A Roma, in
visita di stato, il
16 e 17 aprile. Lo sceicco
Hamad bin Khalifa al-Thani, 60 anni, settimo emiro del Qatar, al potere dal giugno 1995 dopo avere deposto il padre
Khalifa, e la seconda moglie, la favorita, la sceicca
Mozah,
53 anni, saranno accolti con tutti gli onori dovuti al loro rango.
Indosseranno abiti tradizionali e difficilmente potranno sfuggire al
rigido protocollo. Non passeranno inosservati neanche ai più distratti
perché tutti, d’ora in poi, dovranno fare i conti con loro che
rappresentano una
nuova potenza mondiale, sia energetico-finanziaria sia politica.
L’emiro fornisce il
10 per cento del gas consumato in Italia, diretto al terminale di rigassificazione di Rovigo (valore 1,85 miliardi di euro). E soprattutto è lui il
nuovo padrone della Costa Smeralda Holding,
il club esclusivo di ville, hotel a 5 stelle, terreni e campi da golf
che sorge su uno dei tratti di mare più famosi al mondo: lo ha pagato
quasi 700 milioni di euro, attraverso il fondo sovrano di investimenti
del Qatar. A venderglielo è stato il suo amico e socio di affari
Tom Barrack,
a corto di finanziamenti per ricapitalizzare con altri 400 milioni di
euro l’intero consorzio, che ha bisogno di rinnovarsi e di rilanciarsi.
La recessione globale non ha nemmeno sfiorato l’emirato, che continua ad avere un’
impetuosa crescita del prodotto interno lordo (oltre il 17 per cento nel 2011) ed è anche il più ricco al mondo grazie all’
aumento della produzione del gas naturale liquefatto e ai
progetti di investimenti in infrastrutture per oltre 100 miliardi di dollari, in vista di una serie di eventi sportivi di sicuro richiamo, come i
Campionati mondiali di calcio del 2022, quelli di
palla a mano del 2015 e la candidatura alle
Olimpiadi del 2020.
I
movimenti di protesta del mondo arabo non si sono avvertiti a Doha, la
capitale che vuole togliere il primato dei grattacieli a Dubai, grazie
al riconosciuto paternalismo pragmatico della famiglia al- Thani, che
ha aumentato i salari e i benefit assistenziali per prevenire qualsiasi
focolaio di tensione.
L’emiro, che ha una fortuna personale di
2,4 miliardi di dollari,
dedica buona parte della sua giornata a incontrare qualsiasi cittadino
che abbia da esporgli una lamentela, la richiesta di soldi per
l’università dei figli, il mutuo straordinario per comprare una casa
agli eredi. La sceicca Mozah completa l’opera con la sua
Qatar foundation (sponsor fra l’altro del
Barcellona calcio) e la
Città dell’educazione, dove ha attratto le migliori università americane.
Il terzo membro del triumvirato, lo sceicco
Hamad bin Jassim al-Thani,
lontano cugino dell’emiro e primo ministro nonché ministro degli
Esteri, si dedica allo sviluppo sociale e agli investimenti
internazionali, attraverso la Qatar investment authority, il fondo
sovrano di 75 miliardi di dollari che ha investito nel colosso
automobilistico
Volkswagen, nella banca inglese
Barclays, nei grandi magazzini
Harrods, a Londra, nella casa editrice
Lagardère e nella squadra di calcio del
Paris Saint-Germain.
In
politica estera l’emiro è stato così abile da trasformare la primavera
araba nella rampa di lancio della sua proiezione diplomatica. Grazie
all’emittente
all-news Al-Jazeera, da lui finanziata,
che è riuscita a far da motore alla rabbia popolare in Egitto, in
Tunisia, in Libia e, più recentemente, in Siria, ha usato tutti gli
strumenti del soft power, della finanza, della diplomazia e della
potenza paramilitare dei servizi segreti e delle truppe speciali per
riempire il vuoto strategico e per accreditarsi come il
monarca riformista che ha cacciato i presidenti autocrati (
Hosni Mubarak in Egitto e
Zine el-Abidine Ben Ali in Tunisia), i dittatori (come
Muammar Gheddafi) e ora anche i leader più sanguinari, come
Bashar al-Assad
in Siria. Alla Casa Bianca lo chiamano il “Kissinger del Medio
Oriente”, per quel pragmatismo dalle cosiddette “ambiguità costruttive”
che è la sua caratteristica principale. Con enorme spregiudicatezza
l’emiro ha offerto da anni e gratuitamente
due basi militari al comando centrale americano
(Al-Udeid e Camp As-Saliyeh, che ospitano 40 mila soldati Usa e hanno
giocato un ruolo chiave nella campagna irachena del 2003 e in quella
afghana).
Nello stesso tempo, a Doha, basta entrare negli
hotel più rinomati, come il Four Seasons, il Ritz e lo Sheraton, per
incontrare, in un’atmosfera da film
Casablanca, delegazioni di capiclan della nuova Libia, dissidenti siriani, tribù yemenite, esponenti di Hezbollah e leader di Hamas (come
Khaled Mashaal,
che si è trasferito in Qatar dopo avere abbandonato in fretta e furia
Damasco), addirittura talebani doc, che hanno avuto l’autorizzazione ad
aprire un ufficio per le trattative con il governo ufficiale di
Hamid Karzai.
I
diplomatici qatarini hanno imposto le loro mediazioni in Africa
orientale con l’obiettivo di stabilizzare un’area cruciale per la
propria sicurezza e intensificare la presenza economica nell’intera
regione. Il successo più rilevante è stato l’
accordo fra il governo sudanese e il movimento Liberazione e giustizia per la pace nel Darfur. Anche i rapporti con
Israele
sono intensi nonostante la chiusura dell’ufficio commerciale dello
stato ebraico a Doha, decisa nel 2009, dopo l’invasione di Gaza.
Dorme poco l’emiro, e veglia molto sui
movimenti islamisti,
convinto com’è che i partiti religiosi e conservatori filo Islam alla
fin fine risulteranno i veri vincitori delle rivoluzioni arabe. Con
loro, sostiene nei colloqui con i diplomatici americani ed europei,
bisognerà fare i conti perché rappresentano una fetta significativa
dell’opinione pubblica nel mondo arabo. “
Meglio coinvolgerli nel processo politico che marginalizzarli” ripete.
Agli
occhi dell’emiro le luci della ribalta sul palcoscenico internazionale
sono essenziali per la sopravvivenza sociale e politica del Qatar come
stato indipendente nel Golfo Persico, stretto fra i due giganti Arabia
Saudita e Iran. Ecco perché il “grande mediatore” continua la sua
campagna di consenso internazionale grazie alle sue riserve di
idrocarburi (le terze al mondo dopo Russia e Iran) e agli investimenti
diversificati.
Mancava l’Italia nel puzzle qatarino.
L’emiro ce l’ha messa tutta per accreditarsi così come ha fatto in Gran
Bretagna e in Francia: ha finanziato un
gasdotto da 1,2 miliardi di euro nel Mar Adriatico assieme alla Edison, ha acquistato l’
hotel Gallia di Milano e
ha tentato di mettere le mani sul petrolchimico dell’Eni, ha cercato
di comprare una quota dell’Enel Green Power e ha puntato diretto su
Venezia per aiutare la città tanto amata dalla moglie. Ma ogni volta è
stato deluso «da un certo tipo di
resistenza del mondo economico e delle lobby politiche
che sono difficili da penetrare e non aperte alla competizione, per non
parlare dell’oneroso sistema fiscale e dei grovigli della burocrazia»
si è lamentato recentemente il quotidiano locale
The Peninsula, riflettendo le frustrazioni dell’élite imprenditoriale.
Ora
ci prova direttamente l’emiro a infrangere tutte le barriere e a
rilanciare la partnership italo-qatarina. In fin dei conti il parco
industriale italiano nel Qatar è già ultimato e aspetta solo lo sbarco
delle imprese italiane per poter essere inaugurato. Quanto agli affari
in Italia, beh, non c’è che da scegliere.
(Pino Buongiorno)
Tratto da Panorama.it del 16 Aprile 2012