comitati e la gente che ha qualcosa da dire e si fa tramite delle istanze di cambiamento. Ci sarebbe da dire questo leggendo i giornali e ascoltando dal vivo la versione del senatore Scanu. Purtroppo però non è così.
Ricordate il referendum promosso dal comitato “Firma sas Bombas” guidato da Sardigna Natzione che avrebbe dovuto chiamare i sardi a pronunciarsi in via consultuva contro le basi militari e in particolare contro quelle nucleari? Quel referendum, esattamente come il precedente nel 1989, venne bocciato con la motivazione che il quesito violava i principi costituzionali. Dove era il suo partito senatore? E lei dov’era?
Ricordate le manifestazioni popolari contro le basi militari, da Villaputzu a Cagliari, dai mari di Teulada al cielo pieno del gas lacrimogeno a La Maddalena? Dov’era il suo partito senatore? E lei dov’era?
Si è parlato, anche in questa occasione di inquinamento industriale, soprattutto in relazione alle discariche abusive dei fumi di acciaieria e di rifiuti tossici industriali illegalmente e clandestinamente sotterrati nei nostri territori. È un bene che si ricordi questi misfatti e che ci si interroghi sull’etica della responsabilità verso le nuove generazioni come ha tenuto a precisare lei signor Senatore. Ma dov’era lei, il suo partito e i sindacati a lei vicini quando è stato fatto fallire il referndum contro le scorie industriali che avrebbe vietato per legge ogni stoccaggio di questo tipo e avrebbe garantito controlli più efficienti?

Dov’era quando nel 2008 Guido Melis, Caterina Pes e tutti gli altri deputati del gruppo parlamentare del PD votavano in blocco la richiesta di accelerazione della pista di atterraggio per droni militari proprio all’interno del PISQ e quindi un suo ampliamento e potenziamento?
Un atto di amore verso questa nostra terra martoriata dal colonialismo militare e industriale italiano sarebbe quello di stracciare la sua tessera del PD, nel chiedere umilmente scusa al popolo sardo per i crimini commessi dal suo partito e dal sistema di potere all’interno di cui esso è inserito e nel mettersi a disposizione del movimento di liberazioine nazionale. Questo sarebbe l’unico reale atto d’amore e di dignità che ci si aspetterebbe da lei.



Le favole non sono tutte belle e soprattutto spesso hanno la morbosa qualità di farci parteggiare per i personaggi sbagliati, piché li scambiamo per retti e posivi quando non lo sono affatto, se non nell’apparenza. Le favole purtroppo a volte nascondono personaggi distopici, miti e saggi in apparenza, ma ben diversi nella loro natura. In realtà Giampiero Scanu non si è convertito sulla via di Damasco. Del resto in più occasioni ha tenuto a precisare che “il poligono di Quirra non chiuderà, ci sarà una riconversione radicale e le bonifiche partiranno all’inizio del prossimo anno”.
Anche a Padria, a tutte le mie considerazioni, ha magistralmente chiosato puntando il dito sulla mia interperanza di “giovane idealista” che non sa quello che dice e che rompe le uova nel paniere all’ “unità di tutti i sardi”.

Peccato che il signor Scanu non abbia risposto affermando che le mie non erano domande, ma “considerazioni e epiteti inappropriati”. Cosa si intende precisamente quando si parla di “riconversione”? Scanu a Padria non lo dice, ma il suo documento parla chiaro: “destinando le aree non più soggette a vincolo ad usi civili o di tipo duale, con particolare riferimento allo sviluppo di attività attinenti alla protezione civile, alla ricerca scientifica e tecnologica in settori innovativi, ivi compresa l’elettronica, alla sperimentazione di aerei UAV, alla ricerca per il miglioramento delle condizioni di sicurezza dei militari impegnati nelle missioni internazionali, alla tutela delle iniziative imprenditoriali e delle competenze tecniche e professionali sviluppati nei territori interessati”.

Lo stesso programma dell’esercito del 2007 che, per bocca del generale Camporini, parlava di un “processo che si è messo in moto e che punta a trasformare il poligono interforze del Salto di Quirra. Un cambiamento quasi genetico. Si studia infatti una nuova formula che nel progetto viene definita: «Società mista Difesa-Industria» che procedesse a una ricerca di tipologie innovative di collaborazione tra l’Amministrazione Difesa e l’Industria nell’ottica della costituzione di una “Società partecipata Difesa-Industria” (NewCo), cui affidare la conduzione dei servizi tecnici del poligono». (Piero Mannironi, la Nuova Sardegna, Ottobre 2007).
Il medesimo programma elettorale del sindaco di Perdasdefogu (anche lui, non a caso, PD) Walter Mura che basava la sua ultima campagna elettorale “su un utilizzo meno impattante, sull’alta tecnologia, sulla professionalità. a ricerche sugli aerei senza pilota” (Unione Sarda 27/5/2012).

Che casi, che coincidenze! Mi spiace aver rotto l’atmosfera di serenità in una bella serata organizzata dagli amici e dai compagni di Padria. Ma non capita spesso a noi mortali di poter accedere al paradiso dei nostri benefattori, dirigenti della politica che conta per poter ricordare loro chi sono, che interessi difendono e soprattutto che non tutti i lavoratori sardi soffrono di amnesia.

TESTO ORIGINALE

domenica 1 luglio 2012

Il colonialismo industriale italiano uccide! Liberiamocene




Alla cortese attenzione degli organi di stampa,

Oggetto: Materiale radioattivo a Portovesme

 
E’ inconcepibile che ancora una volta un carico di materiale tanto
pericoloso abbia viaggiato indisturbato dalla Grecia fino a Portovesme.
Già nel 2007 e nel 2011 carichi radioattivi erano diretti verso
Portovesme provenienti dalla Alfa Acciai di Brescia,  è evidente che i
controlli sulla filiera dei rifiuti speciali è del tutto inadeguato, in
particolare, per quelli più pericolosi come i radioattivi. Si tratta di
un ulteriore episodio molto grave,  e ricordiamo che per l’utilizzo dei
fumi di acciaieria, nel ciclo produttivo della Portovesme S.r.l., era
stata disposta, per poterli accogliere, una specifica deroga alla legge
regionale, a patto di un rispetto rigoroso della normativa sui rifiuti
speciali. Denunciamo l’inadeguatezza del regime dei controlli rispetto
all’ingresso di tutti i rifiuti in Sardegna e chiediamo che nei porti
siano presenti e funzionanti le migliori attrezzature ad alta tecnologia
ad oggi disponibili e che i rifiuti in arrivo vengano controllati con
rigide ispezioni ambientali prima che vengano scaricati. I controlli
sulla radioattività alla Portovesme Srl sono in regime di autocontrollo,
il portale radiometrico è controllato dalla stessa azienda, in pratica la
Portovesme S.R.L. è il controllore di stessa. Invochiamo il passaggio del portale
radiometrico a enti pubblici, quali Asl, Arpas, Provincia e Comuni.
Non è accettabile che materiali pericolosi possano essere scaricati
dalle navi e possano raggiungere la loro destinazione finale, in questo
caso la Portovesme s.r.l., senza che venga rilevata la presenza del
cesio 137. Da sottolineare che dal porto  dove sono scaricate le scorie
partono i traghetti per i residenti che in questi mesi sono pieni di turisti
diretti per Carloforte .
Ci chiediamo anche quanto materiale abbia raggiunto la Sardegna. E’ inaccettabile che un materiale così pericoloso per la salute non prenda immediatamente la via del mare per essere
rispedito al porto di provenienza anziché finire in quarantena sul
nostro territorio.Dato il ripetersi dell’arrivo di materiali radioattivi chiediamo che vengano controllate le discariche che accolgono i rifiuti industriali, in particolare quella de S’Acqua e Sa Canna, quella di Genne Luas e della Carbosulcis e chiediamo anche che vengano controllati  e analizzati il contenuto di tutti i camion  che trasportano il materiale nelle discariche.


Associazione Adiquas
A Manca pro s’Indipendentzia
Carlofortini Preoccupati!


TESTO ORIGINALE 

domenica 24 giugno 2012

LO STATO ITALIANO CONTRO L'INDIPENDENTISTA BRUNO BELLOMONTE, il ricorso in Appello ...un aeromodello per bombardare il G8

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno domenica 24 giugno 2012 alle ore 17.44 ·
 


La Procura di Roma non molla e rilancia: con un aeromodello telecomandato sarebbe stato possibile bombardare gli edifici sede del G8 a La Maddalena ed era questo il progetto sul quale lavoravano Bruno Bellomonte e il defunto presunto capo dell’organizzazione «Per il comunismo-Brigate rosse» Luigi Fallico in quell’ormai famosa cena a due al ristorante romano da Silvio alla Suburra il 16 dicembre del 2008.

Bocciata il 21 novembre 2011 dalla prima corte d’assise della capitale, la teoria del modellino ritorna nel ricorso in appello firmato dai pm Erminio Amelio e Luca Tescaroli occupando una buona parte delle 120 pagine in cui è articolato il documento. Ed è soprattutto a questo indizio, rafforzato da intercettazioni ambientali piuttosto confuse, che i due magistrati ancorano la nuova richiesta di condanna per Bellomonte, convinti che il ferroviere sassarese facesse parte a pieno titolo dell’organizzazione eversiva e che ne fosse lo stratega all’insaputa dei militanti di A Manca pro d’Indipendentzia, il partito legale per il quale è stato candidato a sindaco di Sassari.

Amelio e Tescaroli non si fermano alla richiesta di condanna, ma propongono alla corte d’assise d’appello la rinnovazione parziale del dibattimento, perché a supporto della tesi accusatoria basata sul modellino di velivolo venga esaminato in aula pubblica un commesso del negozio di aeromodelli Palazzoli, in via Oderisi da Gubbio a Roma.

Si chiama Egidio Andreini e sentito il 26 marzo 2012 - quindi dopo la sentenza di primo grado, in cui Bellomonte è stato assolto perché il fatto non sussiste - ha riferito «che ogni aeromodello può essere zavorrato e che taluni possono portare anche alcuni chilogrammi di peso». (m.l)

Da La Nuova Sardegna del 23 giugno 2012

venerdì 22 giugno 2012

FURAT CHIE BENIT DAE SU MARE


ADESIONE ALLA MANIFESTAZIONE POPOLARE DI SABATO A BOSA MARINA


È da anni che si parla di soluzioni per lo sviluppo della nostra economia e la pesca che potrebbe rappresentare per noi sardi un introito di tutto rispetto non viene solo trascurata, ma addirittura svenduta dalla classe politica italianista al primo buon offerente.
Se i sardi avessero uno stato, o almeno una classe dirigente autorevole e non sottomessa, i nostri pescatori non dovrebbero preoccuparsi. Il loro mare sarebbe al sicuro dall’invasione delle grosse barche straniere che praticano tipi di pesca che non solo rapinano sistematicamente i fondali , ma ne pregiudicano quasi totalmente il naturale ripopolamento.
Furat chie benit dae su mareCosì non è, e come al solito i lavoratori sardi assistono impotenti alla sfilata di consiglieri e assessori regionali fintamente impotenti e imbelli, i quali cercano più che altro di ammansire gli animi e di placare la voglia di ribellione a questo sistema di rapina e saccheggio delle nostre risorse.

Quello che accadrà a Bosa è la conseguenza di questa politica scellerata: Il peschereccio toscano "I dieci Angelillo" con l'autorizzazione del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste sbaraglierà la concorrenza utilizzando le  grandi reti (sistema di pesca col cianciolo) che permettono appunto di portare a bordo enormi quantità di pescato in tempi brevissimi setacciando il fondale e devastando l’ecosistema.
Duecento chilometri più a sud lo scenario non cambia:  la pesca del tonno rosso riempie il conto in banca della famiglia Greco di Genova proprietaria delle tonare di Carloforte. I Greco hanno interesse a fare profitto, assumono lavoratori con stipendi da fame e quasi mai di Carloforte. Sulle tonnare volanti (gestite da maltesi, spagnoli, italiani) impiegano radar che individuano e catturano interi banchi del pregiatissimo tonno rosso a rischio estinzione.
I tonni poi vengono trasportati sino a Malta dentro enormi gabbioni galleggianti trainati da rimorchiatori, ingrassati, macellati e imbarcati su speciali aerei diretti verso il Giappone. 
Insomma ora i tonnaroti non ricevono più nemmeno  la bottarga e il musciame che gli garantiva di integrare la misera busta paga giornaliera e alla popolazione di Carloforte non rimane della pesca al tonno, se non il ricordo e antiche fotografie da museo.
Dopo il saccheggio delle risorse del suolo, del sottosuolo e dell’energia eolica e solare arriva il saccheggio del mare!



►A Manca pro s’Indipendentzia appoggia la mobilitazione della comunità dei pescatori bosani e la manifestazione di sabato 23 giugno alle 10:00 del mattino a Bosa Marina e il diritto ad azioni di disobbedienza civile che ostacolino e impediscano ai pescherecci toscani la pesca nelle nostre acque territoriali.

►A Manca pro s’Indipendentzia appoggia l’iniziativa della lista civica Tabarchin Pau ben in Cümun di portare Carloforte a farsi promotore per una Moratoria per il tonno rosso per il ripolamento dei mari e per il ritorno ad una pesca nelle mani della comunità di Carloforte con tonnare fisse.
Direttivo Politico Nazionale
A Manca pro s’Indipendentzia


TESTO ORIGINALE

VI RICORDATE ANCORA DEL REFERENDUM TRUFFA? NOI ABBIAMO LA MEMORIA LUNGA!



A proposito del referendum truffa del 6 maggio 2012, ci teniamo a ricordare ai Sardi la posizione che a suo tempo assunse a Manca pro s’Indipendentzia.
Sulle indennità: "dae corbu non naschet columba".

Nei giorni precedenti il referendum siamo persino stati accusati di voler difendere la casta, perché abbiamo puntualmente spiegato la natura truffaldina e imbrogliona dei quesiti e l’appartenenza alla cosiddetta “casta” dello stesso Comitato promotore referendario. Sostenevamo che l’unico risultato del referendum sarebbe stato quello di aumentare il potere dei politici regionali mentre, in buona fede, molti sostenevano l’operato di Prato e Vargiu.

Oggi possiamo valutare obiettivamente che avevamo ragione:

-   - Verranno abolite le ex nuove provincie e non si sa con che organismi verranno rimpiazzate, in ogni caso non c’è scritto da nessuna parte che i nuovi organismi saranno popolati da gente migliore di quella che prima affollava le provincie.
-   - Il numero dei consiglieri regionali è diminuito, e, mentre la spesa per la politica resta uguale, adesso potete avere la certezza che sarà ancora più difficile entrare in Regione se non si appartiene ad uno dei grossi partiti che vengono comunemente definiti “casta”. Perché per entrare in Regione ora saranno necessari molti più voti, quindi molta più spesa per la campagna elettorale che ovviamente soltanto i capi-bastone dei grandi partiti possono permettersi.
-   - I soldi che si pretendeva di togliere ai politici sono stati ben presto ripristinati, come vi avevamo detto, anche in questo caso, e i loro stipendi sono più al sicuro che mai.


-         In compenso i sardi hanno muittato via montagne di soldi per un referendum che aveva l’unico scopo di sponsorizzare la carriera politica di alcune “stelle” dell’italianismo in declino come appunto Prato e Vargiu!

Coloro che sono andati a votare sono stati ingannati, come noi cercavamo di avvertire, e hanno loro malgrado rafforzato la casta dei partiti italiani, altro che “grande vittoria del popolo sardo”, come qualcuno si era troppo presto affrettato a dire, travolto dall’entusiasmo! Altro che tagli agli stipendi dei consiglieri! Altro che «abrogazione» delle indennità!

Per la cronaca, 60 consiglieri hanno votato SI (tutti i gruppi politici rappresentati in Consiglio, dal Centro Destra al Centro Sinistra).
3 consiglieri astenuti, Dei Riformatori (promotori del referendum truffa), tre hanno abbandonato l’Aula e due sono rimasti votando SI.

Alla diffusione dei nomi dei consiglieri regionali che hanno approvato il ripristino delle indennità Michele Cossa, coordinatore regionale dei Riformatori Sardi (uno dei partiti principali ispiratori del referendum) ha commentato così: “… non ritengo accettabile il fatto che, questa mattina durante la pacifica manifestazione contro la norma sulle indennità consiglieri regionali, siano stati letti nomi di consiglieri regionali che in coscienza hanno fatto ciò che hanno ritenuto giusto".
Ogni considerazione a questo punto appare superflua.


Direttivo Politico Nazionale
A Manca pro s’Indipendentzia



La crisi del capitalismo e la lotta di liberazione nazionale in Sardigna


Crisi capitalista e indipendenzaDa un secolo all’altro.
Esattamente un secolo fa l’Europa viveva una stagione particolarmente travagliata.
Lo sviluppo industriale, così come aveva accelerato a grande velocità il progresso tecnologico, lacerava terribilmente la società dividendola tra masse enormi di diseredati e sfruttati e ristrette élites di ricchi capitalisti e borghesi. Le banche preparavano la più sanguinosa delle battaglie, avviando il processo di costituzione dei monopoli mondiali dell’industria e della finanza. A causa principalmente di questo fattore, e per accumulare al più presto un vantaggio sui concorrenti, le guerre di aggressione coloniale si susseguivano nei confronti di Asia e Africa.
Nei parlamenti degli Stati europei, salvo eccezioni, le destre e le sinistre si fronteggiavano a suon di scandali, unendosi solennemente come un corpo solo ogni qualvolta fosse necessario salvaguardare le esigenze dei banchieri e dei capitalisti, a partire da questioni fiscali sino ad avviare una spaventosa corsa agli armamenti e a dare il via libera ad una serie di sanguinose guerre coloniali e imperialiste. Le classi benestanti, da parte loro, si godevano la Belle Époque, reagendo con una buona dose di ottimismo ai minacciosi segnali di distruzione che offuscavano l’orizzonte.
Il nostro Paese, la Sardigna, sfruttata e martoriata dalla rapina prima piemontese e poi italiana, pativa una delle stagioni più nere della sua lunga storia. Terreno di caccia per ogni avventuriero straniero, popolata da genti vessate in maniera disumana, la nostra patria sopportava come una bestia da soma qualsiasi sopruso, accettava qualsiasi compromesso lasciando assopite le sue antiche aspirazioni d’indipendenza sotto il giogo coloniale italiano. Si obbligavano i Sardi a professarsi italiani, e, non appena essi pensarono di esserlo, l’Italia li premiò macellandoli sulle trincee per i suoi insaziabili sogni coloniali.
Purtroppo ciò che qui viene descritto come scenario europeo di un secolo fa, può essere riletto anche come descrizione dell’Europa dell’inizio di questo secolo, come valutazione di ciò che tragicamente si profila sotto i nostri occhi.


La crisi è strutturale.
Innanzitutto va detto che la crisi del capitalismo occidentale è strutturale e di lungo corso e non è reversibile. La crisi dei mutui e dei cosiddetti “titoli tossici” americani che ha dato il via alla crisi internazionale mettendo in ginocchio molte grandi banche d’affari e che sta intossicando il mercato della finanza mondiale non è infatti una disgrazia caduta dal cielo ma una necessaria conseguenza del sistema capitalistico. Le crisi strutturali del capitalismo mettono in discussione il modello di accumulazione capitalistico e provocano gravi collassi e scompensi di natura economica, che si risolvono storicamente con grandi conflitti militari e ristrutturazioni geopolitiche, spesso totalmente incontrollabili.
Solo per fare un esempio, l’ultima crisi strutturale del capitalismo risale al 1929, dalla quale il mondo uscì con il nuovo modello fordista e keynesiano (sostegno alla domanda) e con la Seconda Guerra mondiale.
La crisi attuale del capitalismo è molto più critica di quella del 1929 perché coincide con lo sviluppo di nuovi poli economici in piena ascesa (Sud America, India, Cina) in un’economia ormai globalizzata e in piena situazione di stallo dell’economia reale (legata alla produzione), a tutto vantaggio e sviluppo dell’economia finanziaria e della speculazione bancaria. A questa crisi le classi dirigenti capitalistiche hanno cercato di rispondere con politiche economiche basate sul monetarismo. La principale e più accreditata nei circoli dominanti è la “Modern Money Theory” che si basa sulla necessità di ridurre la spesa pubblica mediante una politica economica sempre basata su trattamenti di forte austerità e di contenimento del costo del lavoro.
I media e i politici borghesi cercano di far passare l’idea che la crisi sia determinata dall’evasione fiscale e da strane e imprevedibili congiunture economiche. In realtà le cose non stanno così. La causa della crisi strutturale dell’economia capitalistica consiste nella dipendenza dalla speculazione borsistica e finanziaria e dal debito pubblico (chiamato anche “sovrano”) degli Stati occidentali.
Basti pensare che nel 2010 il PIL mondiale legato all’economia reale ammontava a 74.000 miliardi di dollari e nello stesso anno il mercato obbligazionario valeva 95.000 miliardi di dollari, il mercato borsistico 50.000 miliardi di dollari e i derivati 600.000 miliardi di dollari. Come se una persona guadagnasse 10.000 euro in un anno di lavoro ma ne spendesse 100.0000 firmando cambiali e firmando assegni scoperti convinto di avere un fido bancario pressoché illimitato. Un’economia di carta sorretta soltanto dall’arroganza militare dell’Occidente, da una massiccia propaganda mediatica e dalla fiducia indotta verso il sistema capitalistico che porta i creditori a non richiedere di rientrare in possesso delle proprie risorse. Per far fronte a quest'indebitamento emettono dei titoli su cui pagano degli interessi. Per esempio lo Stato italiano per coprire i 2.000 miliardi di euro di debito emette dei titoli che si chiamano BOT, BTP, CCT, CTZ, BTP che cerca di piazzare sul mercato azionario con la speranza che qualcuno li compri. Se nessuno li compra lo Stato fallisce perché si trova totalmente sguarnito di liquidità con cui pagare i servizi e gli interessi al debito: praticamente un circolo vizioso infernale da cui è impossibile uscire rimanendo nel solco dell’economia a “libero mercato”. Ecco spiegato perché gli Stati, anche se sono indebitati fino al collo, non risparmiano sulle spese militari: perché il possesso di tecnologie belliche molto moderne garantisce la loro unica possibilità di mantenere il loro primato e di alimentare la “fiducia” nel sistema. L’Occidente capitalistico è dunque una gigantesca banca in bancarotta che teme la folla dei creditori inferociti e si arma fino ai denti per salvarsi la pelle!

Crisi e nuova dittatura economica.
Bisogna anche sapere che il 90% del mercato dei derivati finanziari è in mano a quattro grandi banche d’affari: JP Morgan Chase Bank, Citibank National, Bank of America e Goldman Sachs Bank. In particolare la The Goldman Sachs Group, Inc. è una delle più grandi banche d'affari del mondo. Questa grande banca fa profitti fornendo azioni di titoli di debito, facendo brokeraggio ad alti livelli, e piazzando i titoli di debito dei governi occidentali a rischio default.
In sintesi le grandi banche d’affari fanno soldi con la crisi,  cioè comprando e vendendo i titoli di debito. Nel frattempo gli esponenti più in vista di queste banche entrano nei governi per indirizzare politiche monetarie favorevoli alla speculazione finanziaria rispetto all’economia reale. Non è un caso per esempio che fra gli ex consulenti più illustri della Sachs Bank figurino l’ex presidente del Consiglio italiano Romano Prodi, Gianni Letta, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri nei governi guidati da Silvio Berlusconi, il Governatore della Banca centrale europea Mario Draghi e l’attuale Presidente del Consiglio italiano Mario Monti. Insomma la crisi serve ovunque per far accettare all’opinione pubblica la necessità delle privatizzazioni, per riformare in senso radicalmente liberista il mercato del lavoro e per ristrutturare in senso verticistico e militare la società dei consumi e dell’alta finanza.

Il tramonto dell’eurozona.
La UE, nonostante la propaganda martellante sull’unità europea, è spaccata in almeno tre grandi macroaree economiche ben distinte. A Nord gli Stati della mitteleuropa con l’aggiunta di Francia e Inghilterra ad egemonia tedesca si fondano su un’economia industriale basata sull’export e sull’intervento dello Stato nell’economia. Ad Est Paesi ad economia debole sono attirati nell’eurozona come mosche sul miele al fine di conquistare appetibili zone di mercato, sottraendole ai competitori russi ed asiatici. A Sud (area mediterranea) invece ci sono invece i cosiddetti Stati PIIGS (dalle iniziali dei nomi degli Stati che in inglese significa “maiali”: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, con l’aggiunta dell’Irlanda, destinati a diventare velocemente un’area di colonizzazione interna, a cui imporre la deindustrializzazione, le privatizzazioni e un ruolo da meri consumatori ed importatori dei produttori europei ad economia più solida. I Piigs risultano essere “importatori ideali” e il loro debito (che cresce ogni giorno di più) è del tutto complementare agli Stati dotati di surplus economico e finanziario.
Insomma, andando oltre la cortina della propaganda sull’Europa dei popoli e dei cittadini, appare abbastanza evidente che  la UE e l’unione monetaria sono servite in realtà ad abbattere ogni barriera allo sviluppo dell’export dell’area nord europea ad egemonia tedesca e a competere nei giochi di borsa con il dollaro e lo yen.
Lo scambio ineguale all’interno della UE si reggeva ovviamente sull’illusione neoliberista che la crescita dei consumi (almeno in Occidente) potesse essere infinita. In modo simile a quanto avvenuto per la bolla dei mutui negli USA, il mercato europeo ha ignorato per anni le fragilità del sistema su cui si sorreggeva la sua economia puntando tutto sulla stabilità del mercato data dall’unità politica dei governi europei e dalla forza militare dell’Occidente sul resto del mondo. In altre parole la festa è finita e agli stati debitori vengono imposte pesanti misure di austerità per pagare i debiti, come appunto accade in Italia e in Grecia. FMI e BCE coordinano le operazioni e indirizzano le politiche in questa direzione ma l’austerità non riuscirà a pareggiare i bilanci, che sono semplicemente impareggiabili anche a costo di enormi sacrifici.

Venti di guerra.
A testimonianza di questa tendenza alla concentrazione al vertice della UE sta la gestione di due organismi che dimostrano la vera natura colonialista e imperialista del processo di unificazione europea.
- Il primo è il MES "Meccanismo Europeo di Stabilità": una istituzione che dovrà affrontare la crisi dei debiti sovrani che ha pieni poteri per affrontare le insolvenze. Una sorta di fondo monetario europeo che verrà istituito dalla metà del 2013 per rispondere alle crisi dei Paesi dell’eurozona a capitale iniziale di 700 miliardi approvato in sordina per evitare la bancarotta degli Stati dell’eurozona. Tutti gli stati della UE devono corrispondere la loro quota al MES (le prime tre quote sono della Germania che mette 190 miliardi, la Francia 160 e l’Italia 125 miliardi). Ma il capitale di 700 miliardi è solo l’inizio: il consiglio di gestione del MES può richiedere ai Paesi membri, a suo insindacabile giudizio, ogni tipo di somma e sarà assolutamente immune da qualunque procedimento legale e i suoi documenti saranno inviolabili. Avrà poteri finanziari pressoché illimitati e potrà pretendere dagli stati UE infinite somme di denaro per far fronte alla crisi monetaria. Si tratta in pratica di una super cabina di regia dell’alta finanza europea finalizzata a spostare ingenti capitali dal pubblico al privato senza dover sottostare ad alcuna regola e controllo.
-       Il secondo organismo in via di attuazione è la polizia europea Eurogendfor. Una polizia europea con super poteri giudiziari e militari che avrà doppio comando europeo e NATO (la sua sede sarà Vicenza, dove cioè risiede il comando USA di Camp Ederle). Questa nuova polizia sarà svincolata dal controllo del governo e del parlamento statale ed obbedirà direttamente a super comandi europei e NATO. Godrà della totale immunità giudiziaria da parte dei Paesi ospitanti.
Da queste poche tessere appare chiaro il mosaico: la UE sta rivelando la sua vera natura centralistica, poliziesca e colonialista, utilizzando la crisi monetaria in cui versa il capitalismo occidentale per ristrutturarsi su un piano politico-militare preparatorio alla guerra esterna e alla guerra interna. Gli Stati membri stanno velocemente perdendo le loro sembianze di stati democratici sovrani e stanno velocemente diventando gangli di un unico polo imperialista governato dalle banche, dall’alta finanza e dalla NATO.
In sintesi la favoletta dell’Europa dei popoli a cui hanno creduto riformisti, comunisti a parole, perfino formazioni indipendentiste e anime pie di ogni sorta, non esiste e non esisterà mai. Ciò che esiste e che è in via di rafforzamento è invece l’Europa dei potentati bancari e finanziari affamatori in una prospettiva di unificazione europea totale fondata sulla cancellazione dello stesso concetto di sovranità politica ed economica degli stati.

La lotta per l’indipendenza e per il socialismo in questo contesto.
Come possiamo, da Sardi e a maggior ragione da indipendentisti, non ricordare che, prima la CEE e poi la UE, hanno costantemente pianificato la devastazione della nostra economia e del nostro tessuto sociale? Quando nel 1988 i picciotti italiani della Regione Sarda vararono la legge 44 per il sostegno alle aziende in crisi sapevano benissimo che la legislazione europea sarebbe stata contraria. I politici italianisti della Regione sapevano, il Banco di Sardegna sapeva, la finanza italiana sapeva e quella europea ugualmente sapeva e agiva di conseguenza, tutti ben consci che si stava distruggendo la vita di trentamila Sardi in difficoltà economica, destinando le loro aziende ad essere vendute all’asta. Nessuno di loro pagò mai per questo comportamento illecito, ma tuttavia oggi quei lavoratori che da loro sono stati truffati vedono le loro aziende portate via dagli speculatori per un pugno di spiccioli.
Un caso? Una terribile svista? Crediamo proprio di no! Come ben sappiamo, nei decenni scorsi la Comunità Europea ha più volte finanziato lo smantellamento di grossi settori dell’economia sarda, ingannando le nostre genti che con qualche manciata di contributi credevano di poter uscire dalla miseria e concedersi qualche agiatezza. Hanno convinto i Sardi che prendere contributi per abbattere i bovini avrebbe avvantaggiato loro e non i grandi allevatori tedeschi, che estirpare le vigne avrebbe avvantaggiato loro e non i grandi produttori vitivinicoli francesi e italiani. Così, di contributo in contributo, di settore in settore, ci hanno stretto nella morsa delle quote. Quote che vengono stabilite – in prezzo e quantità – sulla base delle necessità dei grandi capitalisti europei e non certo in base alle esigenze dell’economia sarda. Oggi i nostri allevatori e agricoltori sono praticamente immobilizzati e stretti all’angolo dalle politiche economiche europee veicolate dallo Stato italiano e dalla Regione.
Detto questo è chiaro che la causa della liberazione dei popoli e dei lavoratori è contraria alla concentrazione europea. Affermare il contrario è fuorviante e pericoloso, perché o si sta con la causa dei popoli e dei lavoratori o si sta con gli imperialisti e i colonialisti dell’Unione Europea! Per questo motivo la sinistra indipendentista sarda pensa che una lotta di liberazione nazionale non possa che essere svolta nel solco della lotta contro il consolidamento economico, politico e militare dell’Europolo. Una lotta indipendentista coerente deve necessariamente svolgersi cioè nel solco di una opposizione frontale alle linee di ristrutturazione economica e politica dell’Europa e del tridente capitalistico (USA-UE-JP) in cui questa è inserita.
Quale posizione deve avere a nostro avviso il movimento di liberazione nazionale sardo davanti alla catastrofe che il capitalismo nella sua versione imperialista e di alta finanza sta preparando per lavoratori e popoli oppressi? Non abbiamo la sfera magica per predire il futuro, ma su almeno tre punti dobbiamo essere chiari e individuare una possibile strategia di massima su cui lavorare insieme ai movimenti rivoluzionari ed indipendentisti europei.
Il processo di liberazione nazionale e la formazione di uno Stato sardo libero e sovrano dovrà, a tempo debito, affermare almeno tre principi di politica economica internazionale:
- Dichiarare nulla ogni quota di debito assegnata alla Sardigna contratta dall’Italia e reclamare a livello internazionale la necessità di risolvere la vertenza entrate.
- Stabilire con i popoli del Mediterraneo trattative per rafforzare i rapporti di scambio e cooperazione lavorando ad una alternativa economica mediterranea alla UE basata sulla solidarietà e sullo scambio cooperativo.
- Uscire dall’eurozona abbandonando l’euro e stampare moneta sarda o mediterranea sovrana.
In una prospettiva di crisi strutturale del capitalismo finanziario internazionale e di ristrutturazione delle istituzioni europee in senso schiettamente monopolistico, centralistico e militarista, l’ambito mediterraneo può riacquistare un protagonismo inedito. Da sempre A Manca pro s’Indipendentzia sostiene che l’ambito mediterraneo può e deve essere lo scenario privilegiato dei popoli senza Stato dell’ambito sud europeo e delle nazioni del nord Africa.
Uscire dalla zona euro è fondamentale prima che per ragioni monetarie per ragioni produttive. La Sardigna sta in una relazione di dipendenza e sottosviluppo con l’Italia. Ora l’Italia sta in effetti diventando una zona a sua volta dipendente dalle forti economie esportatrici del nord Europa. Vogliamo davvero rassegnarci ad essere la periferia marginale e sottomessa di uno Stato che a sua volta è in via di forte marginalizzazione nell’ambito europeo? O vogliano ambire ad essere centro di una trasformazione economica e civile insieme agli altri popoli che si affacciano sul Mediterraneo che attualmente appunto sono in piena fibrillazione? Vogliamo subire il declino di uno Stato a capitalismo avanzato che si affaccia a decenni di crisi strutturale e che verrà sacrificato sull’altare del capitalismo monopolistico? Vogliamo pagare i forti squilibri finanziari, di carattere produttivo, di deindustrializzazione, di servitù energetica e di scandalosa concentrazione del patrimonio dopo che per anni abbiamo pagato la sua crescita?

La sinistra indipendentista sarda lavorerà per portare il movimento indipendentista verso una presa di posizione storica: la formazione di un nuovo blocco politico, economico e sociale capace di realizzare un modello di accumulazione favorevole ai lavoratori e alle nazioni che si affacciano sul Mediterraneo.
Con questa prospettiva il movimento di liberazione nazionale sardo deve guardare alle sue alleanze internazionali e alle prospettive di politica economica nei prossimi anni, dichiarando fin da subito la necessità di rompere con l’Europa delle banche, degli Stati verticisti (a partire dallo Stato coloniale italiano) e dei grandi oligopoli finanziari. In questa prospettiva occorre sancire fin da subito l’estraneità del popolo sardo ad ogni operazione militare imperialista, ed a maggior ragione per qualsiasi opzione di utilizzo del suo territorio nazionale come base operativa e logistica sullo scenario della competizione economica e geopolitica internazionale. 

venerdì 15 giugno 2012

"A MANCA" In merito alla lista civica Lanusè

Alla cortese attenzione degli organi dirigenti del partito indipendentista PROGRES e in particolare del suo segretario Salvatore Acampora,


OGGETTO
In merito alla lista civica Lanusè


La sinistra indipendentista ha appoggiato pubblicamente la lista civica “Lanusè”, insieme ad altre liste civiche nazionali, perché questa si presentava completamente indipendente dagli schieramenti coloniali e da ogni altra influenza personale ed ideologica di qualsivoglia partito, movimento o struttura italiana o legata all’Italia.

I nostri responsabili territoriali e i nostri dirigenti nazionali sono stati contattati personalmente dal segretario di Progres Salvatore Acampora, il quale ha assicurato, dando la sua parola d’onore, che la lista Lanusè corrispondeva integralmente a questi criteri di indipendenza politica e strutturale, nel solco dell’indipendentismo reale e del sano civismo. Principi chiaramente espressi nella Carta di Convergenza Indipendentista a cui a Manca e Progres hanno lavorato insieme per un anno.

La lista Lanusè ha vinto le elezioni e sugli organi di stampa e sulle televisioni sarde sono apparsi servizi che mettono in luce una realtà ben diversa.
Si parla del sostegno di una grossa ala dissidente del centrodestra italiano e si fanno nomi e cognomi di importanti capi bastone di influenti partiti italiani che hanno spostato voti e contribuito decisamente alla vittoria della lista Lanusè.

Vista la gravità della situazione A Manca pro s’Indipendentzia è obbligata a chiedere spiegazioni ufficiali e pubbliche al partito Progres e in particolare al suo segretario nazionale Salvatore Acampora, il quale si è presentato come uno dei principali promotori della lista come lanuseino contattandoci personalmente per avere il nostro appoggio politico ed elettorale.

Direttivo Politico Nazionale
A Manca pro s’Indipendentzia

A MANCA PRO S'INDIPENDENTZIA: La raccolta di firme anti caserma è un successo


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno sabato 9 giugno 2012 alle ore 23.56 ·
 
 


NUORO Si dichiarano soddisfatti del dibattito creato e del numero di firme raccolte sinora per dire no alla costruzione di una caserma a Pratosardo.  
I militanti di A manca pro s’indipendentzia, insomma, non hanno la minima intenzione di abbandonare il loro progetto per cercare una «alternativa economica alla militarizzazione delle terre civiche di Pratosardo», e per farlo stanno continuando la raccolta di firme. «Una buona risposta – dicono – sta venendo da parte dei cittadini in generale. Molti i miti che stiamo sfatando attraverso il confronto diretto e il dialogo aperto con la gente».

Quali? Tra i più diffusi: «Si spaccia la militarizzazione per settore strategico dell'economia, sapendo che la militarizzazione è slegata da qualsiasi processo produttivo, e che la Sardegna ha il 70 % dello spazio militare italiano, viene spontaneo domandarsi allora come mai l'economia sarda è a pezzi?» Comune e Provincia affermavano un forte entusiasmo da parte dei cittadini per il progetto di militarizzazione, ma è tutt’al più un’iniziale indifferenza».
(v.g)

Da La Nuova Sardegna del 9 giughno 2012

sabato 26 maggio 2012

A MANCA PRO S'INDIPENDENTZIA: «I SARDI HANNO DIRITTO A RIBELLARSI»

 Al forum de L'Unione Sarda e Videolina sull'indipendentismo è il turno di a Manca pro s'Indipendentzia. Per Cristiano Sabino, portavoce del Movimento, il cambiamento è necessario per l'isola e i sardi hanno diritto a ribellarsi con gli strumenti della democrazia e aggregandosi.

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