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venerdì 22 giugno 2012

Indipendenza, indennità, immoralità e ansia di potere

DAL BLOG DI PAOLO MANINCHEDDA (PSD'AZ) ...se gli indipendentisti facessero una proposta unitaria di governo della Sardegna e di competizione con l’Italia potrebbero vincere.

19 giugno 2012 
 
sl0966Ripetutamente ho chiesto, in questi ultimi due anni, di andare a votare anticipatamente. Perché? Perché penso che oggi, se gli indipendentisti facessero una proposta unitaria di governo della Sardegna e di competizione con l’Italia potrebbero vincere.
Oggi, ciò che a lungo è stata una minoranza culturale, può scrivere una pagina importante della storia sarda, perché l’indipendentismo odierno non è rappresentazione di purezza ideologica, non è settarismo, è invece proposta di governo,  capace di risultare convincente per gli operai, per i professionisti, per gli imprenditori, per i disoccupati, per le persone. Vorrei andare a votare per dar voce a questa novità: l’indipendentismo è oggi risposta ai problemi, proposta di soluzione; è il luogo di maggiore concentrazione delle competenze e delle novità. Soffre ancora di ideologismo, di vocazione alla frammentazione e all’esclusione, ma è ormai forza di governo.
Che cosa disturba di questo rinnovato spirito dell’indipendentismo sardo? Disturba l’autonomia culturale e politica dalla Destra e dalla Sinistra italiane. Disturba la disinvoltura  con cui cerca di disarticolare la Destra e la Sinistra sarde (questa è l’accusa principale che muovono al sottoscritto, che non ha mai nascosto di non appartenere né all’una né all’altra e di lavorare per consumarle entrambe). Disturba l’indifferenza alle parole d’ordine del culturame italiano. Disturba l’irriverenza verso i simboli dell’immobilismo italiano (dalla sacralità della Costituzione alla venerazione per Napolitano). Disturba, in una parola, la pretesa di centralità dell’indipendentismo sardo.
In questo quadro si inserisce la battaglia politica innescata sulla leggina per le indennità.
Io ho votato per tagliare l’indennità del 30%, la diaria del 20% e i fondi ai gruppi del 20%. Poi per cinque giorni ha prevalso un’interpretazione del testo (che ha aporie procedurali, certamente, però assolutamente risolvibili) che portava a ritenere che il taglio fosse stato ridicolo. Adesso si è capito che il taglio è il più consistente mai realizzato. Adesso si è capito che, mentre fino alla XII legislatura le indennità sono aumentate, nella XIII sono diminuite di poco e in questa sono diminuite e diminuiranno di molto. Il merito della questione, dunque, è incostestabile e comunque sarà presto visibile.
Eppure, nonostante tutto questo stia progressivamente diventando chiaro, una parte consistente della sinistra radicale (non della sinistra sociale) si trova unita con l’estrema Destra a volere produrre la fine della legislatura in virtù di una censura morale generica e generalizzata. Il grillismo di popolo sta generando il grillismo di élite.
Il disegno politico mi pare chiaro. La piccola borghesia sarda delle professioni garantite, la più italiana che ci sia, intravede la possibilità di conquistare il governo dell’Isola sull’onda dell’indignazione; capisce che c’è qualcosa di importante nell’aria, un cambiamento inevitabile, e si candida a governarlo, non però con un progetto, ma con una condanna. La condanna è il progetto. Meccanismi già visti e tragicamente conclusisi nella storia.
Il vero obettivo di questo endorsement dell’indignazione (che socialmente è meno radicata di quel che sembri, perché operai, imprenditori, insegnanti ecc, sono alle prese con altri problemi e sono molto attenti a chi ha idee per produrre soluzioni) da parte delle seconde file dell’attuale classe dirigente (perché socialmente questo erano e sono molti capi dell’indignazione) è la conquista del governo della Sardegna senza dover correre il rischio e la fatica di dire il proprio programma di governo.
Perché questo silenzio? Perché sostituire la condanna degli altri al proprio progetto? Perché il progetto è banalmente un progetto autonomista; è banalmente una promessa di buon governo ordinario; è una promessa etica - noi siamo migliori - non politica.
Mi vengono in mente facili paragoni con la storia, la tragica storia italiana, ricchissima di episodi di presunto cambiamento prodotti dall’indignazione e risoltisi non in una riforma profonda delle istituzioni, dei processi culturali, delle dinamiche della libertà e dell’economia: no. Si sono tutti puntualmente risolti in un mantenimento delle istituzioni consunte e inefficienti.
A maggior ragione bisogna andare a elezioni: bisogna accettare di misurarsi col Partito della Condanna e delle Condanne , il quale sa che l’unica forza che ha un progetto da contrapporre all’estetica delle forche è l’area indipendentista. Fino a che il Partito della Condanna non si misura col consenso, dichiarerà di rappresentare il popolo, usurperà una delega che non ha (un po’ come fanno il Corriere e Repubblica), ma soprattutto si sottrarrà al dovere di illustrare il proprio progetto di governo.
Il confronto sui temi etici è importante: bisogna accettarlo a testa alta e con memoria lunga. Si parla, per esempio, di realizzare un taglio più consistente sui fondi per i Gruppi. Quindi, dopo l’unico provvedimento mai assunto sui tagli ai gruppi, si rilancia. Ma perché prima non si parla di fare chiarezza fino in fondo sulla loro gestione passata e presente? I silenzi sono più eloquenti delle dichiarazioni. C’è stata un’inchiesta in Sardegna sull’utilizzo dei fondi dei Gruppi consiliari, un’inchiesta seguita con attenzione dalla Nuova Sardegna e sulla quale non si è scatenata alcuna indignazione. Perché? Io un’idea ce l’ho. Ne riparleremo.

TESTO ORIGINALE

giovedì 7 giugno 2012

UNA VITA PER L'INDIPENDENTISMO: Maria Marongiu, titolare dell'Alfa editrice ..."vorrei rifare Sa Republica"

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno mercoledì 6 giugno 2012 alle ore 23.21 ·




«Per la lingua sarda servirebbe una battaglia unitaria»

Maria ha ricordi bellissimi e una missione: difendere l'identità del popolo sardo. Per quasi quarant'anni ha combattuto accanto al suo uomo, con le parole, gli scritti, le manifestazioni, il teatro, l'attività nelle scuole, i festival. Poi lui se n'è andato, abbattuto dal cancro, e lei ha continuato a lottare. «Perché non possiamo affrontare il futuro se non partiamo dalle radici».

Porta avanti, praticamente da sola, l'Alfa editrice, da un ufficio pieno di carte e di quadri all'ingresso di Quartu, stampa i suoi libri a Ortacesus, «dove c'è una bella tipografia», sta pensando seriamente di rifondare, almeno on line, Sa Republica sarda , giornale bilingue uscito dal 1977 al 2009, che ha ospitato articoli di Francesco Masala e Ugo Dessy, Giovanni Lilliu e Eliseo Spiga.

Punto di riferimento politico per le idee nazionalitarie e indipendentiste, strumento di denuncia contro il colonialismo e la globalizzazione, sostegno alla diffusione della lingua sarda e alle battaglie per le minoranze, l'autodeterminazione, i diritti civili, l'emarginazione.

Maria Marongiu è nata a Osilo cinquantotto anni fa, ha tre figli, suo marito, Gianfranco Pinna, è morto nel 2003 e la guarda serio da una grande fotografia appesa alla parete. Vicino, un ritratto di Bettino Craxi. «Collaborava con noi, usava lo pseudonimo di Edmond Dantes. Nel '93 Gianfranco pubblicò una serie di pezzi critici sull'operato della magistratura, contattò l'ex leader socialista che, secondo lui, rappresentava il simbolo dell'accanimento moralizzatore e dello strapotere delle procure rosse. Forte di queste convinzioni, diede vita a numerose iniziative che miravano a sensibilizzare l'opinione pubblica e a riportare l'Italia sulla via della giustizia e della verità. Poi, per la scomparsa di Craxi, l'editoriale si intitolava: “Ucciso come Matteotti”, un crimine di Stato». Posizione discutibile, ma tant'è, devozione pura.

Gianfranco. Lo ha seguito sempre e in tutto.
«Era un giornalista e un editore eccezionale. Ma sopra ogni altra cosa era un attivista, ribelle e libertario».

Come vi siete conosciuti?
«A Sassari, grazie ad amici comuni. Io ero giovane, avevo 21 anni, lui dieci di più. Gravitava nell'area della sinistra, poi si è avvicinato al pensiero di Antonio Simon Mossa ed è rimasto folgorato. Ci siamo sposati poco dopo, a Nuoro, nella chiesetta dell'Ortobene, i testimoni di nozze erano Bainzu Piliu e Giannino Guiso. Avevamo chiesto una cerimonia in sardo, il vescovo non l'ha concessa e il parroco ha dovuto dire messa in italiano. Allora il sardo, ufficialmente, nelle scuole, era tabù, se non si era criminalizzati poco ci mancava».

E così avete fondato il mensile “Sardigna”.
«Alla fine del '76 uscì il numero zero della rivista, diretta da Gianfranco Pintore. Fu il prologo di Sa Republica sarda , pubblicata dal maggio '77, il direttore era Gustavo Buratti, intellettuale democratico e sensibile. L'obiettivo era di radunare sotto la testata, personalità della cultura, della politica, dell'economia».

Poi vi siete trasferiti a sud.
«Sì, perché avevamo problemi di tipografia. Qui abbiamo iniziato a stampare a Tutto quotidiano , la tiratura media era di duemila copie, ma in alcune occasioni siamo arrivati a quota centomila».

A quel punto, a Cagliari, è nata la casa editrice Alfa.
«Pubblicavamo anche periodici indipendentisti, Iskra , Boge , e libri, come ora. Tanti libri, tre, quattro all'anno, saggistica etnica, romanzi, volumi di storia, manuali per gli studenti».

Ci racconti la militanza politica.
«Nel 1982 Gianfranco, con Angelo Caria, Giampiero Marras e Bore Ventroni, promosse a Bauladu la riunione di tutte le organizzazioni politico-culturali anticolonialiste, nazionalitarie e indipendentiste dell'Isola, dalla quale scaturì il movimento Sardinna e Libertade . Al congresso costitutivo c'erano Fabrizio De André e Simone De Beauvoir».

E oggi, quale indipendentismo? Lei per chi vota?
«Io sono amica di tutti, purtroppo la nostra maledizione sta nel personalismo. Ho apprezzato per le comunali di Cagliari la candidatura a sindaco di Claudia Zuncheddu, mi piace Cappellacci quando fa la flotta sarda e la messa in mora dello Stato in lingua sarda, usate per la prima volta in una rivendicazione. Queste battaglie devono diventare patrimonio di tutti: per l'uso della lingua dobbiamo fare quello che abbiamo fatto per le servitù militari».

Vive bene a Quartu?
Ci sono tante Quartu diverse. Purtroppo il vuoto culturale è desolante, un tempo il fermento esisteva. La città è ricca di tradizione e di feste meravigliose, eppure non si riesce a promuoverle. C'è una sola libreria e la biblioteca non è considerata un servizio essenziale».
Cristina Cossu

Da L'Unione Sarda del 6 giugno 2012

mercoledì 23 maggio 2012

DA ANNI SEGNALIAMO CHE IL COLONIALISMO AVANZA ...

Mercoledì 16 Maggio 2012 

S'arvure de su dinari de Pinocchio!


L’albero dei soldi di Pinocchio.
Apprendiamo dai giornali che è stato svelato il grande mistero dei problemi dell’agricoltura sarda. Da circa un decennio a Manca pro s’Indipendentzia si sgola per urlare ai quattro venti che i nostri settori primari sono sotto un attacco frontale del colonialismo, ma tutti sono sordi. Finalmente qualcuno ha deciso, se non proprio di togliersi i tappi dalle orecchie e starci a sentire, almeno di togliersi i tricolori dagli occhi e guardarsi un po’ attorno. Si scopre così che in maniera ipocritamente “inaspettata” l’agricoltura sarda è sull’orlo del baratro più profondo, a causa di un’assistenzialismo indotto e forzato che la sta devastando completamente. L’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (AGEA) e la sua succursale in Regione (ARGEA) annunciano trionfalmente di aver elargito, nel corso del 2011, la bellezza di 328 milioni di euro per il sostegno all’agricoltura. Il giornalista ci informa che l’Argea si vanta di aver erogato da sola nello stesso anno ben 227 milioni sui 328 complessivi, sottolineando come però la crisi negli ultimi 10 anni abbia mandato in fallimento trentamila aziende agricole su novantamila. Ci fa notare, giustamente, che l’economia verde sul PIL sardo ha avuto dal 2008 una perdita di circa 400 milioni, mentre il Consiglio regionale dal 2010 ad oggi abbia varato due sole leggi in sostegno di latte, uva pane e pecorino sardi. Insomma cifre da colonia belle e buone, senza girarci tanto intorno. Per rincarare la dose, il giornalista sottolinea come dal Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013 siano stati elargiti appena 35 milioni per incentivare la competitività delle aziende, mentre per indennità e sostegno siano stati dati ben 138 milioni. Continua poi ricordando come i 19 milioni erogati dalla legge Prato all’indomani delle battaglie per il latte, il cosiddetto “de minimis”, siano già prosciugati da tempo lasciando assolutamente intatta la situazione iniziale. Tagliamo corto segnalando che il nostro bravo giornalista definisce questa come una situazione negativa e di palese assistenzialismo.
Chiaramente la redazione del suo giornale non gli avrebbe mai permesso di dire quello che invece più giustamente diciamo noi, ovvero che l’assistenzialismo è il nerbo del colonialismo!
Ragion per cui questa situazione non è una fatalità o una questione di malaffare: è la scientifica, voluta, indotta, guidata pratica di annientamento dell’economia sarda. Da anni segnaliamo che il colonialismo avanza, che vogliono trasformare i produttori agricoli in mendicanti che devono aspettare l’elemosina italiana, e i fatti purtroppo ci danno puntualmente ragione. A differenza di una gran parte degli agricoltori che credono ancora che l’Italia li salverà.
Non c’è bisogno in questo frangente di dilungarci più di tanto argomentando cose che mille volte abbiamo già detto e ridetto, però ci teniamo a mettere in evidenza dei punti, affinchè tutti possano riflettere e capire il perché delle nostre posizioni:
Ci chiudono i porti commerciali, pagano il latte oggi al prezzo che aveva nel 1980, aumentano i prezzi dei mangimi, aumentano i prezzi dei concimi, compaiono ovunque pestilenze (febbre del nilo equina, peste suina, lingua blu ovina, ecc. ecc.) e mai che salti fuori chi le ha introdotte in Sardigna. Bloccano le esportazioni di carne fuori dall’isola, aprono i porti dell’isola all’ingresso di animali anche non controllati (vedi il caso della scoperta delle capre con la brucellosi arrivate dalla Spagna), permettono l’invasione del mercato sardo con bestie di qualità scadente ma dal prezzo altamente concorrenziale, permettono l’invasione dei mercati sardi da parte dei prodotti ortofrutticoli di mezzo mondo, costruiscono ovunque centri commerciali che vendono carne e prodotti ortofrutticoli a prezzi stracciati….
Secondo voi dove vogliono arrivare?


LO STATO ITALIANO CONTRO GLI INDIPENDENTISTI DI AMPI

Alla cortese attenzione degli organi di stampa,



Giovedi 3 maggio 2012 il militante di A Manca pro s’Indipendentzia Sergio Piga, ex membro della direzione politica nazionale, ha rinvenuto una complessa apparecchiatura nascosta dentro il frigorifero di casa sua.


Si tratta di un sistema di rilevamento satellitare dotato di ricetrasmittenti a lungo, corto e medio raggio, di microfoni e piastrine.


Non è la prima microspia che rinveniamo nelle nostre case e nelle nostre auto e certamente non sarà l’ultima!
Lo stato italiano sta collassando sotto il peso dei debiti e del commissariamento europeo ma spende le sue ultime energie per perseguitare la parte più coerente e decisa del movimento di liberazione nazionale sardo.


Vogliono seminare il terrore, isolare gli indipendentisti e condurre i lavoratori sardi a rassegnarsi ad una vita di stenti e sottomissione per paura di essere controllati, spiati e catturati. Vogliono convincere i lavoratori sardi con il terrore, la diffamazione e la censura a non aderire alla sinistra indipendentista sarda e per questo sono disposti a non badare a spese.


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venerdì 11 maggio 2012

Le grandi banche d’affari fanno soldi con la crisi

La crisi del capitalismo e la lotta di liberazione nazionale in Sardigna

Da un secolo all’altro.
Esattamente un secolo fa l’Europa viveva una stagione particolarmente travagliata.
Lo sviluppo industriale, così come aveva accelerato a grande velocità il progresso tecnologico, lacerava terribilmente la società dividendola tra masse enormi di diseredati e sfruttati e ristrette élites di ricchi capitalisti e borghesi. Le banche preparavano la più sanguinosa delle battaglie, avviando il processo di costituzione dei monopoli mondiali dell’industria e della finanza. A causa principalmente di questo fattore, e per accumulare al più presto un vantaggio sui concorrenti, le guerre di aggressione coloniale si susseguivano nei confronti di Asia e Africa.
Nei parlamenti degli Stati europei, salvo eccezioni, le destre e le sinistre si fronteggiavano a suon di scandali, unendosi solennemente come un corpo solo ogni qualvolta fosse necessario salvaguardare le esigenze dei banchieri e dei capitalisti, a partire da questioni fiscali sino ad avviare una spaventosa corsa agli armamenti e a dare il via libera ad una serie di sanguinose guerre coloniali e imperialiste. Le classi benestanti, da parte loro, si godevano la Belle Époque, reagendo con una buona dose di ottimismo ai minacciosi segnali di distruzione che offuscavano l’orizzonte.

giovedì 3 maggio 2012

ORA PARLANO DI EQUITALIA, DI SERVITÙ MILITARI, DI TERRA DEVASTATA

Ora parlano di equitalia, di servitù militari, di terra devastata dall'inquinamento insomma da Sinistra a Destra si riempiono la bocca di ca.....te pur sapendo di essere stati la CAUSA in questi anni di Autonomismo finto ...
 
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il TRUCCO dell' IDENTITA'



Tira un vento forte in Italia e in Sardegna. Un vento che scuote e infastidisce i Dinosauri della politica dei grandi monoliti italici e di riflesso anche di quelli Sardi. L'antipolitica ( che brutta parola ) dilaga e sembra essere l'unica realtà alternativa a questo sistema marcio all'italiana tanto caro anche ai Sardi, quelli che ancora non hanno sviluppato una certa coscienza come Popolo. Il governo Montide, il sicario sociale della BCE, deve mettere apposto le cose. Un sobrio e distinto killer tecnico ed i suoi Mandanti , la triade PD-PDL-UDC. con SEL ed altri satelliti della Galassia partitica. Lo scenario è chiaro. Un killer, i suoi mandanti e le vittime, noi, il popolo, i cittadini.

In Sardegna da anni assistiamo a queste tristi scenette e non facciamo altro che votarli. Si votare loro i nostri politici-rappresentanti commessi viaggiatori che siano di destra, centro o sinistra.Votiamo questi Feudatari in tutti i paesi della Sardegna. Abbiamo uno strumento , il VOTO e lo abbiamo sempre usato per scambiare due pistacchi con il potere. Ma abbiamo anche numerosi movimenti SARDI che fanno politica da anni. Fanno proposte e fanno battaglie per la nostra terra. Perseguono da anni il progetto della nostra Sovranità e indipendenza. Movimenti e piccoli partiti senza soldi e lontani dalle logiche Razziste e xenofobe del Leghismo che nulla c'entra con l'indipendentismo sardo moderno e progressista.

Il vento soffia e scuote, la gente ed il nostro popolo è vessato da un sistema obsoleto che parla solo in Burocratese. Il popolo soffre ma si sà è la Crisi e non è colpa di nessuno. Tasse, gli aguzzini legalizzati di equitalia, decadenza culturale totale, elemosina e suicidi.

Lo scenario è apocalittico. La politica Sarda si adegua ed inizia il suo Trasformismo. L'indipendentismo non è piu' un taboo e le giovani generazioni stanno iniziando a Capire cosa significa Sovranità, essere Sovrani nella nostra nazione sarda. L'indipendentismo con tutti i suoi difetti e le sue difficoltà sta dettando l'Agenda politica a questi Mastodontici Rottami che nulla fanno per rinnovarsi e per fare un passo indietro, verso la nostra terra e la sua Sete di indipendenza.

Ed ecco quindi che ora Tutti sono in qualche modo "identitari". Bella parolina magica pronunciata da  gente che della nostra terra se nè fottuta fin dai tempi non sospetti. Eccoli che in fretta e furia si vestono in vellutino e si danno un po' di colore. Ita bellixeddus chi funti. Ora parlano di equitalia, di servitù militari, di terra devastata dall'inquinamento insomma da Sinistra a Destra si riempiono la bocca di cazzate pur sapendo di essere stati la CAUSA in questi anni di Autonomismo finto e serrau in unu Baulu. Abbiamo già celebrato il funerale dello statuto sardo inutile.
Certamente l'indipendentismo che voglio e che pratico è quello del Dialogo sempre e comunque ma resto sempre attento e vigile. Questa Sinistra sarda sbiadita e martoriata da guerre interne che fanno impallidire le piccole scissioni nostrane deve necessariamente valutare una nuova forma politica e non semplicemente rifarsi un po il trucco per convincerci.  Non ci convincono. L'indipendentismo moderno quello tollerante e progressista, non è anti-politica è la politica, è l'alternativa. Posso capire che molti diranno che non siamo uniti, che siamo piccoli ma resta il fatto che negli anni, l'dea di una Sardegna sovrana , il progetto di una sardegna indipendente  e libera è quello che ha prodotto nuove idee e nuova coscienza.
Se fosse così inutile o innocuo perché averne paura o cercare di farsi il maquillage ?

Le elezioni nazionali Sarde si avvicinano e assisteremo sempre di piu' a questa ridicola pantomima di chi vuole farci credere che ora tutto è cambiato e che finalmente siamo SARDI e FIERI...una spruzzatina di Orgoglio, una o due mani di vernice, due o tre nuraghe sullo sfondo e questi Burattini  che scimmiottano chi davvero crede e lavora per queste istanze soberaniste.  Ma sappiamo chi c'è dietro queste nuove Maschere.
Forse è arrivato il momento di lamentarsi meno e di costruire una Terra nuova, di scrivere noi le nostre leggi, di aprire gli occhi davvero. Bisogna farlo per i nostri Figli, per non essere complici di questi mascalzoni, per portare idee e soluzioni, proposte intelligenti per fare grande questa Sardegna.
Non so se sarà possibile unire tutti e dico tutti i partiti e movimenti SARDI in un grande progetto ma so che la scelta e l'alternativa esiste e possiamo cambiare strada. La politica siamo tutti noi ed è ora di finirla di Delegare , manus, pabias e impari a trabballai... e Voi ... Sappiamo chi siete e da dove venite ed il Trucco non basterà a farvi una nuova identità. 

sabato 28 aprile 2012

Risposta a certa sinistra sull’indipendentismo

DAL BLOG DI PAOLO MANINCHEDDA: Risposta a certa sinistra sull’indipendentismo
"Oggi nel Pd c’è una componente del capitalismo italiano conservatore che ha capito che il pensiero indipendentista è il volto nuovo del riformismo; per questo lo teme" ...

LEGGI TUTTO IL TESTO ...

sabato 21 aprile 2012

PARTITO SARDO D'AZIONE: Indipendenti ? Ora si può

«Viviamo una crisi pazzesca in tutti i settori della società: per i sardi è un'occasione storica, la più proficua del dopoguerra»

Che cos'è l'indipendentismo. E soprattutto, come si concretizza? Giacomo Sanna fa un sospiro, sorride sornione, guarda dritti negli occhi gli interlocutori e risponde non da filosofo utopista ma, da uomo pragmatico, con gli esempi. «Spiegarlo alla gente è difficile, bisogna evitare astrattismi, parlare la lingua giusta con chi ha perso il lavoro, con chi dispera di trovarlo, con chi ha perso la dignità».

Dunque?
 «Indipendentismo, cito tre casi, è affrontare la questione dell'energia, del costo del denaro e dei trasporti tenendo conto che siamo un'isola e non Milano, che i nostri costi sono nettamente superiori».

Ma per questo basta l'autonomia?
«Evidentemente no. L'autonomia ha i suoi limiti ed i Governi sono sempre più arroganti, egoisti. Non distinguono, fanno due conti ed emettono provvedimenti che penalizzano i più deboli».

Il sistema fiscale, ad esempio.
«Esatto. Il nostro è uguale per ricchi e poveri. Inaccettabile. Problemi diversi non si possono affrontare con gli stessi strumenti».

Lei che cosa farebbe?
«Ad esempio voglio poter decidere che le nostre imprese o quelle che investono e assumono in Sardegna paghino un'aliquota Irpef all'otto o al dieci per cento».

La crisi economica, la crescita dell'avversione ai partiti come simbolo della degenerazione morale ed economica rendono la gente più sensibile all'indipendentismo?
«Abbiamo, lo dico paradossalmente, la fortuna di vivere una crisi pazzesca in tutti i settori della società e abbiamo un problema morale gigantesco. Questo rende la gente disperata, la fa riflettere. Se hai la pancia piena, i vantaggi dell'indipendenza non ti toccano. Se sei disperato sì. È un'occasione storica, la migliore del dopoguerra».

Perché?
«Sa qual è la differenza rispetto ad allora? Che la gente prima della guerra non aveva niente o aveva poco e doveva costruire tutto. Era tutto difficile ma c'erano stimoli, persino entusiasmo. Ora è diverso: gli italiani stanno passando da un consumismo sfrenato al precipizio. Tra non avere e dover conquistare ed avere molto e perdere tutto c'è un abisso. Per questo dico che è un'occasione storica».

Non a caso la stanno cavalcando molti partiti italiani di maggioranza e opposizione. Che recentemente in Consiglio regionale hanno approvato il vostro ordine del giorno che propone di verificare
il fondamento della permanenza della Sardegna nella Repubblica italiana
«È una ulteriore dimostrazione che il sentimento cresce assieme al risentimento verso un Governo che ci schiaffeggia ogni giorno, incapace perfino di rispettare gli impegni che assume e le leggi che emana. Ecco perché molti stanno entrando nel recinto dell'indipendentismo».

Oggi qualcuno parla di secessione al contrario, cioè è lo Stato che ci allontana, come una zavorra.
«No gli do torto. Però è un paradosso». Un popolo litigioso come il nostro è capace di autodeterminarsi? Continuiamo ad essere mal unidos e i primi a dividersi sono i promotori dell'indipendenza. «Ha ragione. Nella galassia c'è un difetto di democrazia, c'è chi fatica ad accettare regole condivise e fatica a stare assieme. L'indipendenza non può diventare una dittatura».

Anche il suo partito si è diviso mille volte.
«Vero, ma ha avuto scissioni momentanee e chi si è allontanato ha avuto vita politicamente breve».

Come il suo amico Efisio Serrenti?
«Eravamo amici, lo invitai a non strappare, ma lui decise di sostenere la Giunta Floris e ci dividemmo. Soffrii molto per la sua scelta. Ma alla lunga non pagò. I Sardistas si sono estinti dopo pochi anni».

Si sono scisse anche Sardigna Natzione e Irs, è nata Progres.
«In un movimento le discussioni sono fisiologiche come le battaglie, anche dure. Bisogna credere nella propria missione ed essere capaci di superare le difficoltà. Con Bustianu e Gavino ho fatto molte battaglie, sono miei amici, non si può non andare d'accordo con loro. Abbiamo fatto Sardegna libera, una creatura che ho voluto, ma la gente non era matura. Arriverà il giorno in cui lo sarà».

C'è la possibilità che voi e i Rossomori vi riuniate?
«Le racconto un aneddoto. Molti anni fa, a Sassari, ero assessore provinciale e facevo vita di sezione. Ci furono divergenze nel partito ed io per nove mesi non presi la tessera, ma rimasi dentro. Né io né nessuno dei miei compagni di partito pensammo di andar via anche se c'erano difficoltà. Non si va via dalla squadra se si perde la partita. Ecco perché non voglio riportare dentro chi ha creato divisioni e lacerazioni».

Anche di recente il tavolo della convergenza indipendentista ha lavorato a lungo per costruire un documento sui valori condivisi poi si è spaccato.
«Ho visto».

Una delle cause sembra essere stata il referendum sull'indipendenza promosso da Malu Entu: secondo alcuni suoi commensali ha fatto una imperdonabile fuga in avanti solitaria.
«Concordo. Doddore lo conosco dal congresso dell'81, è simpatico ed ha carisma. Ma deve capire che non ci si può imbarcare in una battaglia come questa anticipando i tempi, per fare il primo della classe. O magari per recuperare finanziamenti».

Ma ha appena detto che i tempi sono maturi.
«Per battersi per l'indipendenza sì, ma proprio per questo occorre ragionare, pianificare, convergere, non fare fughe in avanti. Bisogna trovare il modo giusto per fare le cose».

E qual è il modo giusto?
«Faccio l'esempio del referendum sulle scorie. Bustianu lo promosse, noi gli demmo una mano. Fummo aiutati da tutti i media, che garantirono informazione dettagliata e costante e, dunque, un traino straordinario, l'iniziativa fu sposata dal presidente della Regione Cappellacci che si schierò apertamente con noi e ci fu un colpo di fortuna».

L'incidente in Giappone.
«Esatto. Tutto questo ci consentì di conquistare una vittoria straordinaria contro il Governo».

Qual è la controindicazione dell'indipendentismo?
«Non ce ne sono. Se invece mi chiede qual è il limite attuale ribadisco: la democrazia. C'è ancora qualcuno che la mette in discussione, che non la accetta che non la applica, che ha difficoltà a stare assieme».

Potreste imparare dai baschi o dai catalani. O anche da Malta e Cipro.
«Hanno concretizzato ciò che noi riusciamo solo a postulare, hanno un'altra statura».

Da L'Unione Sarda del 20 aprile 2012

SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE

PARTITO SARDO D'AZIONE: Roma non smette di schiaffeggiarci

«E' la Tirrenia è la nostra prigione» Le imprese dovrebbero pagare l'Irpef al 10%. Questa è indipendenza.

L'ultimo schiaffo è il disimpegno sul finanziamento elettorale: 800 mila euro che il Governo, a poco più di un mese dal voto per le amministrative in 65 Comuni sardi, ha annunciato che, contrariamente alla prassi, non darà alla Regione. Poi c'è stato il passo indietro. Ma sul piano dei rapporti Stato-Regione la sostanza non cambia. La comunicazione del ministero degli Interni viene diffusa mentre Giacomo Sanna risponde alle domande dell'Unione sul senso dell'indipendentismo. «Vede, è uno dei casi concreti, uno di quelli quelli che ritengo opportuno citare quando parlo con la gente e spiego che cosa significa indipendenza e che cosa intendono dire i colleghi Mario Diana e Luciano Uras quando parlano di secessione al contrario: è quando è lo Stato ad abbandonarti, non il contrario». Un altro caso sul quale vi soffermate spesso è quello della Tirrenia. «È la madre di tutte le nostre battaglie, la nostra prigione».

Che cosa proponete?
«Da tempo diciamo che rotte, quota navi e parte dei 72,6 milioni di finanziamenti previsti nella convenzione tra Stato e Tirrenia, devono essere sottratti ai tre armatori napoletani e ceduti alla Regione per i prossimi otto anni».

È l'unico modo per fa cessare il monopolio?
«Sì. Inoltre verrebbero garantite le tratte a prezzi equi e verrebbero assunti lavoratori sardi. Oggi su 1590 dipendenti della compagnia, solo 65 sono sardi e tra questi 15 sono impiegati e 50 imbarcati. I lavoratori isolani sono solo il 4% di tutti gli occupati. Eppure le rotte le fanno in Sardegna. Uno scandalo».

Indipendentismo è anche avere una flotta sarda?
«Va bene come soluzione temporanea, come segnale politico, ma la Regione non deve fare l'armatore, non è il suo mestiere, dunque non deve entrare nel consiglio di amministrazione della nuova Tirrenia».

Cappellacci esclude queste ipotesi, sostiene di voler solo incidere concretamente per stabilire le regole della continuità.
 «Ha ragione, condivido le sue posizioni. Vedo che anche su questa battaglia sta mettendo molta convinzione. Anche Renato Soru credeva nella flotta sarda, ma voleva farla con Vincenzo Onorato. Una follia, magari in buona fede: sarebbe stato come andare in chiesa col Diavolo».

A proposito di Cappellacci: da mesi il presidente parla un linguaggio filo indipendentista. Quando dice “La Sardegna è sempre stata vittima di soprusi, manchevolezze e posti di lavoro mai nati a causa di interessi lontani dall'Isola” sembra di sentire lei o Gavino Sale.
«È la conseguenza degli schiaffi di cui parlavo prima. Ugo li ha sentiti e sta reagendo con orgoglio. Mi sembra che lo stia facendo in modo serio».

Merito anche dell'alleanza con voi?
«Abbiamo un ruolo, non c'è dubbio. E penso che se a fine legislatura porteremo a casa sei dei 13 punti del nostro programma elettorale sarà stato un successo».

Lo Statuto speciale deve essere modificato, su questo le forze politiche sono concordi. Insistete sull'assemblea costituente del popolo sardo?
«Sì, fuori dalle stanze della politica c'è un mondo e quel mondo non possiamo ignorarlo: deve lavorare con noi in una grande sessione di riforme statutarie. Sul fatto che la nostra Carta vada riscritta non ci possono essere dubbi: è nata quando l'Europa unita non era nemmeno stata immaginata».

A proposito di Europa, che rapporto avrebbe la Sardegna nell'Europa unita?
«Può essere un'opportunità se diventa l'Europa dei popoli e non uno strumento di assorbimento di poteri. Oggi siamo distanti da questo traguardo: siamo nell'Europa della Francia e della Germania. Quando c'è da discutere di economia parlano in pochi, quando si dibatte di difficoltà si parla in molti. Viviamo nell'Europa dell'egoismo».

Torniamo alle modifiche statutarie: dopo quelle in tema di compartecipazione alle entrate, che altro cambierebbe?
«Intanto, come sappiamo, nonostante la modifica statutaria lo Stato continua a non corrisponderci ciò che ci spetta. Lo sottolineo per evidenziare ancora una volta la differenza tra autonomismo ed indipendentismo. Solo con l'indipendenza possiamo essere davvero artefici del nostro destino».

Torniamo al merito.
«Come ho detto, agirei sulla leva fiscale. Zone franche, Irpef sotto il dieci per cento per le imprese. Anche sulle politiche agricole, oggi di competenza comunitaria, occorrono scelte diverse. Non possiamo essere svantaggiati in termini di infrastrutture e costi di produzione e nel contempo limitati da quote imposte dall'Europa. Ecco un altro esempio».

Ne faccia altri?
«Stiamo all'attualità: possiamo ancora tollerare che lo Stato ci imponga di riaprire un carcere all'Asinara quando noi vogliamo lì un parco regionale? Possiamo tollerare che continuino a costruire carceri di massima sicurezza sul nostro territorio per esportare malavitosi?»

Dal secondo dopoguerra avete stretto varie alleanze, partecipando a coalizioni di centro, centrosinistra e di centrodestra. Alle politiche del 2006 vi alleaste nella lista del Patto per le autonomie sotto le insegne di Lega Nord e Mpa. Rifarebbe quella scelta?
«Fu un'alleanza tecnica che qualcuno volle strumentalizzare. Ci diedero diritto di tribuna dopo un tradimento da parte dell'attuale Pd. Qualcuno chiese anche le mie dimissioni ma la maggioranza del partito mi difese. Chi non lo fece se ne andò e fece una brutta fine, politicamente».

Che cosa pensa di ciò che sta accadendo oggi nella Lega?
 «Intanto penso che abbiamo teso una trappola al partito, altrimenti non mi spiegherei tutte queste telecamere nascoste. Osservo anche che per la Margherita, parlo del caso Lusi, non c'è stato tanto clamore. Premesso questo, mi sembra che le immediate dimissioni ed espulsioni nonché la reazione d'orgoglio del partito siano stati esemplari. La massiccia partecipazione alla manifestazione di Bergamo che si è tenuta nei giorni successivi allo scandalo ne è la testimonianza. È un partito vivo, che ha un'anima, contrariamente ad altri»

Come mai in tutti questi anni non avete parlato apertamente di indipendentismo?
«Non abbiamo utilizzato il termine per non spaventare molta gente nei momenti in cui non ci sembrava il momento di far passare il messaggio. Ma nella sostanza abbiamo continuato a fare scelte in quella direzione. Del resto il sistema che ci hanno imposto ci ha inquinato l'anima».

Dica la verità: l'indipendenza, concretamente, è un utopia.
«Non è vero. C'è chi sostiene che non potremmo vivere di ciò che abbiamo. Io dico: siccome non l'abbiamo mai verificato, proviamo e poi vediamo». Mettiamo che il Psd'az vinca le elezioni e conquisti il 51% dei voti. «Cesserebbe lo scopo del Psd'az, il partito avrebbe esaurito tutta la sua funzione».

Da L'Unione Sarda del 20 aprile 2012

SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE - FACEBOOK

INDIPENDENTISMO, SANNA SPIEGA LA STRADA SARDISTA

Prosegue il forum sull'indipendentismo promosso dal gruppo L'Unione Editoriale. L'ospite di oggi è Giacomo Sanna, presidente del partito sardo d'azione e capogruppo in consiglio regionale. Lo hanno intervistato per l'Unione Sarda Anthony Muroni e Fabio Manca.

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