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lunedì 25 giugno 2012

APRIRE UN CONFLITTO CON LO STATO ITALIANO

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno martedì 26 giugno 2012 alle ore 0.50 ·




Paolo Maninchedda (PSd'Az): alleanza tra chi crede nella sovranità dei sardi

Non è una chiamata alle armi, perché l’uomo è pacifista: ma quella promossa da Paolo Maninchedda è, politicamente, una sollevazione. L’esponente sardista ha ispirato le mozioni sulla sovranità votate già da due Unioni di Comuni (Marghine e Valle del Cedrino), che dichiarano «il diritto dei sardi all’autogoverno» e aprono «una stagione competitiva con lo Stato», chiedendo elezioni regionali anticipate.

La dialettica conflittuale con Roma è il collante che Maninchedda immagina per un’alleanza «sovranista», dopo aver rinnovato l’indipendentismo del Psd’Az e ideato l’ordine del giorno (approvato in Consiglio) che ridiscute le ragioni della permanenza dell’Isola nella Repubblica italiana. «Se anche i Comuni aprono un conflitto con lo Stato – ragiona Maninchedda – significa che in un pezzo d’Italia la sovranità statale è sottoposta a verifica. Non ci sono più mille “vertenze Sardegna”, ma una questione sarda: il punto è dire allo Stato se comanda lui o comandiamo noi».

È così fondamentale decidere chi comanda?
«Sì, perché chi governa non dà risposte ai problemi della Sardegna. Anzi, lo Stato governa contro i nostri interessi».

Qualche esempio?
«Il primo è la tirannide fiscale. La pressione enorme impedisce di accumulare capitali. Poi i trasporti: tra Sardegna e società di navigazione, lo Stato sta con le seconde. E sulla continuità territoriale, Prodi ha imposto a Soru che i sardi si pagassero un loro disagio».

Quell’accordo prevedeva anche più entrate per l’Isola.
«Sì, ma con la ganascia del patto di stabilità che taglia la spesa. Se a lei danno una paga di tremila euro ma le impediscono di spenderne più di mille, il suo vero stipendio è mille».

Parliamo di energia.
«È evidente il privilegio che lo Stato accorda a Enel ed E.On, e nessuno conosce le tariffe a cui Terna acquista dai loro impianti definiti “essenziali”. Ma parliamo anche di istruzione: i fondi agli atenei premiano le zone già ricche, utilizzando come parametro il tempo trascorso dai laureati prima di trovare lavoro. Così Sassari paga il contesto economico in crisi».

Non crederà a un complotto?
«No. Ma l’Italia non può permettersi, al centro del Mediterraneo, un’isola padrona dei suoi mari e dei suoi cieli, con una pressione fiscale al 31% e un settore manifatturiero tax free per cinque anni: saremmo un competitor molto serio».

Basta fare da soli, per crescere così tanto?
«Ma indipendenza, oggi, non vuol dire stare soli. Tantomeno autarchia. Vuol dire essere responsabili di noi stessi. I sardi saprebbero ben governare il loro fisco, i trasporti, la scuola…»

La sola nostra fiscalità reggerebbe il costo di tutti i servizi?
«Accetto la domanda se la si rivolge a tutta l’Europa. Non è che non ce la fa la Sardegna: non ce la fa l’Italia, la Francia, la Spagna. Infatti si indebitano, ed ecco perché il debito pubblico degli Stati è così critico».

Lei ha detto che una proposta unitaria di governo degli indipendentisti oggi vincerebbe. Com’è possibile?
«Con un progetto credibile. Non fondato sull’eroismo indipendentista, di chi pensa più a perpetuare la memoria di sé che a costruire uno Stato. Bisogna avere il coraggio di chiedere, in campagna elettorale, un mandato per fare cose dure: sacrifici per rendere la Sardegna più civile, colta, laboriosa. Serve un grande patto solidaristico: forse dovremo dire a chi ha uno stipendio buono che non si potrà creare occupazione senza rinunciare a qualcosa».

Quale alleanza immagina?
«Più che altro immagino una campagna elettorale in cui il discrimine non sia centrodestra contro centrosinistra, ma Sardegna contro Italia. Federalisti europeisti contro unionisti».

È l’idea maturata con Sel?
«Guardi, se si fa un accordo tra segreterie, la gente non lo capisce. Altro è se si crea qualcosa dal basso, anche con chi ha ruoli di partito ma fuori dalle liturgie partitiche».

Le primarie sono una di queste liturgie?
«No, io sono favorevole: se sono serie, trasparenti e non drogate dai sinedri di partito».

C’è chi pensa che lei voglia fare il presidente della Regione.
«È vero che alcuni me ne parlano, ma credo che il presidente debba venire fuori da percorsi democratici e da rapporti sociali, non da designazioni. Serve uno che faccia squadra, e non tema di mettere in Giunta persone più capaci di lui».

Come valuta Cappellacci?
«Non ha percezione adeguata della gravità di alcuni problemi. Con lo Stato è partito da un atteggiamento debole, virando poi verso la conflittualità: ma negli uffici ministeriali hanno ancora il vecchio file , e lui sconta queste oscillazioni».
Giuseppe Meloni

Da L'Unione Sarda del 25 giugno 2012

sabato 23 giugno 2012

PSD'AZ: INTERPELLANZA SULLA CENTRALE ENEL NEL POLIGONO MILITARE DI TEULADA

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno sabato 23 giugno 2012 alle ore 21.14 ·



INTERPELLANZA SANNA Giacomo – DESSI' – sull'assegnazione dei lotti per la realizzazione di impianti fotovoltaici dell'Enel nel poligono di Teulada.
I sottoscritti Consiglieri Regionali,

Premesso che:
- la Società Enel Green Power (EGP) si è aggiudicata due dei tredici lotti messi in gara da Difesa Servizi SpA per l'assegnazione di terreni del demanio militare sui quali realizzare impianti fotovoltaici;

- uno dei due lotti assegnati a EGP è quello di Teulada, dove la Società di Enel per le rinnovabili ha pressochè ultimato quello che diventerà il suo più grande parco in Italia, si tratta di circa 150 ettari su due aree di 70 e 80 ettari ciascuna;
- la cessione di 150 ettari dalla Stato ad Enel Green Power ha una durata di 25 anni per una produzione di non meno di 30 milioni di Kw, sufficienti per il fabbisogno di oltre 20 mila famiglie.

Appreso che:
- Il Consiglio comunale di Teulada ha contestato il progetto perchè si tratterebbe di un tentativo di industrializzazione di aree, ora destinate alla difesa, che sarebbero dismesse per fini speculativi privati senza prevedere alcuna ricaduta economica sul territorio;
- Il Comitato misto paritetico sulle servitù militari ha espresso il suo parere sfavorevole ai 150 ettari di pannelli fotovoltaici, dopo aver raccolto il consenso trasversale dell'intera assemblea civica che ha bocciato su tutta la linea l'iniziativa del fotovoltaico;
- non è stato seguito l'iter procedurale previsto dall'art. 14 che recita: La Regione, nell'ambito del suo territorio, succede nei beni e diritti patrimoniali dello Stato di natura immobiliare e in quelli demaniali, escluso il demanio marittimo. I beni e diritti connessi a servizi di competenza statale ed a monopoli fiscali restano allo Stato, finchè duri tale condizione";

Chiedono di interpellare il Presidente della Regione per sapere se vi sia l’intendimento da parte dell’amministrazione regionale:
- di stralciare dai programmi di cessione attuati dal Ministero della Difesa, attraverso Difesa Servizi SpA, quei lotti destinati alla produzione di energia fotovoltaica nel poligono di Teulada;
- di farsi garante nel rispetto delle leggi:
1) per favorire l'avvio di un negoziato al fine di garantire alla comunità un ruolo da protagonista che gli permetta di programmare l'uso del proprio territorio;
2) perchè nel momento in cui si dovesse avviare la dismissione nel territorio interessato non rimanga in piedi un'altra concessione per ulteriori 25 anni;
                                                                  I Consiglieri Regionali
Cagliari, 21 giugno 2012



Dal Sito ufficiale del Partito Sardo d'Azione

venerdì 22 giugno 2012

Indipendenza, indennità, immoralità e ansia di potere

DAL BLOG DI PAOLO MANINCHEDDA (PSD'AZ) ...se gli indipendentisti facessero una proposta unitaria di governo della Sardegna e di competizione con l’Italia potrebbero vincere.

19 giugno 2012 
 
sl0966Ripetutamente ho chiesto, in questi ultimi due anni, di andare a votare anticipatamente. Perché? Perché penso che oggi, se gli indipendentisti facessero una proposta unitaria di governo della Sardegna e di competizione con l’Italia potrebbero vincere.
Oggi, ciò che a lungo è stata una minoranza culturale, può scrivere una pagina importante della storia sarda, perché l’indipendentismo odierno non è rappresentazione di purezza ideologica, non è settarismo, è invece proposta di governo,  capace di risultare convincente per gli operai, per i professionisti, per gli imprenditori, per i disoccupati, per le persone. Vorrei andare a votare per dar voce a questa novità: l’indipendentismo è oggi risposta ai problemi, proposta di soluzione; è il luogo di maggiore concentrazione delle competenze e delle novità. Soffre ancora di ideologismo, di vocazione alla frammentazione e all’esclusione, ma è ormai forza di governo.
Che cosa disturba di questo rinnovato spirito dell’indipendentismo sardo? Disturba l’autonomia culturale e politica dalla Destra e dalla Sinistra italiane. Disturba la disinvoltura  con cui cerca di disarticolare la Destra e la Sinistra sarde (questa è l’accusa principale che muovono al sottoscritto, che non ha mai nascosto di non appartenere né all’una né all’altra e di lavorare per consumarle entrambe). Disturba l’indifferenza alle parole d’ordine del culturame italiano. Disturba l’irriverenza verso i simboli dell’immobilismo italiano (dalla sacralità della Costituzione alla venerazione per Napolitano). Disturba, in una parola, la pretesa di centralità dell’indipendentismo sardo.
In questo quadro si inserisce la battaglia politica innescata sulla leggina per le indennità.
Io ho votato per tagliare l’indennità del 30%, la diaria del 20% e i fondi ai gruppi del 20%. Poi per cinque giorni ha prevalso un’interpretazione del testo (che ha aporie procedurali, certamente, però assolutamente risolvibili) che portava a ritenere che il taglio fosse stato ridicolo. Adesso si è capito che il taglio è il più consistente mai realizzato. Adesso si è capito che, mentre fino alla XII legislatura le indennità sono aumentate, nella XIII sono diminuite di poco e in questa sono diminuite e diminuiranno di molto. Il merito della questione, dunque, è incostestabile e comunque sarà presto visibile.
Eppure, nonostante tutto questo stia progressivamente diventando chiaro, una parte consistente della sinistra radicale (non della sinistra sociale) si trova unita con l’estrema Destra a volere produrre la fine della legislatura in virtù di una censura morale generica e generalizzata. Il grillismo di popolo sta generando il grillismo di élite.
Il disegno politico mi pare chiaro. La piccola borghesia sarda delle professioni garantite, la più italiana che ci sia, intravede la possibilità di conquistare il governo dell’Isola sull’onda dell’indignazione; capisce che c’è qualcosa di importante nell’aria, un cambiamento inevitabile, e si candida a governarlo, non però con un progetto, ma con una condanna. La condanna è il progetto. Meccanismi già visti e tragicamente conclusisi nella storia.
Il vero obettivo di questo endorsement dell’indignazione (che socialmente è meno radicata di quel che sembri, perché operai, imprenditori, insegnanti ecc, sono alle prese con altri problemi e sono molto attenti a chi ha idee per produrre soluzioni) da parte delle seconde file dell’attuale classe dirigente (perché socialmente questo erano e sono molti capi dell’indignazione) è la conquista del governo della Sardegna senza dover correre il rischio e la fatica di dire il proprio programma di governo.
Perché questo silenzio? Perché sostituire la condanna degli altri al proprio progetto? Perché il progetto è banalmente un progetto autonomista; è banalmente una promessa di buon governo ordinario; è una promessa etica - noi siamo migliori - non politica.
Mi vengono in mente facili paragoni con la storia, la tragica storia italiana, ricchissima di episodi di presunto cambiamento prodotti dall’indignazione e risoltisi non in una riforma profonda delle istituzioni, dei processi culturali, delle dinamiche della libertà e dell’economia: no. Si sono tutti puntualmente risolti in un mantenimento delle istituzioni consunte e inefficienti.
A maggior ragione bisogna andare a elezioni: bisogna accettare di misurarsi col Partito della Condanna e delle Condanne , il quale sa che l’unica forza che ha un progetto da contrapporre all’estetica delle forche è l’area indipendentista. Fino a che il Partito della Condanna non si misura col consenso, dichiarerà di rappresentare il popolo, usurperà una delega che non ha (un po’ come fanno il Corriere e Repubblica), ma soprattutto si sottrarrà al dovere di illustrare il proprio progetto di governo.
Il confronto sui temi etici è importante: bisogna accettarlo a testa alta e con memoria lunga. Si parla, per esempio, di realizzare un taglio più consistente sui fondi per i Gruppi. Quindi, dopo l’unico provvedimento mai assunto sui tagli ai gruppi, si rilancia. Ma perché prima non si parla di fare chiarezza fino in fondo sulla loro gestione passata e presente? I silenzi sono più eloquenti delle dichiarazioni. C’è stata un’inchiesta in Sardegna sull’utilizzo dei fondi dei Gruppi consiliari, un’inchiesta seguita con attenzione dalla Nuova Sardegna e sulla quale non si è scatenata alcuna indignazione. Perché? Io un’idea ce l’ho. Ne riparleremo.

TESTO ORIGINALE

PRODOTTI SARDI: «SERVE UN MARCHIO»

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno domenica 17 giugno 2012 alle ore 14.11
 
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Coldiretti Sardegna e il comitato Identità e Futuro, che lo scorso 22 dicembre hanno presentato alla presidenza del Consiglio regionale la proposta di legge di iniziativa popolare per la conservazione e valorizzazione dei prodotti sardi, accompagnata da oltre 20 mila firme, hanno inviato una lettera aperta a tutti i consiglieri perché l'intera Assemblea legiferi al più presto sull'argomento.

In particolare, l'associazione di categoria e il comitato sostengono che «attraverso la certificazione di un marchio, la provenienza regionale dei prodotti e delle materie prime utilizzate per le produzioni tradizionali della Sardegna», consentano da un lato il rilancio dell'agricoltura e dell'intera economia regionale e dall'altro garantiscano il consumatore verso un acquisto consapevole.

«La tutela dei prodotti tradizionali e l'indicazione dell'origine delle materie prime in etichetta - evidenzia Marco Scalas, presidente della Coldiretti Sardegna - sono i presupposti per difendere l'agricoltura e le economie locali».

Da L'Unione Sarda del 16 giugno 2012

PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE N. 4 presentata dal comitato promotore Identità e futuro il 22 dicembre 2011 Legge regionale per la conservazione e valorizzazione dei prodotti sardi e dei derivati dalla lavorazione di semole e sfarinati di grano duro

venerdì 15 giugno 2012

PSD'AZ: Il processo di indipendenza non può fermarsi

Il processo di indipendenza non può fermarsi


Cagliari, 7 giugno 2012 – "Il dato che realmente dovrebbe impegnare il dibattito politico sardo è la dichiarazione di inammissibilità del referendum sull'indipendenza della Sardegna che nega il diritto del Popolo sardo all'autodeterminazione". Lo ha affermato il Segretario Nazionale del Psd'az Giovanni Angelo Colli, sottolineando come "a fronte di una nutrita  polemica innescata dall'assenza del Presidente Cappellacci al dibattito di oggi in Consiglio regionale, dobbiamo purtroppo registrare la completa  mancanza di reazioni per la bocciatura della proposta di consultazione popolare da parte dell'Ufficio regionale del referendum, che certifica ancora una volta il rapporto di subalternità e di sudditanza in cui è costretta la Sardegna – prosegue Colli – alla quale è perfino impedito di esprimersi liberamente attraverso lo strumento democratico del voto". Per il Segretario sardista è evidente che "al di là delle giuste ed immediate reazioni sul piano politico come su quello giuridico, il processo di indipendenza non può prescindere da un effettivo e profondo coinvolgimento di tutti i sardi ed ancor prima da una condivisione politica, che sia la più ampia possibile e che deve essere ricercata sia sul merito che sui tempi e sulle modalità del percorso da seguire".

Referendum: Psd'az, assordante silenzio Consiglio regionale -Per Cumpostu (Sni) bocciatura consultazione indigna popolo sardo


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 8 giugno 2012 alle ore 0.47 ·
 


La dichiarazione di inammissibilita' del quesito sull'indipendenza, da parte dell'Ufficio regionale del referendum "dovrebbe impegnare il dibattito politico sardo", ha detto il segretario Psd'Az, Giovanni Angelo Colli, per il quale il Consiglio regionale rispetto a "una nutrita polemica sull'assenza del presidente Cappellacci" ha mostrato invece "completa mancanza di reazioni per la bocciatura della consultazione".
Mentre il coordinatore di Sardigna Natzione (Sni), Bustianu Cumpostu, benchè non abbia condinviso l'iniziativa del referendum, ha detto che la sua non ammissibilita' indigna i sardi "prigionieri dell'Italia".

Da Ansa del 7 giugno 2012

sabato 2 giugno 2012

SARDISTI: Cappellacci dovrebbe mantenere una serie di impegni. In caso contrario il Psd’Az uscirà dalla maggioranza

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno domenica 27 maggio 2012 alle ore 14.00 ·



IL PSD’AZ: «TRE CONDIZIONI PER RESTARE AL GOVERNO»
Ultimatum dei sardisti a Cappellacci: «Subito l’assemblea costituente o usciremo dalla maggioranza».  

I sardisti alle grandi manovre in vista di possibili rimescolamenti di alleanze. Da Tramatza, dove ieri si è riunito il Consiglio nazionale del partito, è stato lanciato un ultimatum al presidente Cappellacci che dovrebbe mantenere una serie di impegni. In caso contrario il Psd’Az uscirà dalla maggioranza, dicono il segretario Giovanni Colli e il presidente Giacomo Sanna.

Gli impegni che Cappellacci dovrebbe onorare sono tutti in salita: l’assemblea costituente per riscrivere lo Statuto, vecchio cavallo di battaglia dei sardisti. Poi la flotta sarda e la zona franca integrale.
Sulla costituente, Colli ha spiegato che se Consiglio e giunta dovessero mettersi di traverso non ci sarebbe alcun motivo per i sardisti di continuare a sostenere il governo dell’isola.

Altrettanto chiaro Giacomo Sanna: «Se la legge sulla flotta sarda non passa è l’occasione buona per uscire dalla maggioranza». Dal Consiglio nazionale è stata ribadita la volontà di rispettare l’esito del referendum che ha cancellato le province ma che ha pure dato il via libera all’assemblea costituente. «E va fatta subito», ha ribadito Giovanni Colli anche per evitare che poi a riscrivere lo Statuto non siano i sardi ma il parlamento nazionale.

Posizioni che rafforzano le tesi espresse qualche giorno fa da Paolo Maninchedda: «Psd’Az e Sel sono pronti a fare una proposta sovranista. E l’Udc non è ferma», ha dichiarato. Ieri il presidente della commissione non ha partecipato, per motivi personali, alla riunione del Consiglio nazionale ma è tornato con una dichiarazione sul recente voto del Consiglio regionale per la legge sulle Province: «E’ nata la maggioranza Pd-Pdl in Regione», ha affermato Maninchedda, «il Pd ha soccorso il Pdl, ovviamente gridando contro il Pdl, per salvare i presidenti delle province, Quaquero, Tocco, Cherchi, Deriu e Giudici. Il Pdl ha salvato Sanciu e De Seneen».
(A.F.)

Tratto da La Nuova Sardegna 27 maggio 2012

sabato 26 maggio 2012

ROSSOMORI: Mai con l'Udc e il Psd'Az. …alleanze solo con i partiti italiani ?

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 25 maggio 2012 alle ore 19.31 ·
 


Presa di posizione contro Sel. Proteste anche dalla minoranza interna dei vendoliani Melis (Rossomori): niente aperture a chi sostiene questa Giunta No ad alleanze con partiti che fanno parte della Giunta Cappellacci: lo ribadisce Salvatore Melis, neo segretario dei Rossomori, in una nota a commento delle voci di possibili intese «sovraniste» (col Psd'Az o addirittura con l'Udc) che vedano coinvolta Sel.

Il riferimento è alle ipotesi venute fuori da un recente convegno a Santa Giusta, con esponenti di quei tre partiti. «Meraviglia l'atteggiamento» dei vendoliani sardi, scrive Melis, che pur «non dando per scontate le notizie che girano tra blog e giornali» chiede: «Sel è parte del centrosinistra o sta costruendo un'altra cosa con Psd'Az e Udc?

Sono il Psd'Az e l'Udc che si spostano sulle tematiche di sinistra rappresentate da Sel, o è Sel che si sposta a destra?». Il leader dei Rossomori interroga però anche gli altri alleati: «Esiste ancora la coalizione di centrosinistra? Il Pd è il partito di maggioranza relativa, più degli altri ha la responsabilità di guidare il processo per la costruzione dell'alternativa al centrodestra, senza lasciare che altri assumano tale ruolo. Sarebbe opportuno conoscere la sua posizione» su questi fatti.

Da L'Unione Sarda del 25 maggio 2012

mercoledì 23 maggio 2012

ELEZIONI REGIONALI FEBBRAIO 2014

Un feeling tra la delegazione sardista e quella di Sel. Il Psd’Az deciderà al congresso di ottobre. Prima vuole portare a casa qualche risultato, come la legge sulla continuità territoriale.
http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2012/05/22/news/elezioni-tra-sel-e-psd-az-prime-prove-di-polo-sardo-1.4963307

martedì 8 maggio 2012

La fame e il pericolo sono sempre là ...

La fame e il pericolo sono sempre là: noi votiamo e le banche, assolte e nascoste dai giornali, vendono la terra

 Dal blog di Paolo Maninchedda

 Dopo i referendum, si riparlerà di cose concrete, cioè di tutte quelle gravi situazioni da cui la gente, i partiti e le istituzioni stanno scappando perché non sanno cosa fare.
Io continuo a fare il mio dovere, costruendo con altri un gruppo con una testa diversa da quella dominante, un gruppo che abbia in testa l’assunzione piena della responsabilità del governo dei processi, che sappia dove mettere le mani, che lavori e costruisca soluzioni più che manifestazioni. Ci sarà una proposta alle prossime regionali che unirà sovranità, sviluppo, libertà, competenza e responsabilità. E ci sarà con o contro i partiti, poco importa. Oggi essere indipendentisti significa sapere cosa fare e assumersi la responsabilità di farlo. Se dovrò guidare, guiderò; se invece, come mi auguro, dovrò aiutare, aiuterò. Chi vuole partecipare, si faccia sentire. L’11 sarò a Baunei e il 12 a Terralba.


Mi preme però far notare una cosa: mentre la Sardegna si occupava di referendum, una banca molto importante pare abbia venduto i suoi crediti ad un’altra banca o finanziaria specializzata nel settore. Dentro questi crediti ci sarebbero anche quelli dell’agricoltura. Che sta succedendo? Succede questo: il pastore ha un debito di 100; la banca che acquista questo credito lo paga 20; poi va dal pastore e gli comunica che se vuole estinguere quel debito (di 100) può o pagare (ma se non è ancora risucito a pagare, vuol dire che non ci riuscirà certamente adesso) o concedere un po’ di terra per un impianto fotovoltaico, dal quale non incassa nulla ma che è in grado di produrre un gettito capace di coprire il rateo per estinguere il suo debito. Come nei film western americani, le banche strozzano l’agricoltore e poi magicamente compare il responsabile della compagnia ferroviaria che fa l’offerta che non si può rifiutare, la quale nella fattispecie ruba sole e terra: i pastori continuano a vendere il latte di vacca a 0,35 e quello di pecora, quando va bene, a 0,70, e nonostante vi siano modi importanti e pratici per aiutarli (ne parlerò nei prossimi giorni) e sono abbandonati al rapporto capestro con le banche che si avvantaggiano delle loro limitate conoscenze in campo bancario e finanziario. Rispetto a queste cose, serve un nuovo ceto politico organizzato, non generiche proteste o mobilitazioni impiegatizie.


Faccio un altro esempio: un importante piccola impresa del mio territorio ha acquisito una commessa rilevante per realizzare grandi impianti in giro per il mondo. Le servono saldatori specializzati. Non li trova. La politica delle rivendicazioni generiche ha prodotto operai generici: il mondo dell’impresa certifica la poca utilità del poco sapere diffuso tra i sardi. Chi non sa, subisce e molti sardi sanno troppo poco. Il sapere, per noi più che per gli altri, è denaro. E il sapere è fatica non protesta.
L’indipendentismo è oggi questo: sapere, saper fare, saper costruire. Esattamente il contrario della politica che evita i problemi. 


A Macomer stiamo costruendo una cooperativa di consumo originalissima, che unisce consumatori, produttori e distributori in un vincolo solidale molto forte, senza un euro di finanza pubblica. Macomer comincia a capire che i sardi, nelle difficoltà, si uniscono, non si scannano.

Riflettevo ieri sera su alcuni fatti: mentre noi si pensava ai referendum, il Governo italiano ha concluso una sofisticata operazione con cui si è impossessato delle risorse di regioni e comuni, nonché dei loro conti correnti, e ha chiuso i rubinetti delle erogazioni; contestualmente il Governo italiano ha annunciato tagli anche sulla scuola, il settore su cui in Sardegna occorrerebbe investire di più; contestualmente il governo italiano aumentato le tasse; le banche continuano a raccogliere denaro in Sardegna - quel poco rimasto - e a prestarlo magari a Ligresti; la burocrazia regionale - vera responsabile dell’inefficacia di qualsiasi politica - continua ad essere terribile, anonima e irresponsabile di fronte ai suoi doveri; ; E.On continua a passare pericolosamente vicino alla Bocche con le sue petroliere e a non fare il quinto gruppo a carbone; Terna continua a tutelare il cartello elettrico di Enel, Saras e E.On che noi paghiamo duramente; Onorato continua a tenere la Sardegna in ostaggio attraverso la Tirrenia, sovvenzionata dallo Stato italiano per tenere in ostaggio la Sardegna.

domenica 6 maggio 2012

CONTINUITÀ MARITTIMA - Partito Sardo d'Azione: «La Sardegna gestisca da sola i collegamenti con la penisola»

La Giunta deve darsi da fare per ottenere la competenza a gestire i collegamenti marittimi sardi mentre il Consiglio regionale deve accelerare l'approvazione del disegno di legge sui trasporti. Giacomo Sanna, insieme a un altro gruppo di consiglieri sardisti, ha presentato una mozione sulla continuità marittima dove invita la Giunta a non abbandonare il progetto Saremar, anzi l'esecutivo dovrebbe adoperarsi «per ottenere il riconoscimento dallo Stato della competenza e delle funzioni sulla continuità territoriale marittima», insieme alle risorse necessarie per le compensazioni sulle rotte sociali tra la Sardegna e la Penisola, ovvero una parte di quei 72,6 milioni di euro stanziati per Tirrenia. La titolarità della Sardegna deriva dal titolo V della Costituzione che «riconosce in materia di grandi reti di trasporto e di navigazione la competenza legislativa concorrente tra Stato e Regione, attribuendo a quest'ultima la potestà legislativa».

SAREMAR Nel frattempo, per il Psd'Az, la Regione deve continuare «a garantire il diritto alla mobilità dei sardi e l'esistenza di una concorrenza vera sul cabotaggio marittimo e di un mercato che contrasti la formazione di oligopoli e cartelli attraverso Saremar». Visto poi il mancato coinvolgimento della Sardegna nella privatizzazione di Tirrenia, per i sardisti la Giunta deve andare avanti in tutte le sedi comunitarie e nazionali per far annullare la gara per la vendita degli asset Tirrenia.

La cessione, per Sanna, avrebbe «gravi vizi di legittimità e rappresenta un sicuro danno agli interessi socio-economici della Sardegna». Dopo aver accettato l'offerta «anomala» di Cin (200 milioni subito con la costituzione in pegno delle stesse azioni della società in cambio di un mutuo e i restanti 180 milioni a rate subordinate all'arrivo dei contributi pubblici), ora «il commissario di Tirrenia sta protraendo la trattativa privata con Cin per autorizzare la modifica della compagine societaria con l'uscita dei soci Aponte e Grimaldi», ipotesi non previste dalla procedura di gara.

LEGGE La continuità marittima, così come quella aerea, sarà disciplinata dalla legge sui trasporti che è ancora ferma nella IV Commissione. Nella mozione, quindi, Giacomo Sanna invita i consiglieri «a concludere con la massima urgenza la discussione del disegno di legge 346, e trasmetterlo immediatamente all'aula per l'approvazione». ( an. ber. )

Da L'Unione Sarda del 4 maggio 2012


SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE - FACEBOOK

venerdì 4 maggio 2012

L’Italia tradisce la Sardegna per E.On

L’Italia tradisce la Sardegna per E.On, una multinazionale tedesca favorita da Enel e Terna. Di fronte a queste porcherie di Stato, che cosa dice il celeste Napolitano, dispensatore di promesse facili?

  Vi racconto perché E.On con impudenza non mantiene i patti e dichiara di non voler realizzare il Quinto Gruppo. 

 Lo spiego ai sindacati e a tutti quelli che hanno voglia e diritto di combattere; non lo racconto alle testine dei deputati e senatori sardi che stanno a Roma più  a militare nei partiti che a difendere i nostri interessi, perché se queste cose che sto per dire le viene a sapere, da fonti ministeriali che hanno ancora un po’ di coscienza, un semplice consigliere regionale come me e non un deputato o un senatore, vuol dire che o i deputati e i senatori sardi non sono percepiti come tali (altro che rimproveri al Consiglio regionale, caro Parisi Immemore, raddoppiatore di poligoni; fai bene il tuo dovere e poi vieni a rimproverare me!) o che, per quanto percepiti, sono valutati come ininfluenti.

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La genesi dell’antisardismo e il passaggio dalla Lingua al Fisco come base del nazionalismo Sardo

Approfondimenti – Da Lussu a IRS: Giustizia e Libertà; Sardegna e Libertà; Sinistra, Ecologia e Libertà. La contesa fra Autonomismo e Indipendentismo.

Nota ai lettori: qui non si parla di Simon Mossa, né dell’evoluzione in senso indipendentista del sardismo. Si parla di antisardismo. Ma forse si parla anche dei fatti rispetto alla retorica congressuale.
Il cerchio si chiude. O quasi. E’ un cerchio che parte con la Brigata Sassari dal sanguinoso fronte dell’Altipiano di Asiago nel corso della prima guerra mondiale e si chiude con il voto trasversale dei partiti italiani che nel Consiglio Regionale Sardo, assieme al PSD’AZ, hanno messo in discussione la lealtà dello Stato Italiano.
Perché questi accostamenti?
Perché capire le ragioni di Emilio Lussu, della scissione sardista del 1948 e della “nazione abortiva” (quella Sarda), può essere occasione di riflessione per tanti giovani indipendentisti (ma anche per diversi sardisti) sui ritardi del nazionalismo Sardo nel cammino per la conquista della sovranità. Tra questi giovani (ma anche in tanti osservatori e giornalisti che in questi giorni si stanno interessando di indipendentismo senza studiare) è opinione comune credere che la IRS della prima ora (Sedda-Sale) abbia denunciato le mancanze storiche del sardismo modificando la natura dell’indipendentismo attuale. Naturalmente non è così, perché, paradossalmente, l’antisardismo attuale nasce proprio all’interno del Partito Sardo d’Azione emerso dalle ceneri del fascismo, perpetuatosi poi secondo diverse forme fino ad oggi. In questa sede non sarà possibile scrivere un saggio esauriente sul dualismo autonomismo/indipendentismo ma tenteremo di illustrarne i passaggi e le ragioni essenziali.
Caduto il fascismo (e con esso l’enorme spinta retorica del nazionalismo italiano), Lussu esce dall’impegno politico clandestino per riprendere quello democratico, bruscamente interrotto dalla ventennale parentesi fascista: il mondo è cambiato, l’Italia è cambiata, il Partito Sardo d’Azione è cambiato, lui è cambiato.
In Sardegna, l’inoculazione del nazionalismo italiano negli ambienti sardisti viene presto sostituita da un neo-nazionalismo Sardo, irrobustito dalle vecchie correnti sardo-fasciste, cioè da tutti quei sardisti che con l’avvento della dittatura mussoliniana abbandonarono il Partito Sardo d’Azione della prima ora per confluire nel fascismo. Tra questi ultimi, oltre ai classici opportunisti presenti in ogni epoca storica, vi erano anche persone sinceramente convinte di migliorare dall’interno il fascismo per piegarlo agli interessi dell’isola.
Ma finita la guerra, perché avvenne la scissione sardista del 1948? Lussu non rinnegò mai il sardismo ma non si riteneva indipendentista, la sua visione dello Stato maturata nel corso dell’esperienza antifascista era di tipo federale e socialista, e solo in quest’ottica inquadrava il ruolo del sardismo azionista.
Nel presente sappiamo che federalismo e indipendentismo possono essere facce complementari della moneta del nazionalismo Sardo, cioè il federalismo visto come trampolino per una futura indipendenza. Nei tardi anni ‘40 non era così. Al massimo si poteva essere patrioti italiani interessati a realizzare uno Stato repubblicano e federale. Lo Stato repubblicano arrivò, ma non quello federale che desiderava Lussu. Men che meno arrivò il separatismo della Sardegna nei confronti dell’Italia politica, quello che desideravano ampi settori del sardismo da cui Lussu si dissociò.
Oggi possiamo affermare che Lussu era un nazionalista italiano vicino alla specificità dell’isola e interessato a promuovere il valore della democrazia attraverso il federalismo. Combatteva il centralismo italiano, in quanto il centralismo burocratico era per lui un retaggio dello Stato monarchico-fascista (così come in URSS il marxismo si era tradotto nella dittatura dello Stato nei confronti delle masse). E Lussu infatti era un socialista non comunista, come dichiarò in varie occasioni.
Al suo ritorno in Sardegna i tre/quarti del PSD’AZ erano “separatisti”, come si usava dire all’epoca e come si usa dire spesso ancora oggi. Egli vedeva nel vecchio nazionalismo Sardo una forma di isolamento dai grandi mutamenti sociali e internazionali in atto al termine del secondo conflitto mondiale. Molti osservatori di lui dissero che non era nazionalista, laddove per nazionalismo si intendeva – non ciò che dicono oggi le scienze politiche e i moderni liberalnazionalismi – ma la base dell’ideologia fascista, la stessa che lo confinò a Lipari, che uccise i fratelli Rosselli (gli amici dell’esperienza antifascista e libertaria in Giustizia e Libertà) e che, sostanzialmente, secondo l’orientamento dell’epoca, creò le basi di uno Stato che assoggettò le masse rurali (e più in generale “il proletariato”) al grande capitale di pochi usando la borghesia reazionaria per consolidare il proprio potere. Il nazionalismo Sardo del PSD’AZ degli anni ‘40 per lui non era dunque uno strumento idoneo a contrastare lo Stato centralista (anzi, lo vedeva quasi come un’appendice del nazionalismo fascista) e per arrivare all’obiettivo federale riteneva giusto lavorare all’unità di tutte le sinistre italiane per usarle contro i compromessi verso la borghesia del centro e della destra (invocando a più riprese anche l’autonomia del Partito Comunista Italiano da quello sovietico).
Per la componente minoritaria degli azionisti Sardi anni ‘40, il socialismo appariva come l’unico mezzo per la conquista della democrazia federale. In un certo senso, pare di trovare la stessa ideologia nelle parole di Gesuino Muledda, attuale leader dei Rossomori, quando parla di unità della sinistra in chiave non indipendentista ma federalista. Muledda tuttavia scorda di contestualizzare l’epoca di Lussu. Nel 1948, quando la corrente socialista del PSD’AZ seguì le idee di Lussu staccandosi dal partito di Bellieni, i vecchi nazionalisti Sardi accusarono Lussu di tradimento (oggi succede qualcosa di analogo ma da sigle diverse: gli indipendentisti ogni tanto accusano di tradimento il PSD’AZ sull’ideale indipendentista, mentre i Rossomori accusano di tradimento il PSD’AZ solo per l’alleanza regionale con il centrodestra italiano). Ma nessuno ha spiegato ai Rossomori che il PSD’AZ maturava una coscienza indipendentista a prescindere dalle alleanze (e i Rossomori non sono propriamente indipendentisti) come nessuno ha spiegato ai neo-indipendentisti che il federalismo che già propugnava Lussu oggi può essere una fase graduale verso l’indipendenza (infatti i neo-indipendentisti, impegnati nel folk-ribellismo, fino a qualche anno fa non sapevano neppure cosa fosse un’Agenzia Sarda delle Entrate).
Senza l’incisiva opera di U.R.N. Sardinnya nel web verso questi giovani, senza i vari autonomisti (non indipendentisti) che senza successo da quasi vent’anni parlano di riforme e senza i vari transardisti evasi dalla partecipazione politica diretta (tra cui Gianfranco Pintore e Mario Carboni), probabilmente non esisterebbe l’attuale presa di coscienza di ampi settori dell’indipendentismo Sardo nei riguardi delle riforme istituzionali da compiere. “Indipendentzia” sarebbe solo uno slogan antisardista e privo di contenuti, com’era nell’IRS della prima ora di Sedda e Sale a seguito della scissione di Sardigna Natzione tra il 2000 e il 2002. Ma, allo stesso modo, senza la conseguente e consapevole crescita di IRS tra il 2007 e il 2009 non vi sarebbe stata neppure la nuova spinta propulsiva del PSD’AZ a riprendere in mano l’ideale indipendentista (grazie al sardista Paolo Maninchedda e alla linea esposta con Sardegna e Libertà, malgrado denaturata rispetto al nazionalismo Sardo di fine anni ‘70, di cui parleremo).
Ma torniamo a Lussu per inquadrare il presente.
In risposta alle accuse di tradimento che gli provenivano dall’isola, a sua volta accusò i quadri sardisti di provincialismo e clientelismo. Disse lapidario di Luigi Oggiano:
“Tutta una vita Siniscola-Nuoro, Nuoro-Siniscola. Questo è Luigi Oggiano” (Spanu Satta, Il Dio seduto, Sassari, 1978). E ancora:
“Il PSD’AZ è un partito puramente elettorale in cui venti o trenta avvocati si svegliano improvvisamente durante le elezioni, e poi, finita la festa, si rinchiudono..” (Discorso all’Olympia di Cagliari riportato da G. Fiori).
La prima frase oggi viene detta dai detrattori dell’indipendentismo quando lo accusano falsamente di isolazionismo. Mentre la seconda frase viene usata spesso (magari non a torto) dagli indipendentisti per l’inefficienza e l’opportunismo politico del PSD’AZ.
Ecco Lussu contro l’indipendentismo:
“Vogliamo mettere al bando il separatismo […] perché è antistorico, demagogico e inconcludente” (Olympia, CA).
Le vicende storiche, al contrario, hanno dimostrato – e Lussu in piena epoca bipolare non poteva saperlo – che il declino dell’arroganza dello Stato-nazione nella seconda metà del ‘900 (e soprattutto con il crollo delle ideologie tra il 1989 e il 1991) ha portato diverse minoranze nazionali ad aggirare l’intermediazione dei vecchi Stati di appartenenza rendendosi indipendenti.
Ancora Lussu sul vecchio nazionalismo Sardo:
“Il separatismo è una sottospecie del nazionalismo che esalta sulla tomba degli avi la stirpe” (PSD’A, PSD’AS, Partito Socialista in Sardegna, G. Fiori).
E qui troviamo sia Franciscu Sedda che Paolo Maninchedda. Non per la critica all’indipendentismo, ma sulla visione del nazionalismo. Entrambi, con diverse argomentazioni e superando la “costante resistenziale” di Lilliu, affermano giustamente che l’identità non è un qualcosa di statico derivante da mitologie passate ma una collettiva consapevolezza sociale votata all’organizzazione del proprio futuro (e questo oggigiorno si chiama nazionalismo civico), peccato che Sedda sia uno dei primi nazionalisti attuali in materia di bandiera Sarda (sostenitore addirittura di quella giudicale-arborense rispetto ai 4 Mori) ma apertosi in ritardo al riconoscimento del ruolo politico della lingua Sarda nel suo excursus indipendentista. Maninchedda sotto questo profilo non è un nazionalista vecchio stampo e si limita a trattare tiepidamente la questione linguistica privilegiando quella fiscale (su cui converge Sedda).
Il nazionalismo contestato da Lussu ovviamente non era quello liberal-nazionalista che intendiamo nel nuovo millennio ma, come suddetto, un prolungamento dell’ideologia fascista (anche Mussolini infatti prese a piene mani dal passato i feticci per il suo presente, come quelli dell’antica Roma imperiale). Oggi sappiamo che difendere la lingua non è becero etno-nazionalismo ma rispetto dei diritti umani, come pure dovremmo sapere che studiare il nostro passato (senza fonderlo nella politica) non è nazionalismo ma puro buonsenso.
Eppure, l’influenza della sinistra italiana sul sardismo (che raccolse l’eredità delle polemiche di Lussu coi sardisti) e il classico notabilato politico del PSD’AZ (già denunciato da Lussu) che frenava la componente indipendentista, nella seconda metà del ‘900 finì per perpetuare all’interno del Partito Sardo d’Azione una visione ambigua circa le finalità da portare avanti, a metà strada fra un semplice autonomismo inserito nella Repubblica Italiana e un completo separatismo dalle istituzioni italiane. Circostanza che rinvigorì le fila di quanti trovavano nel Partito Sardo d’Azione uno spazio politico in cui perseguire interessi particolaristici piuttosto che cause collettive di popolo. Bellieni lamentava questo doppiogiochismo di ruoli di alcuni aderenti al partito fin dall’epoca fascista. Ambiguità proseguite anche dopo l’adozione di uno statuto di partito pienamente indipendentista nei primi anni ‘80 e che diedero nuova spinta a terze formazioni indipendentiste in polemica con l’azionismo per la sua inefficacia sull’ideale di fondo. Nel secondo dopoguerra, la Lega Sarda di Bastià Pirisi fu uno dei primi esempi di nazionalismo indipendentista tout court apertamente polemico con la gestione azionista.
Al netto della situazione, nel sardismo paiono contare più le idee di pochi eletti che non i congressi di partito con i contenuti identitari che li animano.
Nel 2012 la consapevolezza di combattere ogni forma di centralismo nell’interesse dei ceti sociali più deboli è una ideologia ampiamente penetrata in vari partiti politici, spesso simbolicamente seguaci del pensiero di Lussu, anche in Sinistra, Ecologia e Libertà (formazione Vendoliana italiana), che in Sardegna ha ritenuto inevitabile convergere su alcune classiche tematiche sardiste.
Tuttavia, malgrado non si possa certificare l’esistenza di un chiaro nazionalismo Sardo oltre i confini di ampi settori del sardismo e delle sigle strettamente indipendentiste, possiamo affermare che il nazionalismo Sardo ha mutato il suo DNA ideologico in ragione dell’evoluzione di quello italiano nell’isola: più si è affermata l’omologazione centralistica italiana della Sardegna (per lingua, cultura, economia e politica), più il nazionalismo Sardo ha spostato l’epicentro dei suoi interessi ideologici dai cardini dell’identità a quelli dell’economia. Se infatti il movimento linguistico Sardo di fine anni ‘70 aveva proprio la Lingua Sarda come base dell’ideale indipendentista, nel presente l’ideale indipendentista (e sardista) ha spostato nella sovranità fiscale le ragioni del proprio agire politico.
Purtroppo il vecchio (ma attuale) tema della zona franca non fu sostenuto con convinzione né dal sardismo, né dalle attuali forze indipendentiste, nonostante tale misura di politica economica sia stata persino inserita nello Statuto Autonomo regionale. Tutto ciò ha comportato sia un aspetto positivo che uno negativo: quello positivo riguarda la consapevolezza di aver appreso che senza benessere ed autogestione economica non ci può essere sovranità reale; l’aspetto negativo invece riguarda lo scarso interesse politico a difesa e promozione della Lingua Sarda, che fa annacquare nell’isola il potere politico che gli deriverebbe dal far valere la sua condizione di minoranza linguistica nel quadro dei rapporti fra l’Autonomia regionale e lo Stato centrale e, allo stesso tempo, condanna a morte i diritti individuali e collettivi di quella componente del Popolo Sardo sardofona e inconsapevole della discriminazione linguistica e sociale in cui si trova rispetto alla lingua italiana.
In sintesi: l’attuale nazionalismo Sardo che cosa vuole contribuire a costruire? Una moderna Repubrica de Sardigna aperta al mondo o una sedicente e cosmopolita Repubblica Italiana di Sardegna?
Non sarebbe più opportuno occuparsi sia di Fisco che di Lingua e cultura territoriale?
Di A. Bomboi e R. Melis.

TESTO ORIGINALE 

sabato 28 aprile 2012

Risposta a certa sinistra sull’indipendentismo

DAL BLOG DI PAOLO MANINCHEDDA: Risposta a certa sinistra sull’indipendentismo
"Oggi nel Pd c’è una componente del capitalismo italiano conservatore che ha capito che il pensiero indipendentista è il volto nuovo del riformismo; per questo lo teme" ...

LEGGI TUTTO IL TESTO ...

sabato 21 aprile 2012

PARTITO SARDO D'AZIONE: Indipendenti ? Ora si può

«Viviamo una crisi pazzesca in tutti i settori della società: per i sardi è un'occasione storica, la più proficua del dopoguerra»

Che cos'è l'indipendentismo. E soprattutto, come si concretizza? Giacomo Sanna fa un sospiro, sorride sornione, guarda dritti negli occhi gli interlocutori e risponde non da filosofo utopista ma, da uomo pragmatico, con gli esempi. «Spiegarlo alla gente è difficile, bisogna evitare astrattismi, parlare la lingua giusta con chi ha perso il lavoro, con chi dispera di trovarlo, con chi ha perso la dignità».

Dunque?
 «Indipendentismo, cito tre casi, è affrontare la questione dell'energia, del costo del denaro e dei trasporti tenendo conto che siamo un'isola e non Milano, che i nostri costi sono nettamente superiori».

Ma per questo basta l'autonomia?
«Evidentemente no. L'autonomia ha i suoi limiti ed i Governi sono sempre più arroganti, egoisti. Non distinguono, fanno due conti ed emettono provvedimenti che penalizzano i più deboli».

Il sistema fiscale, ad esempio.
«Esatto. Il nostro è uguale per ricchi e poveri. Inaccettabile. Problemi diversi non si possono affrontare con gli stessi strumenti».

Lei che cosa farebbe?
«Ad esempio voglio poter decidere che le nostre imprese o quelle che investono e assumono in Sardegna paghino un'aliquota Irpef all'otto o al dieci per cento».

La crisi economica, la crescita dell'avversione ai partiti come simbolo della degenerazione morale ed economica rendono la gente più sensibile all'indipendentismo?
«Abbiamo, lo dico paradossalmente, la fortuna di vivere una crisi pazzesca in tutti i settori della società e abbiamo un problema morale gigantesco. Questo rende la gente disperata, la fa riflettere. Se hai la pancia piena, i vantaggi dell'indipendenza non ti toccano. Se sei disperato sì. È un'occasione storica, la migliore del dopoguerra».

Perché?
«Sa qual è la differenza rispetto ad allora? Che la gente prima della guerra non aveva niente o aveva poco e doveva costruire tutto. Era tutto difficile ma c'erano stimoli, persino entusiasmo. Ora è diverso: gli italiani stanno passando da un consumismo sfrenato al precipizio. Tra non avere e dover conquistare ed avere molto e perdere tutto c'è un abisso. Per questo dico che è un'occasione storica».

Non a caso la stanno cavalcando molti partiti italiani di maggioranza e opposizione. Che recentemente in Consiglio regionale hanno approvato il vostro ordine del giorno che propone di verificare
il fondamento della permanenza della Sardegna nella Repubblica italiana
«È una ulteriore dimostrazione che il sentimento cresce assieme al risentimento verso un Governo che ci schiaffeggia ogni giorno, incapace perfino di rispettare gli impegni che assume e le leggi che emana. Ecco perché molti stanno entrando nel recinto dell'indipendentismo».

Oggi qualcuno parla di secessione al contrario, cioè è lo Stato che ci allontana, come una zavorra.
«No gli do torto. Però è un paradosso». Un popolo litigioso come il nostro è capace di autodeterminarsi? Continuiamo ad essere mal unidos e i primi a dividersi sono i promotori dell'indipendenza. «Ha ragione. Nella galassia c'è un difetto di democrazia, c'è chi fatica ad accettare regole condivise e fatica a stare assieme. L'indipendenza non può diventare una dittatura».

Anche il suo partito si è diviso mille volte.
«Vero, ma ha avuto scissioni momentanee e chi si è allontanato ha avuto vita politicamente breve».

Come il suo amico Efisio Serrenti?
«Eravamo amici, lo invitai a non strappare, ma lui decise di sostenere la Giunta Floris e ci dividemmo. Soffrii molto per la sua scelta. Ma alla lunga non pagò. I Sardistas si sono estinti dopo pochi anni».

Si sono scisse anche Sardigna Natzione e Irs, è nata Progres.
«In un movimento le discussioni sono fisiologiche come le battaglie, anche dure. Bisogna credere nella propria missione ed essere capaci di superare le difficoltà. Con Bustianu e Gavino ho fatto molte battaglie, sono miei amici, non si può non andare d'accordo con loro. Abbiamo fatto Sardegna libera, una creatura che ho voluto, ma la gente non era matura. Arriverà il giorno in cui lo sarà».

C'è la possibilità che voi e i Rossomori vi riuniate?
«Le racconto un aneddoto. Molti anni fa, a Sassari, ero assessore provinciale e facevo vita di sezione. Ci furono divergenze nel partito ed io per nove mesi non presi la tessera, ma rimasi dentro. Né io né nessuno dei miei compagni di partito pensammo di andar via anche se c'erano difficoltà. Non si va via dalla squadra se si perde la partita. Ecco perché non voglio riportare dentro chi ha creato divisioni e lacerazioni».

Anche di recente il tavolo della convergenza indipendentista ha lavorato a lungo per costruire un documento sui valori condivisi poi si è spaccato.
«Ho visto».

Una delle cause sembra essere stata il referendum sull'indipendenza promosso da Malu Entu: secondo alcuni suoi commensali ha fatto una imperdonabile fuga in avanti solitaria.
«Concordo. Doddore lo conosco dal congresso dell'81, è simpatico ed ha carisma. Ma deve capire che non ci si può imbarcare in una battaglia come questa anticipando i tempi, per fare il primo della classe. O magari per recuperare finanziamenti».

Ma ha appena detto che i tempi sono maturi.
«Per battersi per l'indipendenza sì, ma proprio per questo occorre ragionare, pianificare, convergere, non fare fughe in avanti. Bisogna trovare il modo giusto per fare le cose».

E qual è il modo giusto?
«Faccio l'esempio del referendum sulle scorie. Bustianu lo promosse, noi gli demmo una mano. Fummo aiutati da tutti i media, che garantirono informazione dettagliata e costante e, dunque, un traino straordinario, l'iniziativa fu sposata dal presidente della Regione Cappellacci che si schierò apertamente con noi e ci fu un colpo di fortuna».

L'incidente in Giappone.
«Esatto. Tutto questo ci consentì di conquistare una vittoria straordinaria contro il Governo».

Qual è la controindicazione dell'indipendentismo?
«Non ce ne sono. Se invece mi chiede qual è il limite attuale ribadisco: la democrazia. C'è ancora qualcuno che la mette in discussione, che non la accetta che non la applica, che ha difficoltà a stare assieme».

Potreste imparare dai baschi o dai catalani. O anche da Malta e Cipro.
«Hanno concretizzato ciò che noi riusciamo solo a postulare, hanno un'altra statura».

Da L'Unione Sarda del 20 aprile 2012

SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE

PARTITO SARDO D'AZIONE: Roma non smette di schiaffeggiarci

«E' la Tirrenia è la nostra prigione» Le imprese dovrebbero pagare l'Irpef al 10%. Questa è indipendenza.

L'ultimo schiaffo è il disimpegno sul finanziamento elettorale: 800 mila euro che il Governo, a poco più di un mese dal voto per le amministrative in 65 Comuni sardi, ha annunciato che, contrariamente alla prassi, non darà alla Regione. Poi c'è stato il passo indietro. Ma sul piano dei rapporti Stato-Regione la sostanza non cambia. La comunicazione del ministero degli Interni viene diffusa mentre Giacomo Sanna risponde alle domande dell'Unione sul senso dell'indipendentismo. «Vede, è uno dei casi concreti, uno di quelli quelli che ritengo opportuno citare quando parlo con la gente e spiego che cosa significa indipendenza e che cosa intendono dire i colleghi Mario Diana e Luciano Uras quando parlano di secessione al contrario: è quando è lo Stato ad abbandonarti, non il contrario». Un altro caso sul quale vi soffermate spesso è quello della Tirrenia. «È la madre di tutte le nostre battaglie, la nostra prigione».

Che cosa proponete?
«Da tempo diciamo che rotte, quota navi e parte dei 72,6 milioni di finanziamenti previsti nella convenzione tra Stato e Tirrenia, devono essere sottratti ai tre armatori napoletani e ceduti alla Regione per i prossimi otto anni».

È l'unico modo per fa cessare il monopolio?
«Sì. Inoltre verrebbero garantite le tratte a prezzi equi e verrebbero assunti lavoratori sardi. Oggi su 1590 dipendenti della compagnia, solo 65 sono sardi e tra questi 15 sono impiegati e 50 imbarcati. I lavoratori isolani sono solo il 4% di tutti gli occupati. Eppure le rotte le fanno in Sardegna. Uno scandalo».

Indipendentismo è anche avere una flotta sarda?
«Va bene come soluzione temporanea, come segnale politico, ma la Regione non deve fare l'armatore, non è il suo mestiere, dunque non deve entrare nel consiglio di amministrazione della nuova Tirrenia».

Cappellacci esclude queste ipotesi, sostiene di voler solo incidere concretamente per stabilire le regole della continuità.
 «Ha ragione, condivido le sue posizioni. Vedo che anche su questa battaglia sta mettendo molta convinzione. Anche Renato Soru credeva nella flotta sarda, ma voleva farla con Vincenzo Onorato. Una follia, magari in buona fede: sarebbe stato come andare in chiesa col Diavolo».

A proposito di Cappellacci: da mesi il presidente parla un linguaggio filo indipendentista. Quando dice “La Sardegna è sempre stata vittima di soprusi, manchevolezze e posti di lavoro mai nati a causa di interessi lontani dall'Isola” sembra di sentire lei o Gavino Sale.
«È la conseguenza degli schiaffi di cui parlavo prima. Ugo li ha sentiti e sta reagendo con orgoglio. Mi sembra che lo stia facendo in modo serio».

Merito anche dell'alleanza con voi?
«Abbiamo un ruolo, non c'è dubbio. E penso che se a fine legislatura porteremo a casa sei dei 13 punti del nostro programma elettorale sarà stato un successo».

Lo Statuto speciale deve essere modificato, su questo le forze politiche sono concordi. Insistete sull'assemblea costituente del popolo sardo?
«Sì, fuori dalle stanze della politica c'è un mondo e quel mondo non possiamo ignorarlo: deve lavorare con noi in una grande sessione di riforme statutarie. Sul fatto che la nostra Carta vada riscritta non ci possono essere dubbi: è nata quando l'Europa unita non era nemmeno stata immaginata».

A proposito di Europa, che rapporto avrebbe la Sardegna nell'Europa unita?
«Può essere un'opportunità se diventa l'Europa dei popoli e non uno strumento di assorbimento di poteri. Oggi siamo distanti da questo traguardo: siamo nell'Europa della Francia e della Germania. Quando c'è da discutere di economia parlano in pochi, quando si dibatte di difficoltà si parla in molti. Viviamo nell'Europa dell'egoismo».

Torniamo alle modifiche statutarie: dopo quelle in tema di compartecipazione alle entrate, che altro cambierebbe?
«Intanto, come sappiamo, nonostante la modifica statutaria lo Stato continua a non corrisponderci ciò che ci spetta. Lo sottolineo per evidenziare ancora una volta la differenza tra autonomismo ed indipendentismo. Solo con l'indipendenza possiamo essere davvero artefici del nostro destino».

Torniamo al merito.
«Come ho detto, agirei sulla leva fiscale. Zone franche, Irpef sotto il dieci per cento per le imprese. Anche sulle politiche agricole, oggi di competenza comunitaria, occorrono scelte diverse. Non possiamo essere svantaggiati in termini di infrastrutture e costi di produzione e nel contempo limitati da quote imposte dall'Europa. Ecco un altro esempio».

Ne faccia altri?
«Stiamo all'attualità: possiamo ancora tollerare che lo Stato ci imponga di riaprire un carcere all'Asinara quando noi vogliamo lì un parco regionale? Possiamo tollerare che continuino a costruire carceri di massima sicurezza sul nostro territorio per esportare malavitosi?»

Dal secondo dopoguerra avete stretto varie alleanze, partecipando a coalizioni di centro, centrosinistra e di centrodestra. Alle politiche del 2006 vi alleaste nella lista del Patto per le autonomie sotto le insegne di Lega Nord e Mpa. Rifarebbe quella scelta?
«Fu un'alleanza tecnica che qualcuno volle strumentalizzare. Ci diedero diritto di tribuna dopo un tradimento da parte dell'attuale Pd. Qualcuno chiese anche le mie dimissioni ma la maggioranza del partito mi difese. Chi non lo fece se ne andò e fece una brutta fine, politicamente».

Che cosa pensa di ciò che sta accadendo oggi nella Lega?
 «Intanto penso che abbiamo teso una trappola al partito, altrimenti non mi spiegherei tutte queste telecamere nascoste. Osservo anche che per la Margherita, parlo del caso Lusi, non c'è stato tanto clamore. Premesso questo, mi sembra che le immediate dimissioni ed espulsioni nonché la reazione d'orgoglio del partito siano stati esemplari. La massiccia partecipazione alla manifestazione di Bergamo che si è tenuta nei giorni successivi allo scandalo ne è la testimonianza. È un partito vivo, che ha un'anima, contrariamente ad altri»

Come mai in tutti questi anni non avete parlato apertamente di indipendentismo?
«Non abbiamo utilizzato il termine per non spaventare molta gente nei momenti in cui non ci sembrava il momento di far passare il messaggio. Ma nella sostanza abbiamo continuato a fare scelte in quella direzione. Del resto il sistema che ci hanno imposto ci ha inquinato l'anima».

Dica la verità: l'indipendenza, concretamente, è un utopia.
«Non è vero. C'è chi sostiene che non potremmo vivere di ciò che abbiamo. Io dico: siccome non l'abbiamo mai verificato, proviamo e poi vediamo». Mettiamo che il Psd'az vinca le elezioni e conquisti il 51% dei voti. «Cesserebbe lo scopo del Psd'az, il partito avrebbe esaurito tutta la sua funzione».

Da L'Unione Sarda del 20 aprile 2012

SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE - FACEBOOK

INDIPENDENTISMO, SANNA SPIEGA LA STRADA SARDISTA

Prosegue il forum sull'indipendentismo promosso dal gruppo L'Unione Editoriale. L'ospite di oggi è Giacomo Sanna, presidente del partito sardo d'azione e capogruppo in consiglio regionale. Lo hanno intervistato per l'Unione Sarda Anthony Muroni e Fabio Manca.

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