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mercoledì 11 luglio 2012

AGROALIMENTARE & LAVORO: I prodotti sardi vanno in Francia

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno lunedì 2 luglio 2012 alle ore 23.26 ·
 



La lingua non è stata un problema. Per far apprezzare dai francesi i prodotti agroalimentari sardi, Angelo Uras, emigrato 50 anni fa in Francia da Meana Sardo, non ha certo dovuto cambiare i nomi: il pecorino, tanto per citarne uno, ha continuato a chiamarsi pecorino. Ma aprire a Lione un negozio ribattezzato “Domus de Janas”, unico centro, per il momento, dedicato alla vendita di alimenti sardi, non è stata impresa facile e ha richiesto una buona dose di coraggio. La fatica, però, l’ha premiato, assieme al figlio e ora il suo esempio dimostra come le imprese sarde che operano nell’agroalimentare possono trovare mercato fertile in un paese come la Francia.

In 7 mesi, infatti, Domus de Janas è diventato a Lione un punto di riferimento per gli amanti della qualità assicurata dalla produzione sarda. Partendo dall’esperienza di Uras, che è tornato nell’Isola per stipulare accordi commerciali, il Centro estero delle Camere di commercio della Sardegna, insieme con la Camera di Commercio italiana di Lione, ha organizzato a Corte Cristina, a Quartucciu, due giornate di incontri commerciali: 40 aziende sarde, produttrici di insaccati, olio, formaggi e vini, hanno incontrato 10 imprenditori francesi che operano nella grande distribuzione, nella ristorazione e nella vendita al dettaglio, interessati alle eccellenze agroalimentari “made in Sardegna”.

«La Francia è uno dei nostri principali partner, il secondo paese di destinazione delle nostre produzioni agroalimentari», sottolinea Giancarlo Deidda, presidente del Centro estero, «e quello francese è un mercato sul quale dobbiamo investire. Questa manifestazione è nata proprio con l’obiettivo di favorire l’esportazione dell’agroalimentare isolano verso un mercato particolarmente sensibile ai prodotti di qualità». (ma.mad.)

Da L'Unione sarda del 27 giugno 2012

domenica 1 luglio 2012

Crisi settore ortofrutta. Copagri: "Serve un marchio"


Con l'aumento dei costi di produzione, complice anche l'aumento del prezzo del carburante, del crollo dei consumi e della concorrenza dei prodotti in arrivo dall'estero il comparto ortofrutticolo è in crisi. Per questo Copagri Sardegna ha stilato un elenco di interventi urgenti che coinvolgono in primis gli stessi produttori ma anche le istituzioni regionali e nazionali.

CAGLIARI - Tra gli interventi necessari per rilanciare il comparto ortofrutticolo Copagri ha chiesto (durante una conferenza stampa che si è svolta questa mattina a Cagliari) che gli agricoltori orientino la produzione verso prodotti ad elevato contenuto qualitativo facendo leva, in primo luogo, sulle specificità regionali riconosciute, e completare l’adeguamento strutturale e tecnologico delle aziende. I produttori dovrebbero adottare i disciplinari di produzione integrata e ampliare la produzione a DOP o IGP, biologica, integrata e completare il percorso di riconoscimento del “ pomodorino di Sardegna” ma anche semplificare la costituzione di strutture di raccolta, lavorazione e commercializzazione e la costituzione di una struttura di secondo livello.
"L'azione deve però coinvolgere anche le istituzioni perché questo settore non deve essere considerato più la cenerentola della Sardegna", ha sottolineato il presidente dell'associazione, Ignazio Cirronis. "dopo gli incontri di un anno fa, solo una settimana fa siamo riusciti a organizzare un tavolo con le organizzazioni di produttori e con la Regione ma i risultati ancora languono".
A livello regionale per Copagri, la Regione sarda può concorrere allo sviluppo del comparto garantendo l’istituzione di un osservatorio della filiera come strumento di conoscenza e programmazione, l’attuazione della riforma dei consorzi di bonifica per garantire un costo dell’acqua di irrigazione compatibile e uniforme su tutto il territorio regionale, ma ancora deve garantire una programmazione mirata e partecipata delle attività di ricerca, sperimentazione e assistenza tecnica da parte delle agenzie regionali agricole.

TESTO ORIGINALE

venerdì 22 giugno 2012

PRODOTTI SARDI: «SERVE UN MARCHIO»

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno domenica 17 giugno 2012 alle ore 14.11
 
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Coldiretti Sardegna e il comitato Identità e Futuro, che lo scorso 22 dicembre hanno presentato alla presidenza del Consiglio regionale la proposta di legge di iniziativa popolare per la conservazione e valorizzazione dei prodotti sardi, accompagnata da oltre 20 mila firme, hanno inviato una lettera aperta a tutti i consiglieri perché l'intera Assemblea legiferi al più presto sull'argomento.

In particolare, l'associazione di categoria e il comitato sostengono che «attraverso la certificazione di un marchio, la provenienza regionale dei prodotti e delle materie prime utilizzate per le produzioni tradizionali della Sardegna», consentano da un lato il rilancio dell'agricoltura e dell'intera economia regionale e dall'altro garantiscano il consumatore verso un acquisto consapevole.

«La tutela dei prodotti tradizionali e l'indicazione dell'origine delle materie prime in etichetta - evidenzia Marco Scalas, presidente della Coldiretti Sardegna - sono i presupposti per difendere l'agricoltura e le economie locali».

Da L'Unione Sarda del 16 giugno 2012

PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE N. 4 presentata dal comitato promotore Identità e futuro il 22 dicembre 2011 Legge regionale per la conservazione e valorizzazione dei prodotti sardi e dei derivati dalla lavorazione di semole e sfarinati di grano duro

sabato 2 giugno 2012

IL VINO E' SARDO, I SOLDI VANNO AGLI "AMICI" DI ROMA

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno domenica 27 maggio 2012 alle ore 2.06 ·



In questo contesto, verrebbe voglia di tacere sul merito dei problemi per dedicarsi solo alle alchimie italiane dei partiti italiani. Ma io penso che l’antidoto alla politica italiana consista nell’occuparsi dei problemi della Sardegna (totalmente abbandonati dalla Giunta e da molte forze politiche), per cui oggi mi occupo di una questione che seguo da tempo: il vino sardo.

Tempo fa, le Camere di Commercio di Nuoro e di Sassari hanno scritto all’Assessore all’Agricoltura su un tema molto importante per noi: i vini D.O della Sardegna, che sono: Cannonau di Sardegna, Vermentino di Sardegna, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna, Alghero, Vermentino di Gallura, Moscato di Sorso Sennori, Mandrolisai, Girò di Cagliari, Nasco di Cagliari, Nuragus di Cagliari, Moscato di Cagliari, Monica di Cagliari, Malvasia di Cagliari, Carignano del Sulcis.
La lettera è vecchia, ma molto importante. Eccola.

Le due camere dicono che “le Camere di Commercio sarde, che per anni hanno gestito in primis il controllo e la certificazione dei vini D.O. ai sensi della legge 164/92, pur creando un clima di stima e fiducia nelle istituzioni, sono state volutamente escluse per dare spazio a strutture private, senza il preventivo coinvolgimento della filiera. Con nota n. 24357/VII.5.2. del 27.09.2011, codesto Assessorato ha comunicato la modifica delle competenze e le modalità di rivendicazione delle produzioni D.O. e IGT attribuite alle Camere di Commercio ai sensi della citata legge 164/92, abrogata dal Decreto Legislativo 61/2010″.

Questa espropriazione di ruolo è avvenuta nonostante le due Camere abbiano tutti i requisiti di legge, nonché l’organizzazione e il corredo logistico per svolgere i controlli.

Invece, l’Assessore di allora all’agricoltura, Andrea Prato, a chi attribuì i controlli D.O. sui vini sardi? Alla società Valoritalia, nata nel 2009. Ecco il decreto. Che cosa scrivono le due Camere di Commercio sul lavoro di Valoritalia? Ecco qua:
“Valoritalia, a due anni dall’incarico conferitogli dal ministero, non risulta aver istituito sedi operative nell’isola, incassando dalla filiera D.O. controllata, centinaia di migliaia di euro per dare risposte al telefono ed effettuare sommari controlli in campagna e in cantina, con conseguenze immaginabili per gli operatori del settore, le garanzie sulla qualità del prodotto e l’immagine del territorio”.

Personalmente non so se debbano essere oppure le Camere di Commercio a occuparsi di filiera vitivinicola; so però che, quando abbiamo competenze e strutture qui da noi, dobbiamo usarle; e quando non le abbiamo, dobbiamo farcele, non buttare i nostri soldi nelle burocrazie italiane.
L’affidamento di Valoritalia scade quest’anno. Li mandiamo via?

Da Sardegna e libertà magazine del 26 maggio 2012

mercoledì 23 maggio 2012

ONIFAI: La mensa dei bambini con i prodotti locali o in ogni caso sardi.

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno mercoledì 23 maggio 2012 alle ore 1.18 ·
 


Onifai, la proposta dei centri della Valle del Cedrino: valorizzare le produzioni agricole “entrando” nelle scuole

Produttori di tutta la Valle del Cedrino unitevi. È un invito per dar gambe ad progetto fattibile, più che uno slogan, quello che lancia l’Unione dei Comuni della Valle del Cedrino a tutti gli agricoltori e allevatori del territorio.

L'ente sovracomunale intende infatti realizzare un progetto di valorizzazione delle produzioni agricole locali per creare una rete di commercializzazione e distribuzione a chilometri zero. Un progetto che prevede diverse iniziative, alcune a brevissimo e altre a medio termine. La più immediata è quella dell'apertura di un mercato di vendita diretta in località Sos Alinos per il periodo estivo.

L'altra, quella forse più ambiziosa ma sicuramente la più proficua, è quella di fornire tutte le mense pubbliche del comprensorio (scuole, asili etc) con almeno il 70% di prodotti locali o in ogni caso sardi. Venerdì scorso ad Onifai si è svolto un primo incontro tra gli amministratori dell'Unione dei Comuni e le aziende locali (una settantina quelle contattate) per illustrare l'iniziativa. «La riunione è stata abbastanza partecipata e l'idea è piaciuta – dice il sindaco di Onifai Daniela Satgia –. Tanto che in accordo con Laore e Coldiretti, che sostengono questo progetto, abbiamo concordato di riconvocare tutti gli agricoltori e gli allevatori della nostra zona per giovedì 31 sempre ad Onifai per mettere a punto un protocollo di intesa e stendere una bozza di disciplinare».

L'idea non è solo accattivante ma poggia su solide basi economico -finanziarie. «Il fatturato delle sole mense scolastiche attivate nei paesi della Valle del Cedrino (Orosei, Irgoli, Galtellì, Onifai e Loculi) supera i 500mila euro all'anno – spiega il presidente dell'Unione dei Comuni Giovanni Porcu – e i contratti di affidamento sono tutti in scadenza entro il prossimo anno. Nostra intenzione è quella di apporre nei prossimi capitolati di gara l'obbligatorietà di usare nella preparazione dei pasti almeno il 70% di prodotti nostrani. Si tratta di oltre 350mila euro che potrebbero rientrare direttamente in circuito nelle nostre economie ottenendo così un duplice ottimale scopo: alimentare con cibi genuini e prodotti in zona i bambini e i ragazzi della nostre scuole e dar respiro alle nostre aziende agrozootecniche».

Intanto si partirà con un mercato di produzioni locali che oltre alla località turistica di Sos Alinos vuole diventare appuntamento fisso settimanale a turno in tutti i cinque paesi della Valle del Cedrino. Un primo passo anche questo salutare economicamente e soprattutto promozionale per il futuro dell'iniziativa.
(Angelo Fontanesi)

Da La Nuova Sardegna del 22 maggio 2012

giovedì 17 maggio 2012

PRODOTTI SARDI

Oltre l'85 per cento dei salumi prodotti in Sardegna è destinato al mercato regionale, mentre più del 90 per cento delle carni utilizzate è di origine nazionale ed estera.
http://sardies.org/index.php?option=com_content&view=article&id=11948%3Ain-ginocchio-il-settore-delle-carni-suine-sarde-&catid=13%3Asassari&Itemid=16

lunedì 14 maggio 2012

C'E' TROPPA "ITALIA" NEI COMUNI SARDI !

Le Bandiere italiane fanno vendere meglio i prodotti sardi?


Il Comune di Oristano organizza una rassegna sui prodotti tipici del territorio nella borgata marina di Torre Grande. La rassegna, denominata "il maggio della torre", vedrà la presenza di numerosi espositori e di differenti esperienze produttive. 
Spiegateci che senso ha riempire la borgata di tricolori italiani?

Che c'entrano con la valorizzazione delle produzioni nazionali sarde? Forse a qualcuno sfugge che la nostra agricoltura e il nostro artigianato hanno una sola possibilità di sopravvivere alla concorrenza e diventare competitivi e apprezzati in giro per l'europa e per il mondo: quella di slegarsi dal made in italy! 
Oggi più che mai è necessario rilanciare un'immagine differente del nostro tessuto produttivo delle sue specificità e delle sue qualità. 
Ma forse le bandierine tricolori uno scopo lo hanno, che nulla ha a che fare con le nostre produzioni e con le politiche di marketing territoriale. Servono semplicemente a mascherare ancora una volta il fallimento delle politiche attuate a Torre Grande negli ultimi anni. 

sabato 12 maggio 2012

Agricoltura, controlli, tarocchi e coscienza nazionale sarda

Oggi i giornali si svegliano e, secondo il consueto copione della disinformazione disorganizzata fatta con la pancia e non col cervello, seguono l’ultima lepre che la disperazione ha messo in circolazione. Oggi le pagine sono state conquistate dal Pecorino Rumeno (fatto da italiani o da sardi immemori),  nonché da tutti gli altri formaggi che in giro per il mondo imitano i formaggi italiani e sardi. Da qui l’appello a maggiori controlli.
Se però si passa dagli appelli, che fanno crescere i lamentosi ma non risolvono i problemi, alle soluzioni, intorno alle quali matura una nuova classe dirigente forgiata dalla fatica dell’operare con giustizia, allora il quadro cambia e aumentano le responsabilità interne, dei sardi dico.
Quando feci la legge 1/2010 sugli agriturismi e sui prodotti regionali, venni assalito dai produttori sardi (dai grandi produttori sardi) perché non si inserisse, seppure forzando un po’ la normativa italiana, la clausola che prescriveva l’uso della parola Sardegna solo per quei prodotti i cui componenti fossero interamente tracciabili all’interno dell’isola. Insomma, se fosse passata questa linea, nessuno che usi grani o farine, per esempio, ucraini avrebbe potuto parlare di pasta, fresca o secca, sarda; o nessuno che fa formaggi con latte non sardo avrebbe potuto dire che si trattava di formaggi sardi (non parliamo di quelli che stanno comprando le cagliate fuori e poi rifilano i formaggi come sardi); o nessuno che coltiva ortaggi e frutta avrebbe potuto spacciare come sardi ortaggi o frutta importati e poi confezionati in Sardegna; stesso discorso vale per l’olio d’oliva.

DAL BLOG DI PAOLO MANINCHEDDA ...

domenica 6 maggio 2012

PRODOTTI SARDI: OBBLIGARE I RISTORATORI A RENDERE CHIARA LA PROVENIENZA DEL PESCATO

A tavola il 70% di pesce non sardo

Allarme di Coldiretti: Sardegna dipendente dalle importazioni, verificare la provenienza Spigole, orate, cozze, arselle: solo il 30% è prodotto locale. Più di due pesci su tre arrivano dall'estero. E il rischio, denuncia ImpresaPesca Coldiretti, è che si spacci per locale un prodotto che di sardo non ha nulla. E c'è di più. Se nei primi quattro mesi dell'anno, si fosse consumato solo pesce nostrano, oggi le scorte sarebbero già esaurite. L'associazione, guidata in Sardegna da Mauro Manca, ha lanciato l'allarme dopo la pubblicazione del rapporto della New economics foundation (Nef) e da Ocean2012, secondo cui l'Italia inizia a essere dipendente dalle importazioni per coprire il proprio fabbisogno.

IL RAPPORTO Stando al rapporto “Fish Dependence: the increasing reliance of the Eu on fish from elsewhere” , la Penisola è autosufficiente per appena il 30% del pesce che consuma, a fronte del 51% della media dei 27 Paesi europei. «La stessa percentuale vale per la Sardegna», lamenta Manca. «Ma il ritardo potrebbe ulteriormente aumentare per effetto della crisi che ha determinato un riduzione dei prezzi di vendita e un aumento dei costi di produzione, che per circa la metà sono rappresentati dal gasolio».

LA TRACCIABILITÀ Il consiglio di ImpresaPesca Coldiretti è di verificare sul bancone la presenza obbligatoria dell'etichetta, che per legge deve prevedere la zona di pesca, e scegliere la “zona Fao 37” se si vuole acquistare il prodotto pescato nel Mediterraneo. Ma non basta. «La tracciabilità del pescato deve essere estesa anche al ristoratore», commenta Mauro Manca, «visto che in Sardegna il 75% dei consumi di pesce avviene fuori dalle mure domestiche.
In altre parole, bisognerebbe obbligare i ristoratori a rendere chiara la provenienza del piatto offerto ai propri clienti».

I NUMERI In Italia il settore della pesca - secondo dati di ImpresaPesca Coldiretti - vede impegnate 13.300 imbarcazioni, mentre la top-ten delle produzioni è guidata dalle acciughe, seguite da vongole, sardine, naselli, gamberi bianchi, seppie, pannocchie, triglie, pesce spada e sugarelli.
In Sardegna sono invece 1400 le imbarcazioni, a fronte di 10 mila lavoratori impegnati, compreso l'indotto.

LA CRISI Un patrimonio economico, sociale e ambientale che è oggi a rischio con il solo aumento del prezzo del gasolio, rincarato del 25% negli ultimi dodici mesi: il salasso sta costando alle imprese di pesca duemila euro in più all'anno. Contemporaneamente, si fa sempre più grave la stretta creditizia delle banche, mentre - denuncia Coldiretti ImpresaPesca - la forbice tra prezzo all'origine e prezzo al consumo continua ad allargarsi (in media, su ogni euro del prezzo al consumo, agli operatori di settore sono destinati solo 25 centesimi).

Da L'Unione Sarda del 3 maggio 2012

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