Pagine

Visualizzazione post con etichetta indipendenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta indipendenza. Mostra tutti i post

domenica 1 luglio 2012

L’isola di Jersey minaccia la secessione

L’isola di Jersey
L’isola di Jersey
 
 
Londra - Non c’è solo la Scozia nel Regno sempre meno unito della Regina Elisabetta: dall’isola di Jersey, uno dei paradisi fiscali più intimamente legati alla Gran Bretagna, la nuova parola d’ordine è «indipendenza». Attacchi di leader politici di Londra tra cui il primo ministro David Cameron e lo spauracchio di nuovi giri di vite sull’industria finanziaria dell’isola hanno indotto politici locali a minacciare la secessione.
«Ci stanno trattando male. Jersey dovrebbe esser pronta a difendere i suoi interessi da sola e diventare indipendente», ha minacciato Sir Philip Bailhache, senatore e vice-premier del governo locale dell’isola, in una intervista al Guardian.
La più grande fra le isole del Canale, a 20 chilometri dalla costa della Normandia, Jersey è un territorio alle dipendenze della Corona. La Corrente del Golfo dona all’isola un clima mite: vi sono belle spiagge e più ore di sole annue che in qualunque altro luogo della Gran Bretagna. Ma oltre ad aver dato il nome all’omonima razza bovina, l’isola è un centro importante della finanza globale e se il governo di Londra dovesse proseguire nella linea dura contro l’evasione (o mitigazione) fiscale, Jersey potrebbe essere costretta a «proteggere i propri interessi», ha dichiarato Bailhache.
L’attenzione verso gli affari condotti a Jersey, dove tra l’altro non viene imposta l’Iva, è aumentata dopo che sono emersi i dettagli di un complesso prodotto fiscale - il K2 - che permette a 1.000 ricchi britannici, tra cui il popolare comico Jimmy Carr, di non consegnare al fisco ben 168 milioni di sterline all’anno. «Spero che le relazioni costituzionali con la Gran Bretagna continueranno, ma se diventerà chiaro che Londra non cura i nostri interessi non dovremo più nascondere la testa sotto la sabbia», ha aggiunto Bailache.
Per decenni la struttura fiscale di Jersey è stata costruita in modo da attirare le attività finaziarie di multinazionali e ricchi individui da tutto il mondo. Ma la crisi e le recenti misure adottate a livello internazionale contro i paradisi fiscali.
In Francia il presidente Francois Hollande si è imposto alle elezioni impegnandosi a fermare le banche che operano nei paradisi fiscali, negli Usa l’amministrazione Obama ha introdotto norme antievasione che dal 2013 imporranno alle società finanziarie mondiali di rivelare al fisco i beni detenuti all’estero da ricchi americani - hanno reso sempre meno attraente per i `Paperoni globali´ il rischio di essere beccati in `rifugi´ offshore.
Jersey ha firmato trattati di scambio di informazioni fiscali con molti paesi dell’Unione Europea proprio per togliersi di dosso la nomea di paradiso fiscale ma la fama è dura a morire. Sotto gli attacchi dei politici - Cameron ha definito «moralmente sbagliato» il tentativo del comico Carr di evadere le tasse nell’isola - il governo locale ha deciso di aprire un ufficio di rappresentanza a Londra e ha intensificato gli sforzi di lobby a Washington.

Doddore Meloni a Porto Torres Continua marcia per l'indipendenza

Beniamino Scarpa incontra Doddore Meloni (foto: Ufficio stampa Comune di Porto Torres)
Beniamino Scarpa incontra Doddore Meloni 
(foto: Ufficio stampa Comune di Porto Torres)
 
 
PORTO TORRES. La “marcia per l’indipendentismo” promossa da Doddore Meloni, responsabile del movimento Paris – Malu Entu, ha fatto tappa questa mattina a Porto Torres. Doddore Meloni, accompagnato da Pino Giordo e Sandro Mascia, ha incontrato il sindaco Beniamino Scarpa nel Palazzo del Marchese, sede istituzionale del Comune di Porto Torres. Meloni ha illustrato al primo cittadino l’attività di sensibilizzazione svolta in queste settimane in diversi Comuni della Sardegna per difendere la legittimità della consultazione sull'indipendenza del popolo sardo, promossa dal movimento e bocciata dall’Ufficio regionale per il referendum. Il sindaco e il rappresentante indipendentista hanno convenuto sulla necessità che venga garantito ai cittadini il diritto a esprimersi. Doddore Meloni ha annunciato che la marcia per l’indipendentismo proseguirà domani a Sassari e toccherà nei prossimi giorni anche altri centri del Nord Sardegna. 
 

domenica 24 giugno 2012

CUBA OTTIENE DALLA COMMISSIONE ONU IL RICONOSCIMENTO DEL DIRITTO DI PUERTO RICO A SCEGLIERE L'INDIPENDENZA

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno domenica 24 giugno 2012 alle ore 18.15 ·
 


Il rappresentante cubano, a nome dell'Alba, chiede alla commissione dell'ONU sulla decolonizzazione il riconoscimento del diritto della colonia statunitense di Puerto Rico a scegliere l'indipendenza. E lo ottiene.

La commissione Onu per la decolonizzazione accoglie la richiesta, avanzata da Cuba, di riconoscere il diritto all'indipendenza di Puerto Rico, attualmente sotto sovranità statunitense. Il testo, presentato dall'Avana con gli auspici di Bolivia, Ecuador, Nicaragua e Venezuela, é stato ratificato oggi dall'organismo delle Nazioni Unite per la decolonizzazione ed esorta gli Stati Uniti a portare a termine la devoluzione dei poteri al popolo portoricano, riconoscendone il diritto all'autodeterminazione.

Nel documento si chiede inoltre la scarcerazione di tre detenuti, reclusi in penitenziari statunitensi per il loro coinvolgimento nella lotta per l'indipendenza della popolazione portoricana. Uno dei tre, Oscar Lopez Rivera, é in carcere ormai da addirittura 31 anni.

La mozione presentata dal rappresentante permanente di Cuba all'interno della Commissione dell'Onu affermava che Portorico è una nazione latinoamericana e caraibica con una propria identità culturale inconfondibile.

E quindi Oscar González León ha reclamato l’indipendenza di questa colonia degli Stati Uniti - eufemisticamente definita da Washington uno ”Stato Libero Associato” - con il sostegno dei paesi latinoamericani retti da governi progressisti. Anche in virtù, ha ricordato, di ben 30 risoluzioni delle Nazioni Unite del 1972 ad oggi, mai rispettate dai vari governi statunitensi.

Da Contropiano del 24 giugno 2012

venerdì 22 giugno 2012

PORTO RICO, VINCE CUBA: ONU RATIFICA DIRITTO ALL’INDIPENDENZA DA USA


Roma - Il testo accolto dalla commissione per la decolonizzazione, Washington riconosca autodeterminazione 
 
anteprima

Roma - La commissione Onu per la decolonizzazione accoglie la richiesta, avanzata da Cuba, di riconoscere il diritto all’indipendenza di Porto Rico, attualmente sotto sovranità statunitense. Il testo, presentato dall’Avana con gli auspici di Bolivia, Ecuador, Nicaragua e Venezuela, è stato ratificato oggi dall’organismo delle Nazioni Unite ed esorta gli Stati Uniti a portare a termine la devoluzione dei poteri al popolo portoricano, riconoscendo il diritto all’autodeterminazione. Nel documento si chiede inoltre la scarcerazione di tre detenuti, reclusi in penitenziari statunitensi per il loro coinvolgimento nella lotta per l’indipendenza della popolazione portoricana. Uno dei tre, Oscar Lopez Rivera, è in carcere da 31 anni.   (ilVelino/AGV)
(red/bic) 19 Giugno 2012 17:28
 

DODDORE MELONI CON LE PROVINCE: UN'ALLEANZA SUI REFERENDUM

La marcia di Doddore Meloni per deifendere il suo referendum sull'indipendenza è arrivata a Cagliari. Per un incontro con i presidenti delle province riuniti al palazzo regio 

 

GUARDA IL VIDEO ... 

Documento. Movimentu de Liberatzioni Natzionali Sardu (Mlns) denuncia l’Italia all’Onu

Cagliari, 04 giugno 2012

Spett. le Onu
Director General
Mr. Kassym-Jomart Tokayev
Palais des Nations
Avenue de la Paix 8-14
1211 Geneva 10
Switzerland

Oggetto: Denuncia di occupazione, dominazione e colonizzazione della Nazione Sarda da parte dello Stato straniero italiano. Rivendicazione di sovranità del Popolo Sardo
Con il presente documento il Movimentu de Liberatzioni Natzionali Sardu (Movimento di Liberazione Nazionale Sardo) rivendica la sovranità del Popolo Sardo ed esige la liberazione della Nazione Sarda dall’occupazione illecita e illegittima dello stato straniero italiano. Alla Nazione Sarda ed al suo Popolo, storicamente indipendente dal IX al XV secolo d.c., è impedito l’esercizio del legittimo diritto alla sovranità nel proprio territorio a causa dell’occupazione italiana, uno stato straniero colonialista e razzista.
Storicamente la Nazione Sarda dal 1409 ha subito l’occupazione della Corona d’Aragona, nel 1718 dell’Austria e dal 1720 dei Savoia; dal 1861 vi è poi “de jure e de facto” l’illegittima, illecita, nonché violenta e repressiva occupazione, anche militare, dello stato straniero italiano.

Ciò premesso
Codesta Organizzazione delle Nazioni Unite si attivi, unitamente e d’intesa con questo Movimentu de LiberatzioniI Natzionali Sardu per garantire l’immediata cessazione dell’illegittima ed illecita occupazione dello stato straniero italiano dal territorio della Nazione Sarda. 

Assicuri l’immediato effettivo ritiro dello stato occupante, con le sue istituzioni e le sue forze armate, dal territorio della Nazione Sarda 

Garantisca la necessaria istituzione della Polizia Sarda e la affianchi con l’invio di proprie forze di interposizione ai confini territoriali e con l’invio di propri Osservatori onde consentire le libere elezioni dei nuovi Organi Istituzionali del Popolo Sardo.
Sostenga, anche con finanziamento ad hoc il processo di ripristino e di ricostruzione della Nazione Sarda

Condanni lo stato straniero italiano al risarcimento di tutti i danni da occupazione, comprensivo dei danni di guerra per i passati conflitti mondiali e colonialisti e dall’illegittimo prelievo fiscale dal 1861 alla data dell’effettiva cessazione della suddetta occupazione

Prenda atto
- del costituitosi presente Movimentu de Liberatzioni Natzionali Sardu, nato al solo e imprescindibile scopo di liberare il Popolo Sardo dall’occupazione, dalla dominazione e dalla colonizzazione posta in essere dallo stato straniero italiano
- della legittimazione di questo Movimentu de Liberatzioni Natzionali Sardu ad agire in nome del Popolo Sardo sul piano internazionale attraverso il proprio apparato istituzionale ai sensi e per gli effetti dell’art. 96.3 del Primo Protocollo di Ginevra del 1977.
- Dell’elevato valore e del vitale interesse per il Popolo Sardo che ha questo documento e che esso sia recepito nel suo più alto significato anche se in difetto, senza fraintendimenti e senza sollevare eccezione alcuna e tanto meno eccezione che possa comportarne il rigetto.
Gli eventuali allegati verranno prodotti alla bisogna.

Per il Movimentu de Liberatzioni Natzionali Sardu
Il Presidente – Sergio Pes


La crisi del capitalismo e la lotta di liberazione nazionale in Sardigna


Crisi capitalista e indipendenzaDa un secolo all’altro.
Esattamente un secolo fa l’Europa viveva una stagione particolarmente travagliata.
Lo sviluppo industriale, così come aveva accelerato a grande velocità il progresso tecnologico, lacerava terribilmente la società dividendola tra masse enormi di diseredati e sfruttati e ristrette élites di ricchi capitalisti e borghesi. Le banche preparavano la più sanguinosa delle battaglie, avviando il processo di costituzione dei monopoli mondiali dell’industria e della finanza. A causa principalmente di questo fattore, e per accumulare al più presto un vantaggio sui concorrenti, le guerre di aggressione coloniale si susseguivano nei confronti di Asia e Africa.
Nei parlamenti degli Stati europei, salvo eccezioni, le destre e le sinistre si fronteggiavano a suon di scandali, unendosi solennemente come un corpo solo ogni qualvolta fosse necessario salvaguardare le esigenze dei banchieri e dei capitalisti, a partire da questioni fiscali sino ad avviare una spaventosa corsa agli armamenti e a dare il via libera ad una serie di sanguinose guerre coloniali e imperialiste. Le classi benestanti, da parte loro, si godevano la Belle Époque, reagendo con una buona dose di ottimismo ai minacciosi segnali di distruzione che offuscavano l’orizzonte.
Il nostro Paese, la Sardigna, sfruttata e martoriata dalla rapina prima piemontese e poi italiana, pativa una delle stagioni più nere della sua lunga storia. Terreno di caccia per ogni avventuriero straniero, popolata da genti vessate in maniera disumana, la nostra patria sopportava come una bestia da soma qualsiasi sopruso, accettava qualsiasi compromesso lasciando assopite le sue antiche aspirazioni d’indipendenza sotto il giogo coloniale italiano. Si obbligavano i Sardi a professarsi italiani, e, non appena essi pensarono di esserlo, l’Italia li premiò macellandoli sulle trincee per i suoi insaziabili sogni coloniali.
Purtroppo ciò che qui viene descritto come scenario europeo di un secolo fa, può essere riletto anche come descrizione dell’Europa dell’inizio di questo secolo, come valutazione di ciò che tragicamente si profila sotto i nostri occhi.


La crisi è strutturale.
Innanzitutto va detto che la crisi del capitalismo occidentale è strutturale e di lungo corso e non è reversibile. La crisi dei mutui e dei cosiddetti “titoli tossici” americani che ha dato il via alla crisi internazionale mettendo in ginocchio molte grandi banche d’affari e che sta intossicando il mercato della finanza mondiale non è infatti una disgrazia caduta dal cielo ma una necessaria conseguenza del sistema capitalistico. Le crisi strutturali del capitalismo mettono in discussione il modello di accumulazione capitalistico e provocano gravi collassi e scompensi di natura economica, che si risolvono storicamente con grandi conflitti militari e ristrutturazioni geopolitiche, spesso totalmente incontrollabili.
Solo per fare un esempio, l’ultima crisi strutturale del capitalismo risale al 1929, dalla quale il mondo uscì con il nuovo modello fordista e keynesiano (sostegno alla domanda) e con la Seconda Guerra mondiale.
La crisi attuale del capitalismo è molto più critica di quella del 1929 perché coincide con lo sviluppo di nuovi poli economici in piena ascesa (Sud America, India, Cina) in un’economia ormai globalizzata e in piena situazione di stallo dell’economia reale (legata alla produzione), a tutto vantaggio e sviluppo dell’economia finanziaria e della speculazione bancaria. A questa crisi le classi dirigenti capitalistiche hanno cercato di rispondere con politiche economiche basate sul monetarismo. La principale e più accreditata nei circoli dominanti è la “Modern Money Theory” che si basa sulla necessità di ridurre la spesa pubblica mediante una politica economica sempre basata su trattamenti di forte austerità e di contenimento del costo del lavoro.
I media e i politici borghesi cercano di far passare l’idea che la crisi sia determinata dall’evasione fiscale e da strane e imprevedibili congiunture economiche. In realtà le cose non stanno così. La causa della crisi strutturale dell’economia capitalistica consiste nella dipendenza dalla speculazione borsistica e finanziaria e dal debito pubblico (chiamato anche “sovrano”) degli Stati occidentali.
Basti pensare che nel 2010 il PIL mondiale legato all’economia reale ammontava a 74.000 miliardi di dollari e nello stesso anno il mercato obbligazionario valeva 95.000 miliardi di dollari, il mercato borsistico 50.000 miliardi di dollari e i derivati 600.000 miliardi di dollari. Come se una persona guadagnasse 10.000 euro in un anno di lavoro ma ne spendesse 100.0000 firmando cambiali e firmando assegni scoperti convinto di avere un fido bancario pressoché illimitato. Un’economia di carta sorretta soltanto dall’arroganza militare dell’Occidente, da una massiccia propaganda mediatica e dalla fiducia indotta verso il sistema capitalistico che porta i creditori a non richiedere di rientrare in possesso delle proprie risorse. Per far fronte a quest'indebitamento emettono dei titoli su cui pagano degli interessi. Per esempio lo Stato italiano per coprire i 2.000 miliardi di euro di debito emette dei titoli che si chiamano BOT, BTP, CCT, CTZ, BTP che cerca di piazzare sul mercato azionario con la speranza che qualcuno li compri. Se nessuno li compra lo Stato fallisce perché si trova totalmente sguarnito di liquidità con cui pagare i servizi e gli interessi al debito: praticamente un circolo vizioso infernale da cui è impossibile uscire rimanendo nel solco dell’economia a “libero mercato”. Ecco spiegato perché gli Stati, anche se sono indebitati fino al collo, non risparmiano sulle spese militari: perché il possesso di tecnologie belliche molto moderne garantisce la loro unica possibilità di mantenere il loro primato e di alimentare la “fiducia” nel sistema. L’Occidente capitalistico è dunque una gigantesca banca in bancarotta che teme la folla dei creditori inferociti e si arma fino ai denti per salvarsi la pelle!

Crisi e nuova dittatura economica.
Bisogna anche sapere che il 90% del mercato dei derivati finanziari è in mano a quattro grandi banche d’affari: JP Morgan Chase Bank, Citibank National, Bank of America e Goldman Sachs Bank. In particolare la The Goldman Sachs Group, Inc. è una delle più grandi banche d'affari del mondo. Questa grande banca fa profitti fornendo azioni di titoli di debito, facendo brokeraggio ad alti livelli, e piazzando i titoli di debito dei governi occidentali a rischio default.
In sintesi le grandi banche d’affari fanno soldi con la crisi,  cioè comprando e vendendo i titoli di debito. Nel frattempo gli esponenti più in vista di queste banche entrano nei governi per indirizzare politiche monetarie favorevoli alla speculazione finanziaria rispetto all’economia reale. Non è un caso per esempio che fra gli ex consulenti più illustri della Sachs Bank figurino l’ex presidente del Consiglio italiano Romano Prodi, Gianni Letta, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri nei governi guidati da Silvio Berlusconi, il Governatore della Banca centrale europea Mario Draghi e l’attuale Presidente del Consiglio italiano Mario Monti. Insomma la crisi serve ovunque per far accettare all’opinione pubblica la necessità delle privatizzazioni, per riformare in senso radicalmente liberista il mercato del lavoro e per ristrutturare in senso verticistico e militare la società dei consumi e dell’alta finanza.

Il tramonto dell’eurozona.
La UE, nonostante la propaganda martellante sull’unità europea, è spaccata in almeno tre grandi macroaree economiche ben distinte. A Nord gli Stati della mitteleuropa con l’aggiunta di Francia e Inghilterra ad egemonia tedesca si fondano su un’economia industriale basata sull’export e sull’intervento dello Stato nell’economia. Ad Est Paesi ad economia debole sono attirati nell’eurozona come mosche sul miele al fine di conquistare appetibili zone di mercato, sottraendole ai competitori russi ed asiatici. A Sud (area mediterranea) invece ci sono invece i cosiddetti Stati PIIGS (dalle iniziali dei nomi degli Stati che in inglese significa “maiali”: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, con l’aggiunta dell’Irlanda, destinati a diventare velocemente un’area di colonizzazione interna, a cui imporre la deindustrializzazione, le privatizzazioni e un ruolo da meri consumatori ed importatori dei produttori europei ad economia più solida. I Piigs risultano essere “importatori ideali” e il loro debito (che cresce ogni giorno di più) è del tutto complementare agli Stati dotati di surplus economico e finanziario.
Insomma, andando oltre la cortina della propaganda sull’Europa dei popoli e dei cittadini, appare abbastanza evidente che  la UE e l’unione monetaria sono servite in realtà ad abbattere ogni barriera allo sviluppo dell’export dell’area nord europea ad egemonia tedesca e a competere nei giochi di borsa con il dollaro e lo yen.
Lo scambio ineguale all’interno della UE si reggeva ovviamente sull’illusione neoliberista che la crescita dei consumi (almeno in Occidente) potesse essere infinita. In modo simile a quanto avvenuto per la bolla dei mutui negli USA, il mercato europeo ha ignorato per anni le fragilità del sistema su cui si sorreggeva la sua economia puntando tutto sulla stabilità del mercato data dall’unità politica dei governi europei e dalla forza militare dell’Occidente sul resto del mondo. In altre parole la festa è finita e agli stati debitori vengono imposte pesanti misure di austerità per pagare i debiti, come appunto accade in Italia e in Grecia. FMI e BCE coordinano le operazioni e indirizzano le politiche in questa direzione ma l’austerità non riuscirà a pareggiare i bilanci, che sono semplicemente impareggiabili anche a costo di enormi sacrifici.

Venti di guerra.
A testimonianza di questa tendenza alla concentrazione al vertice della UE sta la gestione di due organismi che dimostrano la vera natura colonialista e imperialista del processo di unificazione europea.
- Il primo è il MES "Meccanismo Europeo di Stabilità": una istituzione che dovrà affrontare la crisi dei debiti sovrani che ha pieni poteri per affrontare le insolvenze. Una sorta di fondo monetario europeo che verrà istituito dalla metà del 2013 per rispondere alle crisi dei Paesi dell’eurozona a capitale iniziale di 700 miliardi approvato in sordina per evitare la bancarotta degli Stati dell’eurozona. Tutti gli stati della UE devono corrispondere la loro quota al MES (le prime tre quote sono della Germania che mette 190 miliardi, la Francia 160 e l’Italia 125 miliardi). Ma il capitale di 700 miliardi è solo l’inizio: il consiglio di gestione del MES può richiedere ai Paesi membri, a suo insindacabile giudizio, ogni tipo di somma e sarà assolutamente immune da qualunque procedimento legale e i suoi documenti saranno inviolabili. Avrà poteri finanziari pressoché illimitati e potrà pretendere dagli stati UE infinite somme di denaro per far fronte alla crisi monetaria. Si tratta in pratica di una super cabina di regia dell’alta finanza europea finalizzata a spostare ingenti capitali dal pubblico al privato senza dover sottostare ad alcuna regola e controllo.
-       Il secondo organismo in via di attuazione è la polizia europea Eurogendfor. Una polizia europea con super poteri giudiziari e militari che avrà doppio comando europeo e NATO (la sua sede sarà Vicenza, dove cioè risiede il comando USA di Camp Ederle). Questa nuova polizia sarà svincolata dal controllo del governo e del parlamento statale ed obbedirà direttamente a super comandi europei e NATO. Godrà della totale immunità giudiziaria da parte dei Paesi ospitanti.
Da queste poche tessere appare chiaro il mosaico: la UE sta rivelando la sua vera natura centralistica, poliziesca e colonialista, utilizzando la crisi monetaria in cui versa il capitalismo occidentale per ristrutturarsi su un piano politico-militare preparatorio alla guerra esterna e alla guerra interna. Gli Stati membri stanno velocemente perdendo le loro sembianze di stati democratici sovrani e stanno velocemente diventando gangli di un unico polo imperialista governato dalle banche, dall’alta finanza e dalla NATO.
In sintesi la favoletta dell’Europa dei popoli a cui hanno creduto riformisti, comunisti a parole, perfino formazioni indipendentiste e anime pie di ogni sorta, non esiste e non esisterà mai. Ciò che esiste e che è in via di rafforzamento è invece l’Europa dei potentati bancari e finanziari affamatori in una prospettiva di unificazione europea totale fondata sulla cancellazione dello stesso concetto di sovranità politica ed economica degli stati.

La lotta per l’indipendenza e per il socialismo in questo contesto.
Come possiamo, da Sardi e a maggior ragione da indipendentisti, non ricordare che, prima la CEE e poi la UE, hanno costantemente pianificato la devastazione della nostra economia e del nostro tessuto sociale? Quando nel 1988 i picciotti italiani della Regione Sarda vararono la legge 44 per il sostegno alle aziende in crisi sapevano benissimo che la legislazione europea sarebbe stata contraria. I politici italianisti della Regione sapevano, il Banco di Sardegna sapeva, la finanza italiana sapeva e quella europea ugualmente sapeva e agiva di conseguenza, tutti ben consci che si stava distruggendo la vita di trentamila Sardi in difficoltà economica, destinando le loro aziende ad essere vendute all’asta. Nessuno di loro pagò mai per questo comportamento illecito, ma tuttavia oggi quei lavoratori che da loro sono stati truffati vedono le loro aziende portate via dagli speculatori per un pugno di spiccioli.
Un caso? Una terribile svista? Crediamo proprio di no! Come ben sappiamo, nei decenni scorsi la Comunità Europea ha più volte finanziato lo smantellamento di grossi settori dell’economia sarda, ingannando le nostre genti che con qualche manciata di contributi credevano di poter uscire dalla miseria e concedersi qualche agiatezza. Hanno convinto i Sardi che prendere contributi per abbattere i bovini avrebbe avvantaggiato loro e non i grandi allevatori tedeschi, che estirpare le vigne avrebbe avvantaggiato loro e non i grandi produttori vitivinicoli francesi e italiani. Così, di contributo in contributo, di settore in settore, ci hanno stretto nella morsa delle quote. Quote che vengono stabilite – in prezzo e quantità – sulla base delle necessità dei grandi capitalisti europei e non certo in base alle esigenze dell’economia sarda. Oggi i nostri allevatori e agricoltori sono praticamente immobilizzati e stretti all’angolo dalle politiche economiche europee veicolate dallo Stato italiano e dalla Regione.
Detto questo è chiaro che la causa della liberazione dei popoli e dei lavoratori è contraria alla concentrazione europea. Affermare il contrario è fuorviante e pericoloso, perché o si sta con la causa dei popoli e dei lavoratori o si sta con gli imperialisti e i colonialisti dell’Unione Europea! Per questo motivo la sinistra indipendentista sarda pensa che una lotta di liberazione nazionale non possa che essere svolta nel solco della lotta contro il consolidamento economico, politico e militare dell’Europolo. Una lotta indipendentista coerente deve necessariamente svolgersi cioè nel solco di una opposizione frontale alle linee di ristrutturazione economica e politica dell’Europa e del tridente capitalistico (USA-UE-JP) in cui questa è inserita.
Quale posizione deve avere a nostro avviso il movimento di liberazione nazionale sardo davanti alla catastrofe che il capitalismo nella sua versione imperialista e di alta finanza sta preparando per lavoratori e popoli oppressi? Non abbiamo la sfera magica per predire il futuro, ma su almeno tre punti dobbiamo essere chiari e individuare una possibile strategia di massima su cui lavorare insieme ai movimenti rivoluzionari ed indipendentisti europei.
Il processo di liberazione nazionale e la formazione di uno Stato sardo libero e sovrano dovrà, a tempo debito, affermare almeno tre principi di politica economica internazionale:
- Dichiarare nulla ogni quota di debito assegnata alla Sardigna contratta dall’Italia e reclamare a livello internazionale la necessità di risolvere la vertenza entrate.
- Stabilire con i popoli del Mediterraneo trattative per rafforzare i rapporti di scambio e cooperazione lavorando ad una alternativa economica mediterranea alla UE basata sulla solidarietà e sullo scambio cooperativo.
- Uscire dall’eurozona abbandonando l’euro e stampare moneta sarda o mediterranea sovrana.
In una prospettiva di crisi strutturale del capitalismo finanziario internazionale e di ristrutturazione delle istituzioni europee in senso schiettamente monopolistico, centralistico e militarista, l’ambito mediterraneo può riacquistare un protagonismo inedito. Da sempre A Manca pro s’Indipendentzia sostiene che l’ambito mediterraneo può e deve essere lo scenario privilegiato dei popoli senza Stato dell’ambito sud europeo e delle nazioni del nord Africa.
Uscire dalla zona euro è fondamentale prima che per ragioni monetarie per ragioni produttive. La Sardigna sta in una relazione di dipendenza e sottosviluppo con l’Italia. Ora l’Italia sta in effetti diventando una zona a sua volta dipendente dalle forti economie esportatrici del nord Europa. Vogliamo davvero rassegnarci ad essere la periferia marginale e sottomessa di uno Stato che a sua volta è in via di forte marginalizzazione nell’ambito europeo? O vogliano ambire ad essere centro di una trasformazione economica e civile insieme agli altri popoli che si affacciano sul Mediterraneo che attualmente appunto sono in piena fibrillazione? Vogliamo subire il declino di uno Stato a capitalismo avanzato che si affaccia a decenni di crisi strutturale e che verrà sacrificato sull’altare del capitalismo monopolistico? Vogliamo pagare i forti squilibri finanziari, di carattere produttivo, di deindustrializzazione, di servitù energetica e di scandalosa concentrazione del patrimonio dopo che per anni abbiamo pagato la sua crescita?

La sinistra indipendentista sarda lavorerà per portare il movimento indipendentista verso una presa di posizione storica: la formazione di un nuovo blocco politico, economico e sociale capace di realizzare un modello di accumulazione favorevole ai lavoratori e alle nazioni che si affacciano sul Mediterraneo.
Con questa prospettiva il movimento di liberazione nazionale sardo deve guardare alle sue alleanze internazionali e alle prospettive di politica economica nei prossimi anni, dichiarando fin da subito la necessità di rompere con l’Europa delle banche, degli Stati verticisti (a partire dallo Stato coloniale italiano) e dei grandi oligopoli finanziari. In questa prospettiva occorre sancire fin da subito l’estraneità del popolo sardo ad ogni operazione militare imperialista, ed a maggior ragione per qualsiasi opzione di utilizzo del suo territorio nazionale come base operativa e logistica sullo scenario della competizione economica e geopolitica internazionale. 

LA MARCIA PER L'INDIPENDENTISMO: «I SARDI ALZINO LA TESTA»

Prosegue nel Medio Campidano la marcia di Doddore Meloni per l'indipendentismo.
Fausto Orrù.

GUARDA IL VIDEO

STRANI QUESTI SARDI...

...NESSUNO E' SCESO IN STRADA PER LA BOCCIATURA DEL REFERENDUM SULL'INDIPENDENZA, INVECE PER GLI STIPENDI DEI CONSIGLIERI REGIONALI ...

http://www.videolina.it/view/servizi/28072.html

venerdì 15 giugno 2012

TERESA PANI, sindaco di Villacidro, chiama i carabinieri e si rifiuta di ricevere Doddore Meloni

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 15 giugno 2012 alle ore 0.14
 ·



Prosegue "Sa passillada longa", la lunga passeggiata degli indipendentisti sardi di Par.i.s.-Malu Entu, guidati dal leader Doddore Meloni, per visitare paesi e municipi della Sardegna e protestare contro l'inammissibilita' del referendum sull'indipendenza dell'isola, decretato dalla Regione sarda, sul quesito 'Sei d'accordo, in base al diritto internazionale delle nazioni unite, al raggiungimento della liberta' del popolo sardo, con l'indipendenza?".

Oggi gli indipendentisti sono partiti da Siliqua, "dove siamo stati ricevuti dal neo eletto sindaco Andrea Busia. Poi - spiega Doddore Meloni - abbiamo proseguito verso Vallermosa dove anche qui siamo stati ricevuti dal neo sindaco che si e' associato alla dichiarazione di Busia nel prendere posizione contro la negazione del diritto universale del voto sul referendum per l'indipendenza".

Ma la solidarieta' si e' fermata all'ingresso della provincia del Medio campidano, nel capoluogo, Villacidro, "dove - spiega Meloni - il sindaco Teresa Pani si e' rifiutata di riceverci per mancanza di tempo con la scusante di essere in altre faccende".
Quindi c'e' stata "una temporanea occupazione, con l'arrivo dei carabinieri, chiamati dall'amministrazione comunale, ma tutto si e' risolto con l'intervento del Segretario comunale e del vice sindaco. Dopo una lunga diatriba sulle leggi internazionali - spiega Meloni - si rendevano conto ed approvavano che il concetto del diritto universale del voto comprendeva anche i sardi! Promettendo che avrebbero redatto un documento di solidarieta' a che il referendum avesse luogo".

Da Villacidro gli indipendentisti di Malu Entu sono andati a San Gavino, "dove il Sindaco ci ricevera' domattina alle 10", poi sara' fatta tappa a Sanluri e proseguira' per Lunamatrona.

Da L.Q.it del 14 giugno 2012

INDIPENDENZA: Il popolo sardo si pronuncerà, consultazioni autogestite come in Catalogna


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno domenica 10 giugno 2012 alle ore 18.03 ·



Sarà un referendum alla catalana. Nonostante la bocciatura del quesito proposto da Doddore Meloni, gli indipendentisti non rinunciano a chiedere ai sardi di pronunciarsi sull’ipotesi di una repubblica autonoma nell’isola. E contano di prendere ispirazione da quel che hanno fatto a Barcellona e dintorni: dei referendum auto-gestiti, non ufficiali, organizzati da forze politiche e attivisti per portare la popolazione a pronunciarsi in favore dell’indipendenza o contro.

L’IDEA. È l’intenzione annunciata dallo stesso Doddore Melom subito dopo che l’Ufficio regionale per i referendum ha respinto la sua richiesta di una consultazione sull’argomento. Ed è anche l’idea, seppur ancora embrionale, di altri movimenti indipendentisti. «Il referendum, in un modo o nell’altro, si farà, prevede Omar Onnis, presidente di Progres-Progetu Republica.
Ovviamente, un’iniziativa autogestita - avendo un valore puramente politico - avrebbe successo solo con una grande affluenza popolare. In Catalogna hanno fatto così, hanno messo su banchetti e urne artigianali e chiamato a raccolta i cittadini. I voti in favore dell’indipendenza hanno superato il 90%, ma a dare grande forza alle consultazioni è stata la partecipazione straordinaria.
Anche nell’isola, una mobilitazione limitata a pochi manipoli di attivisti resterebbe velleitaria. Altro impatto avrebbe una folla in fila ai seggi.

SENTIMENTI DIFFUSI. Da questo punto di vista, Onnis è ottimista: «C’è forte interesse per questo tema. Lo dimostrano il recente sondaggio dell’Università di Cagliari, le 30mila firme raccolte dal Fiocco verde su una proposta di sovranità fiscale, e la stessa iniziativa di Doddore».
Progres aveva espresso dubbi sull’opportunità della scelta di Maluentu, «ma la bocciatura di quel referendum - riflette il presidente - è opinabile anche sotto il profilo giuridico. Lo stesso Ufficio regionale non aveva obiettato alcunché ai dieci quesiti per cui si è votato un mese fa, eppure alcuni aprivano forti dubbi di legittimità: come quello contro le Province storiche previste dalla Costituzione e dallo Statuto speciale».
L’ipotesi di referendum auto-gestiti sarà presto valutata dalle varie forze indipendentiste:
«Ancora nulla di definito», precisa Onnis. «Comunque se i sardi vorranno l’indipendenza, prima o poi ci arriveranno, a meno che non siano bloccati con la repressione. La comunità internazionale riconosce il diritto ad autodeterminarsi».

«SERVE UN PROGETTO». Qualche dubbio in più da parte di Salvatore Melis, segretario dei Rossomori: «Non crediamo all’indipendenza fatta coi colpi di mano. Non abbiamo firmato il referendum di Doddore perché riteniamo che, prima, vada costruito un progetto politico-istituzionale». A partire da atti di governo concreti: «Molti strumenti già sanciti dallo Statuto speciale», riprende. «come le zone franche e non solo, non sono stati mai attuati e non per colpa dello Stato, ma per nostre incapacità. Iniziamo ad appropriarci delle competenze su scuola ed energia, o di quelle dell’Anas, che assurdamente gestisce soldi regionali».

«LIBERTÀ VIGILATA». Invece Claudia Zuncheddu (Sardegna libera) è d’accordo con chi guarda alla Catalogna o alla Scozia: «Il processo di condivisione sui temi dell’autogoverno e dell’indipendenza è democratico e popolare, comporta un ampio coinvolgimento di coscienze, persone e organizzazioni che promuovano una trasformazione culturale e politica». Ma la bocciatura del referendum di Maluentu «rappresenta un gravissimo attacco al diritto di espressione dei cittadini sardi. È una situazione di libertà limitata e vigilata».
Anche dalla Zuncheddu arriva un richiamo al «diritto internazionale all’autodeterminazione. Di fronte alla crisi economica che vede la Sardegna sempre più piegata, impoverita e vilipesa, la classe politica italiana dimostra di aver paura che noi sardi possiamo fare a meno dell’Italia e autogestire le nostre risorse, creando benessere e prosperità per famiglie e imprese».
Giuseppe Meloni

Da L'Unione Sarda del 10 giugno 2012

REFERENDUM INDIPENDENZA - Bustianu Cumpostu: «Non era il momento giusto»


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno domenica 10 giugno 2012 alle ore 0.11 ·
 


Per il leader di Sni, Bustianu Cumpostu, l'iniziativa referendaria era prematura Ma per Sardigna Natzione è l'ennesimo sopruso ai sardi
«L'indipendentismo sta diventando un concetto collettivo, un qualcosa di accettabile. Ora è il momento di fare un salto in avanti e farlo diventare un concetto delegabile, la vera alternativa ai partiti italiani». Bustianu Cumpostu ha appena lasciato la scuola nuorese dove insegna ed era impegnato nei primi scrutini di fine anno ma si ferma senza indugio a parlare di Sardegna, indipendentismo, zona franca e della dichiarazione di non ammissibilità della proposta di referendum della Repubblica di Malu Entu da parte dell'ufficio regionale.

«Noi non eravamo d'accordo con Doddore Meloni -dice il leader di Sardigna Natzione - non nella sostanza naturalmente ma perché non era il momento per proporre il quesito referendario. L'indipendenza è un lavoro collettivo, dove è necessario il coinvolgimento di tutto il popolo sardo. L'iniziativa di Doddore ci è sembrata pericolosa per l'indipendentismo, sbagliata nella forma e nei tempi».

Quindi alla fine è meglio che l'iniziativa non sia andata avanti...
«Non dico questo. Dico solo che oggi non si poteva aspirare a raggiungere il risultato sperato che è poi quello di allargare la schiera di coloro che ci credono. Ciò non toglie che la mancata ammissibilità del referendum sia l'ennesimo sopruso dello stato italiano nei confronti del popolo sardo che non è nemmeno libero di esprimere un parere su un tema così importante».

Come è possibile oggi immaginare di conquistare per la Sardegna l'indipendenza dall'Italia?
«È possibile solo attraverso quella grande invenzione che si chiama Europa. I sardi non devono trattare con l'Italia, ma porsi come interlocutori delle altre nazioni europee. Tutto ciò che un tempo era guerra oggi è politica. Tutto ciò che prima si conquistava in battaglia oggi si conquista attraverso la possibilità data al popolo di esprimersi tramite i suoi rappresentanti nelle istituzioni. La Sardegna è più Europa che non Italia. L'Italia è per noi una gabbia che ci separa dall'Europa e dal Mondo. L'indipendenza della Sardegna non arriverà da una contrattazione con l'Italia. L'Europa deve portare la questione delle nazioni senza stato sullo stesso tavolo dove si risolvono pacificamente le questioni tra stati-nazione».
«Se si vuole costruire un'Europa moderna» riprende Cumpostu, «basata sulla libera adesione e condivisione dei popoli che ne fanno parte sarà necessario riconoscere le rivendicazioni d'indipendenza delle nazioni senza stato e riconoscere loro una soggettività indipendente».

Ma se la politica non è stata capace nemmeno di mettere in piedi un modello di zona franca o di vantaggi fiscali per la Sardegna come è possibile che ora possa favorire una spinta indipendentista?
«Guardi, io penso che un modello tradizionale di zona franca applicato dallo stato italiano alla Sardegna possa essere addirittura improduttivo per il nostro popolo. Noi siamo più per un sistema misto di zona franca e punti franchi attraverso il quale possano essere superate le molte disparità che esistono fra la Sardegna e l'Italia e fra le diverse zone della Sardegna. Un punto franco in una zona agricola dell'interno porterebbe una fiscalità di vantaggio enorme. Pensate se potesse produrre esclusivamente per l'industria turistica costiera. Quel poco di ricchezza che esiste nell'isola è concentrato vicino al mare. Le zone dell'interno devono quindi essere aiutate a superare questo gap con l'introduzione di uno strumento come il punto franco».

Una battaglia per la quale l'appoggio del Consiglio regionale e della Giunta sarebbe indispensabile.
«Sì. Ma non ci possiamo contare troppo. Noi con la Regione abbiamo solo rapporti di carattere istituzionale. Abbiamo avuto piacere che il presidente Cappellacci abbia condiviso con noi la battaglia per il referendum sul nucleare ma per il resto non ci sentiamo coinvolti. Per noi che alla guida della Regione ci sia il centro destra o il centro sinistra è assolutamente indifferente. L'indipendentismo non può essere che laico, qualsiasi forma di indipendentismo confessionale è incompatibile con gli interessi della nazione che dell'indipendentismo vuole fare strumento di liberazione nazionale».

Di conseguenza siete anche indifferenti al dibattito di questi giorni in Consiglio regionale che vede duramente contrapposte le diverse anime del Pdl ed il Presidente Cappellacci?
«È un teatrino. Tentano di far cadere la giunta Cappellacci per poter votare ancora con la legge elettorale in vigore, in modo da non perdere nessuno dei privilegi legati al vecchio schema a cominciare dalla spartizione delle poltrone».
Bepi Anziani

Da L'Unione Sarda del 9 giugno 2012 

PSD'AZ: Il processo di indipendenza non può fermarsi

Il processo di indipendenza non può fermarsi


Cagliari, 7 giugno 2012 – "Il dato che realmente dovrebbe impegnare il dibattito politico sardo è la dichiarazione di inammissibilità del referendum sull'indipendenza della Sardegna che nega il diritto del Popolo sardo all'autodeterminazione". Lo ha affermato il Segretario Nazionale del Psd'az Giovanni Angelo Colli, sottolineando come "a fronte di una nutrita  polemica innescata dall'assenza del Presidente Cappellacci al dibattito di oggi in Consiglio regionale, dobbiamo purtroppo registrare la completa  mancanza di reazioni per la bocciatura della proposta di consultazione popolare da parte dell'Ufficio regionale del referendum, che certifica ancora una volta il rapporto di subalternità e di sudditanza in cui è costretta la Sardegna – prosegue Colli – alla quale è perfino impedito di esprimersi liberamente attraverso lo strumento democratico del voto". Per il Segretario sardista è evidente che "al di là delle giuste ed immediate reazioni sul piano politico come su quello giuridico, il processo di indipendenza non può prescindere da un effettivo e profondo coinvolgimento di tutti i sardi ed ancor prima da una condivisione politica, che sia la più ampia possibile e che deve essere ricercata sia sul merito che sui tempi e sulle modalità del percorso da seguire".

CATALOGNA: INDIPENDENZA - la Catalogna e altre nazioni potrebbero essere stati indipendenti all'interno del'Unione europea


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 8 giugno 2012 alle ore 18.25 ·
 
 



In risposta ad una richiesta di riunificazione, la Commissione europea ha espresso la possibilità di indipendenza per un territorio che fa parte di uno Stato membro attraverso il diritto internazionale

Una delle domande che circondano un tour virtuale della Catalogna, indipendentemente dal fatto che l'eventuale secessione della Spagna comportare l'espulsione dal territorio dell'Unione europea o se l'adesione sarebbe automatico. A poco a poco raggiungendo raggi di luce su questa particolare questione di preoccupazione per i cittadini delle nazioni con aspirazioni simili in tutto il continente europeo.

Il dibattito è tornato ad essere riaperto a seguito di una lettera firmata dal segretario generale della Commissione europea, Catherine Day, che ha dato una risposta a un'iniziativa dei cittadini europei (ICE) sponsorizzato da Rally Indipendenza. L'iniziativa previsto dall'articolo 11.4 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TCE) e disponibile dal 1 ° aprile 2012, chiedendo la Commissione ha presentato una proposta di normativa per essere riconosciuto come un membro Unione europea un nuovo stato democratico emerso dalla secessione di un altro Stato membro dell'UE. Anche se l'iniziativa è stata respinta per essere al di fuori della competenza della Commissione può presentare una proposta di atto giuridico ai fini dell'attuazione dei trattati; versa nuove informazioni su cosa sarebbe successo se una regione secessioni è uno Stato membro.

Il documento fornisce le linee guida per trovare il rimedio ad aderire all'UE una possibile indipendenza di una regione di uno Stato membro. Secondo la Commissione, e la soluzione sarebbe stata negoziata nell'ambito dell'ordinamento giuridico internazionale. Questa affermazione implica tacitamente alcun riferimento al diritto interno degli Stati per risolvere la questione di integrare il territorio secessionista nell'UE. Allo stesso modo, il documento negherebbe non vi è alcun rischio di espulsione o di sospensione dell'UE il nuovo stato emerso.

Rispettare i cittadini del territorio secessionista, il Comitato ricorda che ai sensi dell'articolo 20 del trattato CE (ex art. 17 del trattato che istituisce la Comunità europea), solo le persone che hanno la nazionalità di uno Stato membro sono cittadini di UE. La cittadinanza dell'UE integra ma non sostituisce la cittadinanza nazionale. Ciò significa che la cittadinanza europea è, in ogni caso, fin da prima liceo deve avere la nazionalità di uno Stato membro ad entrare più tardi in Europa. Questa ipotesi afferma che la secessione di una parte di uno Stato membro non è un ostacolo per la cittadinanza europea.

Con questo documento la Commissione europea ha espresso la possibilità di indipendenza per un territorio che fa parte di uno Stato membro e la volontà dell'UE di risolvere lo status del nuovo Stato attraverso l'ordine giuridico internazionale. Così, sia la Catalogna e altre nazioni potrebbero essere stati indipendenti all'interno dell'Unione europea.

(Tradotto con Google)

Da La independència a la Unió Europea del 3 giugno 2012

INDIPENDENZA: SI VA AVANTI, ORA O MAI PIU' !

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 8 giugno 2012 alle ore 10.39 ·
 



«È una decisione politica e anticostituzionale contro la quale ricorreremo in tutte le sedi. Non solo: faremo comunque un referendum informale girando la Sardegna in lungo e in largo per chiedere ai sardi che cosa vogliono fare.
Spero abbiano un moto d'orgoglio e si ribellino allo Stato arrogante e tiranno».

Doddore Meloni ha appena ritirato la copia della delibera dell'Ufficio regionale del referendum che mercoledì ha dichiarato non ammissibile il quesito consultivo proposto dal suo movimento che chiedeva ai sardi se volessero l'indipendenza. Dopo aver letto le motivazioni, il leader di Malu Entu è ancora più convinto della battaglia che ha intrapreso.

Secondo Giangiacolo Pisotti, Vincenzo Amato, Tito Aru, Antonio Contu e Gabriella Massidda «la materia...non può essere oggetto di referendum consultivo» perché «...contrasta con l'ordinamento generale e i principi fondanti della Repubblica» e «...con l'articolo 5 della Costituzione in cui si afferma che la Repubblica è una e indivisibile». Inoltre, sostiene l'Ufficio, «...non è consentito sollecitare il corpo elettorale regionale a farsi portatore di modifiche costituzionali...».

Si aspettava la bocciatura?
«No, perché si tratta di un referendum consultivo in cui chiediamo ai sardi che cosa sperano per il loro futuro. L'ufficio elettorale ha preso una decisione politica».

Eppure nella motivazione della decisione è chiaro il riferimento alla Costituzione?
«Le valutazioni in materia di costituzionalità non dovevano nemmeno essere fatte. La legge regionale sul referendum all'articolo 7 stabilisce che l'ufficio deve verificare se le firme sono in regola e svolgere una funzione neutrale prescindendo da qualunque considerazione politica».

Quindi a suo avviso l'ufficio è andato oltre le sue competenze?
«Certo, noi chiedevamo solo un parere. Se ritengono incostituzionale il quesito si rivolgano alla Corte costituzionale».

Lei sa bene che la Repubblica Italiana è una e indivisibile.
«Sì, anche se non capisco, visto che siamo un'isola separata dall'Italia da acque internazionali. In ogni caso noi facciamo riferimento alla legge di ratifica della Carta delle Nazioni Unite del '57 e al Patto di New York del '66 che sanciscono il diritto di autodeterminazione dei popoli».

Ma prima c'è la Costituzione.
«L'articolo 80 della Costituzione dice che le Camere devono recepire i trattati ratificati anche se comportano variazioni territoriali».

Alle Carte da lei citate ha fatto riferimento la Catalonia?
«Esatto. Di recente il Parlamento europeo ha deciso che la Catalonia ha diritto all'indipendenza, che avrà anche la Scozia dal 2014. I Fiamminghi in Belgio hanno votato per la loro indipendenza, Malta, Cipro, la Slovenia, il Montenegro l'hanno ottenuta. Potrei citare molti altri esempi, dal Quebec alle tribù pellerossa che quattro mesi fa hanno ottenuto dalla Corte suprema degli Usa la restituzione delle loro terre e una provvisionale di 3,5 miliardi di dollari. L'ultimo caso è quello della Groenlandia che a metà 2011 ha ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca».

Ora che cosa farete?
«Innanzitutto ricorreremo al tribunale internazionale per i diritti dell'uomo e al tribunale civile contro un arbitrio dello Stato italiano contro il popolo sardo».

Poi?
«Faremo comunque una consultazione raccogliendo pareri in tutti i Comuni della Sardegna, non abbiamo bisogno di nessuna autorizzazione. Poi da martedì ci metteremo in marcia partendo da Carbonia, una delle zone più disastrate della Sardegna e considereremo virtualmente indipendenti tutti i luoghi dove passeremo».

Sente anche lei spirare un vento indipendentista?
«Sì, e penso che se questa volta i sardi non si muovono rischiamo di retrocedere verso il quinto mondo».

E i politici?
«Il Consiglio regionale deve insorgere e Cappellacci si deve dimettere».

Perché?
«Perché è stato lui a nominare i membri dell'ufficio elettorale che hanno bocciato il referendum facendo valutazioni politiche anziché limitarsi a verificare la correttezza formale delle firme».

Secondo lei il Consiglio, da cui emerge una sempre più diffusa insofferenza verso i soprusi dello Stato, la sosterrà?
«Una presa di posizione politica forte sarebbe importantissima. Spero che si mettano d'impegno per legiferare in materia. Non vedo perché possiamo farci una nostra legge elettorale e non possiamo esprimerci su questo referendum».

I sardi la sosterranno? «Spero che abbiamo un moto d'orgoglio. Combatto da trent'anni per l'indipendenza e mi sembra che non ci siano stati momenti più propizi per tirare fuori la testa. Ora o mai più».
Fabio Manca

Da L'Unione Sarda del 8 giugno 2012

Referendum: Psd'az, assordante silenzio Consiglio regionale -Per Cumpostu (Sni) bocciatura consultazione indigna popolo sardo


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 8 giugno 2012 alle ore 0.47 ·
 


La dichiarazione di inammissibilita' del quesito sull'indipendenza, da parte dell'Ufficio regionale del referendum "dovrebbe impegnare il dibattito politico sardo", ha detto il segretario Psd'Az, Giovanni Angelo Colli, per il quale il Consiglio regionale rispetto a "una nutrita polemica sull'assenza del presidente Cappellacci" ha mostrato invece "completa mancanza di reazioni per la bocciatura della consultazione".
Mentre il coordinatore di Sardigna Natzione (Sni), Bustianu Cumpostu, benchè non abbia condinviso l'iniziativa del referendum, ha detto che la sua non ammissibilita' indigna i sardi "prigionieri dell'Italia".

Da Ansa del 7 giugno 2012

LA RABBIA DI DODDORE MELONI - VIDEO

 Per la Regione è inammissibile il referendum consultivo sull'indipendenza. Marco Lai ha raccolto le reazioni del proponente, Doddore Meloni.
 
GUARDA IL VDEO ...

ISOLA INDIPENDENTE? BOCCIATO IL REFERENDUM


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno giovedì 7 giugno 2012 alle ore 23.43 ·
 



«Un furto di democrazia nei confronti di tutta l'Isola: se i sardi avessero sangue nelle vene scenderebbero in piazza e chiederebbero a gran voce le dimissioni della Giunta regionale e dell'ufficio del referendum».

Doddore Meloni non si aspettava una risposta in tempi così brevi e, soprattutto, una bocciatura così sonora. Per questo ieri notte, quando è arrivata la notizia dell'inammissibilità del quesito consultivo sull'indipendenza proposto da Malu Entu, Meloni ha reagito d'istinto, rimandando a oggi nuovi e più articolati commenti. Nelle scorse settimane aveva depositato 12999 firme («più la mia, che non conta, per via della condanna passata in giudicato per separatismo») a sostegno del quesito sull'indipendenza dell'Isola,

LA NOTIZIA È affidata a uno scarno comunicato dell'Ufficio regionale del referendum: «Il quesito («sei d'accordo, in base al diritto internazionale delle Nazioni Unite, al raggiungimento della libertà del popolo sardo, con l'indipendenza?») è stato ritenuto illegittimo in quanto la materia su cui verte non può costituire oggetto di referendum consultivo, che pur non essendo vincolante, appare tale da prospettare modifiche normative in termini inammissibili sull'ordine costituzionale e politico del Paese».

LE MOTIVAZIONI L'Ufficio presieduto dal magistrato Gian Giacomo Pisotta ha ritenuto che la richiesta violasse manifestamente i limiti previsti dalla legge e, specificamente, contrastasse con l'ordinamento generale e i principi fondanti la Repubblica, di cui la Sardegna è parte integrante, alla luce dell'interesse esclusivo dello Stato, tutelato costituzionalmente, essendo rivolta a discuterne il carattere unitario e indivisibile: «Tale principio è sancito nell'articolo 5 della Costituzione e dall'articolo 1 dello Statuto speciale per la Sardegna».

DODDORE Il commento del leader indipendentista, a fine serata, è sarcastico: «Per qualcuno forse questa sarà una bella notizia, ma forse scordiamo che nei giorni scorsi dall'Europa è arrivato un sostanziale via libera all'indipendenza della Catalogna. I sardi sono un'etnia garantita dalle norme da noi richiamavamo nel quesito bocciato, che ricordo era consultivo. Il popolo sardo non esiste: se esistesse sarebbe già in piazza a protestare per la democrazia negata».

Da L'Unione Sarda del 7 giugno 2012

I sardi non possono neanche esprimere un parere di libertà, le chiavi della gabbia italiana le possiede solo l’Italia

BOTZADU SU REFERENDUM PRO S'INDIPENDENTZIA - SOS SARDOS NON POTENT MANCU PESSARE A SA LIBERTADE

pubblicata da Sardigna Natzione Indipendentzia (Ufitziale/Official) il giorno giovedì 7 giugno 2012 alle ore 19.18 ·
 BOCCIATO IL REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA

LA GABBIA ITALIANA NON SI PUÒ APRIRE I SARDI SONO PRIGIONIERI DELL’ITALIA E NON POSSONO NEANCHE DESIDERARE LA LIBERTA’

L’Italia e una e indivisibile, lo ripete il pistolotto quotidiano del presidente italiano Napolitano ma lo ribadisce anche l’Ufficio Regionale del Referendum  che ha dichiarato illegittimo il referendum consultivo,  sull’indipendenza della Sardegna,  proposto da Doddore Meloni.

I sardi non possono neanche esprimere un parere di libertà, le chiavi della gabbia italiana le possiede solo l’Italia, sono l’art. 5 della Costituzione Italiana e l’imposto art 1 dello statuto sardo.

Il popolo sardo è forzatamente popolo e nazione italiana, alla fusione politica del 1847, chiesta unilateralmente dai sardi e dunque da essi stessi unilateralmente scioglibile,  è seguita  la fusione nazionale, senza saperlo e senza volerlo ci hanno imposto di essere nazione italiana.

Scontata e doverosa la posizione di SNI, siamo e rimarremo indipendentisti, non pensiamo che la storia del nostro popolo si cristallizzerà nell’italianità, prima o poi anche questa fase storica passerà dal presente al passato e l’Italia si aggiungerà all’elenco dei dominatori della nostra terra. Non saranno certo gli articoli della costituzione italiana o dello statuto coloniale sardo a fermare la il nostro impegno nel cammino che porta all’indipendenza.

Altro risultato se si fossero aspettati i giusti tempi ed i giusti coinvolgimenti, si sarebbe avuto. SNI che non ha condiviso l’iniziativa di Doddore perché l’ha ritenuta pericolosa per l’indipendentismo nei possibili risultati, sbagliata nei tempi, sbagliata nella forma da bliz isolato e nei mancati coinvolgimenti, esprime indignazione e ribellione verso l’atto d’illegittimazione del referendum.

 L’indipendenza è un lavoro collettivo, da formiche, non isolato, da grilli sardi e tantomeno italiani, solo, come si è fatto contro il nucleare, coinvolgendo tutto il popolo sardo ed in particolare tutti i nazionalisti sardi si potrà dare energia sufficiente all’individuo Sardegna per uscire dalla gabbia tricolore ed essere sovrano sul proprio territorio e sul proprio futuro.

 SNI è disponibile ad un lavoro da formiche per costruire le condizioni dell’indipendenza, in ambito indipendentista, in ambito nazionalista ed in ambito nazionale.

SNI non è disponibile a fare da puntello a partiti italiani già radicati o in fase di arrembaggio, con qualsiasi forma o ideologia essi si presentino per mascherare la loro funzione di intermediatori della sudditanza sarda verso l’Italia. Un movimento indipendentista non può favorire il radicamento o lo sbarco di un partito di genesi e motivazione italiana, neanche se ne trae vantaggi come organizzazione o come apparato dirigente.

Stiamo attenti al teatrino del consiglio regionale, faranno cadere la giunta Cappellacci per andare a votare con la vecchia legge elettorale, non in nome della democrazia di rappresentanza politica e territoriale ma per avere più poltrone da dividere ( 85 invece che 60) all’interno delle sacrestie partitiche che a causa delle mutate condizioni elettorali vedono la loro speranza matematica vistosamente ridotta.

Nugoro 07/06/12    anno 151°   D.I.               COORDINATORE NATZIONALE
                                                                                    Bustianu Cumpostu  

giovedì 7 giugno 2012

Referendum sull’indipendenza incostituzionale? Niente lingua, niente ONU




Non può definirsi “Popolo” una collettività che non esercita i propri diritti.
Sfido chiunque a dimostrare il contrario.
Le nazioni si affacciano nella storia in base ad elementi concreti o immaginari, ma quando una collettività non utilizza quelli concreti di cui dispone, può solo rifugiarsi nel mito o nell’economicismo. Un po come i leghisti padani. Eppure la Sardegna ha una sua lingua, una sua cultura e delle peculiarità storiche uniche. Sul fatto che le faccia (politicamente) valere si potrebbe stendere un velo pietoso.
Come si giustifica l’incostituzionalità con cui un ufficio regionale ha bocciato la possibilità di indire una consultazione sull’indipendenza dell’isola?
Il 6 giugno è stata annunciata l’inammissibilità del referendum consultivo in base ad un principio:
Tale principio è sancito nell’art. 5 della Costituzione Italiana (“la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”) nonché nello Statuto speciale per la Sardegna il cui art. 1 afferma che “La Sardegna con le sue isole è costituita in Regione autonoma fornita di personalità giuridica entro l’unità politica della Repubblica italiana, una e indivisibile, sulla base dei principi della Costituzione e secondo il presente Statuto”.
Si tratta di una decisione scontata, se non fosse che la stessa Repubblica è inserita a pieno titolo nei canoni del Diritto Internazionale, il quale legittima la libertà di autodeterminazione dei Popoli rispetto allo Stato di appartenenza (basti ricordare il precedente giuridico del Kosovo a cui si oppose inefficacemente il diritto serbo).
La solitaria decisione del nostro umile ufficio regionale ha inoltre dimostrato l’obsolescenza della nostra architettura istituzionale. L’aspetto curioso è che -nelle democrazie occidentali- le repubbliche degli stati-nazione sono più illiberali delle monarchie. In Scozia infatti il referendum sull’autodeterminazione dal Regno Unito sarà tenuto con il consenso della Regina Elisabetta II.
In Sardegna si potrebbe fare ricorso, anche in sede UE. Peccato che l’indipendentismo Sardo si trovi nell’imbarazzante posizione di non aver mai fatto valere con convinzione la sua condizione di minoranza linguistica (elemento chiave con cui ancorarsi ad una discriminazione collettiva sui propri diritti) e che la sua frammentazione e la sua inconsistenza presso il Popolo Sardo non lo abbiano mai portato a sviluppare una qualsivoglia forma di “corpo diplomatico” con cui instaurare convergenze internazionali. E sapete perché? Perché sul piano geopolitico, come negli affari, non basta una proclamazione unilaterale dei propri diritti (o dell’indipendenza), ma serve il formale riconoscimento di terzi Stati affinché si abbiano le necessarie tutele nel quadro degli organismi sovranazionali (tra cui l’ONU). Il Diritto Internazionale è dunque suscettibile di discrezione politica, e la sua pratica applicazione in casi come questo è subordinata all’effettivo spiegamento di forze che vanno ben oltre il singolo soggetto che rivendica un legittimo diritto.
Non ci sarà nessun Alex Salmond a parlare in nostro favore a Bruxelles, a limite la singola buona volontà di qualche eurodeputato sollecitato da amici locali a toccare la questione, senza produrre concreti riflessi nella politica italiana.
Lo sa bene anche il Comitadu pro sa Limba Sarda, da sempre in cerca di sponde politiche che non arrivano neppure dall’indipendentismo Sardo.
E l’ONU come potrebbe tutelare una minoranza nazionale quando i suoi stessi rappresentanti (cioè gli indipendentisti) non godono di consenso popolare essendosi occupati solo di fare testimonianza piuttosto che amministrazione e riforme? Non a caso la legge regionale n. 26/97, che riconosce formalmente la lingua Sarda, sul piano politico è lettera morta in Sardegna prima che in ogni altro luogo (come ad esempio presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo o della Corte di Giustizia UE).
Per farvi capire i ritardi politici sulla nostra lingua, ricordiamoci in parallelo il caso Sardo e il caso Altoatesino: nel secondo dopoguerra, mentre a Cagliari si ignorava persino l’esistenza al diritto ad una toponomastica bilingue, Roma veniva ripresa da due risoluzioni ONU per il mancato rispetto dei diritti linguistici della minoranza tedesca e ladina in nord Italia.
Nessuno potrà negare che il movimento PAR.I.S., promoter della raccolta firme per indire questo tipo di referendum in Sardegna (che noi tuttavia consideriamo prematuro), si è sempre interessato alla tutela linguistica, ma nel suo complesso il nazionalismo Sardo è sottoposto ad un autocolonialismo culturale italiano che ha di fatto svuotato il riconoscimento dei nostri diritti, privandolo di un formidabile potere politico capace di oltrepassare il diritto italiano. Inoltre a livello teorico non è detto che un referendum consultivo possa valere a priori, od ogni giorno sarebbe possibile chiedere conto ai cittadini sui temi più disparati, anche oltre la rispettiva giurisdizione territoriale. Ad esempio: “Sareste favorevoli all’abolizione della caccia nel Regno Unito?”
La realtà del nostro contesto è stata ben rappresentata dalle parole dell’ex Questore Antonio Pitea, che dopo aver lasciato la poltrona di consigliere regionale del PDL ha così dichiarato:
“Provo a indovinare: la legislatura regionale prosegue certamente sino alle elezioni politiche. Dall’incertezza sulla base di quei risultati emergeranno ripensamenti e autocritiche con la nascita, e la riesumazione, di nuovi e vecchi schieramenti. Di riforme non se ne parla e si voterà con la vecchia legge sia regionale che nazionale per premiare gli allineati. Poi con tanta armonia si troveranno coalizioni, oggi insospettabili, per tentare di governare questo Paese o di traghettarlo verso l’ignoto.
Incertezza del futuro”.

In seguito mi rispondeva che sperava in qualcosa di diverso. Ma come dargli torto?
Mentre qui una minoranza, come noi, auspica la costruzione di basi culturali ed economiche per l’indipendenza, la vecchia classe politica tira a campare sui soliti vizi: un altro mondo!
L’aspetto grottesco è che l’indipendentismo Sardo si trova addirittura indietro al centralismo italiano, sia sotto il profilo linguistico che economicistico. Cappellacci nei confronti dell’esecutivo Monti ha dimostrato la possibilità di usare una comunicazione bilingue mentre Mauro Pili (PDL) è stato il primo ad avviare una battaglia per l’incostituzionalità dell’IMU nelle Regioni a statuto speciale, in quanto munite di una propria regolamentazione finanziaria.
Non mancano naturalmente i centralisti classici, sempre più in ritardo di tutti. Pensiamo al segretario del PD Silvio Lai che ha definito “iniziativa folclorica” la comunicazione bilingue di Cappellacci. Secondo l’esponente di un Popolo che rappresenta una minoranza linguistica, rispettarla sarebbe “folclorismo”.
Quantomeno i sardisti si sono accorti che se passare alla sovranità formale è giuridicamente e politicamente difficile, occorre partire da quella esercitata. Bisogna cioè porre le istituzioni e la politica centralista di fronte al fatto compiuto. Sia utilizzando la lingua Sarda, sia imponendo il nostro diritto all’autonomia fiscale. Non esiste infatti una sovranità ma tante forme di sovranità. Sotto il profilo dell’autonomia fiscale, l’Unione dei Comuni del Marghine ha sottoscritto un documento che contempla lo sforamento del Patto di Stabilità italiano (una misura che non consente alle nostre amministrazioni di liberare liquidità per poterla destinare allo sviluppo, incatenando le nostre comunità locali). Questa mozione può rappresentare una solida base di partenza per metterla in discussione.
Eppure la situazione rimane grave. In conclusione, se l’indipendentismo intende seriamente porsi come alternativa di governo del territorio per contribuire al benessere collettivo, prima di ingaggiare battaglie sull’indipendenza in solitaria dovrebbe innanzitutto capire qual è la sfera dei diritti che intende promuovere nella sua azione politica. E sostenerli in modo netto e compatto.
Di Adriano Bomboi.

http://www.sanatzione.eu/2012/06/referendum-sullindipendenza-incostituzionale-niente-lingua-niente-onu/