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giovedì 26 luglio 2012

GALSI - Claudia Zuncheddu: "l’ennesima beffa ai danni della Sardegna"

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 13 luglio 2012 alle ore 12.47 ·
 



Il progetto Galsi è in bilico. L’ultima parola spetta al gruppo energetico algerino Sonatrach che ha fatto slittare ogni decisione a novembre. L’annuncio è arrivato ieri per voce di Abdelhamid Zerguine, presidente e direttore generale della società. Il numero uno della Sonatrach ha parlato di “contrasti ” che sarebbero nati sul costo da applicare al combustibile: per gli altri soci della Galsi spa andrebbe calcolato in base alle quotazioni del petrolio, ipotesi respinta dagli algerini. Che mandano l’ultimatum: «Possiamo impegnarci», afferma Zerguine, «se abbiamo dei contratti chiusi, la quantità del metano è lì. Non possiamo investire senza garanzie». Tradotto, saranno gli algerini a decidere se i 900 km di tubi carichi di metano si faranno: senza la Sonatrach il gasdotto rischia di rimanere solo sulla carta. Infatti il colosso algerino non solo ha la materia prima, il gpl, ma è in possesso del 41% delle quote della Spa Galsi, le altre sono spalmate tra Edison (20%), Enel (15%), Sfirs (11%, controllata dalla Regione Sardegna) e gruppo Hera (10%).

LA REGIONE CI CREDE ANCORA
«È la terza volta che il gruppo algerino fa retromarcia», attaccano gli indipendentisti di A Manca Pro s’Indipendentzia, «forse temendo ulteriori problemi legali che affosserebbero del tutto un gruppo già pesantemente inquisito». Di sicuro la regione Sardegna scommette, e molto, sulla realizzazione del mega impianto. Oltre ad essere proprietaria, tramite il braccio finanziario della Sfirs dell’ 11% delle azioni, ha stanziato 150 milioni nell’ultima finanziaria: per il 2012 sono sul piatto 38 milioni, altri 112 complessivi sono pronti per il 2013 ed il 2014. Non sono gli unici finanziamenti: tutta l’opera costerà intorno ai 4 miliardi di soldi pubblici. L’idea del grande metanodotto prende forma nel 2001 con l’accordo siglato tra Italia e Algeria. L’obiettivo era chiaro: metanizzare l’isola, dove ci sono molte industrie energivore, per far abbassare il prezzo del gpl, visto che quello sardo viene pagato a caro prezzo. Gli sconti sulla bolletta vengono stimati tra il 30 ed il 40% in meno, senza contare la possibilità di tutti i comuni di allacciarsi all’enorme tubo per utilizzare il gpl.

E se Pd e Pdl sono comunque d’accordo nel sostenere che il metanodotto sarà un vantaggio per l’isola, contro si schierano gli indipendentisti, appoggiati anche dai cittadini che hanno messo su un comitato. Troppe le zone d’ombra per gli oppositori, rispetto ai vantaggi, denunciate a chiare lettere anche dalla consigliera regionale Claudia Zuncheddu. Intanto l’esproprio di fette di terra sarda: 2000 ettari strappati saranno considerate servitù di passaggio, in pratica zone espropriate e pagate a prezzi più bassi. Non solo, i 600 km di tubi sottomarini rischiano di mettere in pericolo l’ambiente marino e come se non bastasse, è dubbia la possibilità di collegamento alla rete dei 38 comuni per la mancanza della progettazione degli allacci. Insomma, l’ennesima beffa ai danni della Sardegna, l’annuncio di Zerguine forse mette uno stop non di poco conto.
Francesca Ortalli

Da Sardegna Quotidiano del 13 luglio 2012

A MANCA PRO S'INDIPENDENTZIA: «È LA CONFERMA CHE IL GALSI È UN BIDONE COLONIALE»

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 13 luglio 2012 alle ore 12.03 ·
 



Nuove ombre sul futuro del Galsi. Per sapere se il gasdotto sarà realizzato bisognerà aspettare novembre, quando Sonatrach, il gruppo energetico algerino, chiarirà se investire o meno nel progetto.

IL RINVIO La novità è arrivata ieri quando il presidente e direttore generale della società nordafricana, Abdelhamid Zerguine, ha annunciato di voler rinviare a novembre qualsiasi decisione sull'opportunità di abbandonare o sviluppare il progetto sul metanodotto che dovrebbe collegare Algeria e Italia, passando per la Sardegna. Zerguine ha infatti detto che gli investitori, compresa Sonatrach (che ha il 41,6% di Galsi), non hanno ritenuto utile, al momento, impegnarsi nell'opera che, a regime, dovrebbe fare arrivare in Italia circa otto miliardi di metri cubi di gas. Gli investitori vogliono certezze sull'investimento. La Regione però ridimensiona la notizia e spiega che «la decisione risale allo scorso marzo ed è stata obbligata vista la mancanza dell'autorizzazione unica italiana», ha sottolineato Tonino Tilocca, presidente della Sfirs (che ha quasi l'11% del capitale di Galsi spa, la società che deve realizzare il gasdotto). Il ministro alle Infrastrutture, Corrado Passera, aveva però assicurato alla Regione che il documento sarebbe arrivato entro l'estate.

MOTIVI La decisione di Sonatrach potrebbe ora allontanare la realizzazione dell'opera che soltanto un mese fa sembrava molto vicina a diventare realtà. Ai primi di giugno era stato il ministro del petrolio algerino, Youcef Yousfi, a sottolineare la volontà del governo africano di voler andare avanti col progetto, tanto da dettare addirittura i tempi: un anno per la conclusione degli studi esecutivi e altri tre per la realizzazione dell'opera. Il cambio di rotta, per Zerguine, ora deriva da contrasti tra gli investitori, in particolare sulla «formula del prezzo che», ha spiegato, «gli altri soci vogliono imporre al suo gruppo». «Possiamo impegnarci», ha proseguito, «se abbiamo dei contratti chiusi», auspicando che cessino le pressioni sui prezzi. I contrasti sarebbero legati soprattutto al meccanismo di indicizzazione dei prezzi in base alle quotazioni del petrolio che da parte algerina non viene considerata praticabile. «Pensiamo», ha aggiunto ancora Zerguine, «che non dobbiamo investire senza che tali investimenti non siano garantiti e protetti».

REAZIONE Per la sinistra indipendentista la decisione «è la conferma che il Galsi è un bidone coloniale», si legge in una nota di A Manca pro s'Indipendentzia. «Abbiamo sempre denunciato il carattere propagandistico del progetto e smascherato come non sia prevista la metanizzazione dell'Isola».
(Annalisa Bernardini)

Da L'Unione Sarda del 13 luglio 2012

GALSI: GLI ALGERINI VOGLIONO VENDERE IL GAS AD UN PREZZO FISSO, NON REGALANO NIENTE!

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno venerdì 13 luglio 2012 alle ore 11.47 ·
 



Nell’ovattato linguaggio della diplomazia energetica è una condanna senza appello, sia per il tono che per le ragioni scelte. Sonatrach, la società dello stato algerino che detiene il 41,6 per cento del Galsi, il gasdotto che dovrebbe collegare l’Africa con l’Italia passando per la Sardegna, ha deciso di rinviare a novembre ogni decisione sull’opportunità di abbandonare o sviluppare il progetto. Abdelhamid Zerguine, presidente e direttore generale di Sonatrach, ha «rivelato per la prima volta» (parole citate dall’agenzia di Stato algerina) che «la decisione di avviare l’intervento è stata ritardata in ragione delle formule di prezzo che i soci volevano imporre a Sonatrach.

Non faremo alcun progresso sino a che la decisione sui prezzi non sarà assunta». Uno stop preoccupante. Sonatrach, peso massimo (11°) nel mercato mondiale degli idrocarburi, con un giro d’affari di 77 miliardi di dollari nel 2011, con il nuovo presidente da dicembre sta, lentamente ma decisamente, modificando le sue strategie. Una riprova si ha con i progetti nei prossimi anni per due rigassificatori con una capacità di 12 miliardi di metri cubi l’anno, un terzo superiore alla capacità dello stesso Galsi.

Il gas trasportato via mare, rispetto alle condotte fisse, ha il vantaggio di poter essere immesso su un mercato senza barriere e con prezzi variabili. I retroscena. La scelta di Sonatrach fa emergere un contrasto allo stato attuale non risolvibile.

Gli algerini vogliono vendere il gas ad un prezzo fisso, con contratti, con la formula protetta del take or pay, anche decennali. I soci commerciali e industriali di Sonatrach in Galsi (Enel, Edison ed Hera) viste le oscillazioni e il ribasso progressivo del prezzo del gas vogliono invece un prezzo libero, ancorato ad alcuni parametri, come il prezzo del petrolio, il costo del kilowatora prodotto dalle centrali a ciclo combinato, il prezzo medio del gas trasportato via nave. Gli algerini, per i quali il gas rappresenta l’unica consistente fonte di reddito sui mercati mondiali, sono però avversari tenaci e ribadiscono che il sistema dei prezzi fissi a lungo termine è per loro l’unica garanzia.

Ma perché novembre è il mese delle decisioni definitive? Una lettura ottimista lega quel periodo al possibile arrivo dell’autorizzazione finale sui lavori; solo dopo quel passaggio si potrà ufficialmente avviare il progetto. Ma c’è una diversa versione che lega novembre ad altre scelte. La Russia. A irrompere sulla scena, con la sua dirompente capacità persuasiva, è stato il presidente russo Putin. Lo scorso marzo Putin è atterrato ad Algeri per chiudere un accordo miliardario di compravendita di armi all’esercito algerino: 7 miliardi di dollari, pagati però non direttamente ma con un accordo energetico che vede Mosca nel settore gas algerino e collaboratrice con la stessa Algeria per operare al meglio nel mercato europeo.
 Secondo indiscrezioni tra gli accordi ci sarebbe stata anche la cessione di una quota di Sonatrach in Galsi, ma solo per fermare il progetto.
E sempre a novembre, ha annunciato Putin lo scorso giugno, partiranno i lavori per la realizzazione del South Stream, il gasdotto che dalla Russia passando per il mar Nero arriverà nei Balcani e poi toccherà Trieste.

Questo gasdotto vede la attiva, radicata e decisiva partecipazione di Eni. L’Eni. Il cane a sei zampe in questi anni ha percorso una propria politica energetica di diversificazione delle fonti e di presenza sui principali bacini estrattivi e commerciali. Una politica molto oculata, da sempre parallela alla diplomazia ufficiale, che non ha mai considerato il Galsi come strategico, sia per le dimensioni del progetto che per lo spirito con cui il Galsi è nato. Ma tutto ciò non significa che Eni non abbia ottimi rapporti con gli algerini, che riforniscono il nostro paese con il gasdotto che dalla Tunisia arriva alla Sicilia. Il punto è che il Galsi (primo metanodotto non controllato dall’Eni che potrebbe approdare nel nostro territorio), sia per le ridotte capacità che per gli squilibrati rapporti di forza nella compagine azionaria non ha mai trovato favorevole l’Eni, decisa nel procedere con il South Stream, strategico più del Galsi.

La Regione. In questo scontro di pesi massimi, la Regione recita il ruolo della formica. E aspetta che altri prendano le decisioni finali. Il suo peso in Galsi è limitato, solo il 10 per cento con la Sfirs, ma soprattutto è ridotta la sua capacità politica per spostare gli equilibri tra gli interlocutori. Così si spiegano le parole prudenti e accorte del presidente della Sfirs Antonio Tilocca: «Tecnicamente la scelta degli algerini, partner capacissimi e scrupolosi, è corretta: solo dopo novembre si potrà prendere la decisione definitiva sul Galsi. Certo le dinamiche sui criteri per la scelta dei prezzi fanno parte delle relazioni tra le parti, ma ritengo che se i nostri principali partner avessero voluto lasciare il tavolo lo avrebbero già fatto. Sono ancora seduti e stanno trattando. Già questo è un buon segno». Sarà.
(Giuseppe Centore)

Da La Nuova Sardegna del 13 luglio 2012

giovedì 12 luglio 2012

SU PROGETTO GALSI ALGERINA SONATRACH DECIDERA' A NOVEMBRE

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno giovedì 12 luglio 2012 alle ore 0.28 ·
 



Decisione socio maggioritario in funzione dei prezzi del gas

Il gruppo pubblico algerino Sonatrach ha fatto sapere che decidera' in novembre se mantenere o abbandonare il progetto di gasdotto Galsi che nei programmi dovrebbe collegare l'Algeria all'Italia passando dalla Sardegna, in funzione delle discussioni sui prezzi del gas a lungo termine (contratti take or pay).

Il progetto, oltre alla Sonatrach con il 41,6%, vede fra i soci il gruppo Edison con il 20,8%, Enel con il 15,6%, Hera con il 10,4% e la finanziaria regionale sarda Sfirs con l'11,6%.

"La decisione finale per la realizzazione del Galsi sara' presa a novembre" ha dichiarato Abdelhamid Zerguine, numero uno del gruppo algerino.

Da T. L. it  del 11 luglio 2012

venerdì 15 giugno 2012

IN SARDEGNA, CHI E' CONVINTO CHE CON IL METANO ARRIVA IL LAVORO ...NON CONOSCE LA DELOCALIZZAZIONE INDUSTRIALE

Me ne vado a est: imprenditori nei Balcani 

Me ne vado a est: imprenditori nei Balcani
All'interno di una fabbrica in Serbia - Gughi Fassino

Per ogni imprenditore italiano che cerca fortuna in Cina ve ne sono quattro che investono e si spostano nell'Europa dell'Est. Ora un libro a firma di Matteo Tacconi e Matteo Ferrazzi ne racconta la storia

Migliaia di imprese italiane hanno deciso e continuano a decidere di portare parte o l'intera produzione della propria azienda “a Est”. E non stiamo parlando di posti molto lontani ma del 'nostro Est', la parte di Europa che si è aperta al mercato con il crollo del muro di Berlino e che si è scoperta innamorata dei marchi italiani.
Esistono pochi numeri o dati economici di questo fenomeno, spesso sottovalutato. Ma gli imprenditori italiani che traslocano in Polonia, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Serbia e oggi anche Moldova, sono 4 volte quelli che tentano la fortuna in Cina.

Esce in questi giorni un libro che racconta la storia degli italiani che investono in questa parte di mondo, si chiama Me ne vado a Est. Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista, per Infinito edizioni. Gli autori sono Matteo Tacconi, giornalista freelance che segue i Balcani, l’Europa centro-orientale e l’area post-sovietica, con già due libri all'attivo (Kosovo: la storia la guerra il futuro, Castelvecchi 2008 e C'era una volta il muro: viaggio nell'Europa ex comunista, Castelvecchi 2009) e Matteo Ferrazzi, giornalista e analista economico per l'ufficio studi di Unicredit e Prometeia, che vanta numerose pubblicazioni sia scientifiche che divulgative su temi economici e segue da diversi anni le economie dell’Est Europeo. OBC ha incontrato Matteo Tacconi.

Perché l'imprenditore italiano va in Europa centro-orientale e nei Balcani?
Le ragioni sono molteplici, ma ve ne sono due principali. Da una parte c'è il fatto che gli imprenditori hanno sempre più la necessità di stimolare la crescita aziendale e allargare il proprio raggio d'azione, conquistando nuovi mercati, spesso meno saturi rispetto a quelli occidentali. Dall'altra c'è un problema italiano, nel senso che fare impresa nel nostro Paese sta diventando sempre più difficile e non siamo più competitivi in alcuni comparti.

Il libro 

Me ne vado ad est
di Matteo Ferrazzi e Matteo Tacconi, Infinito edizioni, 2012


Vai alla scheda descrittiva del testo nella sezione "Libreria"

Come mai?
L'Italia non cresce da dieci anni, la domanda interna è ferma e il Paese ha dei problemi strutturali giganteschi che riguardano i giovani, la scuola, le istituzioni. Davanti a questo quadro l'imprenditore cerca nuovi sbocchi.
Non bisogna pensare che ci si sposti a Est e Sudest solo perché attratti da manodopera a basso costo. Questo accadeva più che altro negli anni ‘90, molto meno ora. Il nostro libro, comunque non è una difesa a spada tratta di chi ha tentato la via dell’Est. Nient’affatto. Un’azienda che chiude, lasciando i lavoratori senza stipendio, non è una buona notizia. Però è giusto parlarne, bisogna evitare di mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi.
La migrazione a Est non deve stupire, perché ci sono sempre cause pregresse. Prendiamo la Fiat. Produce ormai più auto in Polonia che in Italia. Questo già da parecchi anni. Ma quando fu annunciato un altro investimento all’estero, in Serbia, tutti sono rimasti a bocca aperta, mentre era evidente che la situazione produttiva in Italia, pessima, indicava questa prospettiva.
Qual è lo stato di salute della presenza Fiat in Serbia?

Programma SeeNet II 

Nell'ambito del programma di cooperazione decentrata SeeNet II sono numerose le iniziative volte a sostenere le PMI e la cooperazione imprenditoriale transfrontaliera. Nello specifico ci si concentra sulla crescita transnazionale dei sistemi produttivi locali integrati e sul rafforzamento delle PMI, settori guidati nell'ambito di SeeNet II rispettivamente dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dalla Toscana. I partner tecnici italiani sono Informest e Oxfam Italia, e numerosi sono quelli nei Balcani occidentali.
Nel 2008 c’è stato un primo annuncio dell’investimento a Kragujevac, con la creazione di una compagnia mista, con due soci: la Fiat (di maggioranza) e lo stato serbo (di minoranza). Poi nel 2010 la notizia è balzata finalmente sulle prime pagine dei giornali italiani e nel dibattito politico.
Qualche settimana fa gli stabilimenti hanno iniziato ufficialmente a lavorare. In questi quattro anni, a leggere le cronache, ci sono state alcune lungaggini burocratiche e qualche vertenza sindacale. Questo indica che la Serbia non è solo una “terra di conquista”. Le organizzazioni sindacali sanno farsi sentire. È chiaro, comunque, che quello di Kragujevac è un investimento cospicuo, destinato a intensificare fortemente i rapporti tra l’industria italiana e i Balcani.
Perché Belgrado attira tutti questi investimenti italiani?
La Serbia ha costi di produzione vantaggiosi e lo stato, nonché le autorità locali, offrono forti incentivi fiscali e produttivi alle aziende italiane che investono. In prospettiva, tuttavia, non è detto che questo invogli a radicarsi a tempo indeterminato in Serbia. Il mercato cambia, le condizioni di produzione pure.
Come valutate le recenti dichiarazioni del ministro Fornero, che ammonisce le aziende a “non fuggire in Serbia”?
Non crediamo che gli industriali italiani siano molto interessati a seguire ammonimenti di sorta. Il flusso di aziende italiane verso la Serbia è notevole e dubitiamo possa fermarsi così, da un momento all’altro. Ma ricordiamoci che non si tratta solo e sempre di spostamenti produttivi. I due terzi degli investimenti esteri a Est sono finalizzati a servire il mercato locale, meno di un terzo è riconducibile a forme, parziali o totali, di delocalizzazione.
Quali sono le altre roccaforti italiane nel Sudest europeo?
La Romania rimane al primo posto e Timişoara, spicchio di Nordest trapiantato in terra romena, resta un caso sui generis. La Serbia è la nuova frontiera. Abbiamo una buona presenza imprenditoriale anche in Bosnia, dove nel distretto speciale di Brčko ci sono molte imprese a capitale italiano. In Croazia fatichiamo ancora un po’, mentre stiamo crescendo in Turchia. Andiamo forte anche in Bulgaria, mentre non si rileva una presenza così massiccia in Macedonia. Il quadro, grosso modo, è questo.
Il nuovo eldorado?
Forse la Moldova. Sotto molti aspetti ricorda la Romania degli anni ’90 e diverse aziende venete stanno cercando di fare affari a Chişinău e dintorni. La cosa che parzialmente scoraggia è la questione della Transnistria, che porta instabilità.
Sono più le piccole imprese o anche le aziende di grandi o medie dimensioni a spostarsi nei Balcani? Che vita hanno queste imprese, sia in termini di tempo che di profitti? 
Ci sono sia le grandi imprese, che si spostano all’estero più agevolmente grazie a risorse importanti, sia le piccole. Queste solitamente agiscono in ambito territoriale, ma quando vanno fuori, vanno quasi esclusivamente a Est, con la Romania che è la principale meta. Seguono il più delle volte i propri clienti e fornitori, già radicati all’estero. Su durata, profitti e altro ne sappiamo ancora poco, invece. Il fenomeno è relativamente recente. C’è molto da studiare.
Com’è nato questo libro?
Ci sentiamo periodicamente, discutendo di Est e scambiandoci idee. Durante una di queste conversazioni Matteo Ferrazzi mi ha detto che aveva iniziato a scrivere questo libro, sulla scorta delle sue esperienze professionali a Est. Mi ha chiesto di collaborare e ho accettato subito, concordando sull’idea di usare la lente dell’economia e degli investimenti per raccontare l’Europa centrale, orientale e balcanica. Su queste regioni c’è ancora troppa sottoesposizione mediatica. Il grande paradosso è che c’è una parte di Paese che s’interessa a fondo di queste terre (il mondo imprenditoriale, ma anche studenti e normali cittadini) e una che inspiegabilmente è in letargo (la stampa). Abbiamo così pensato di colmare questo lato.

Intervista del TG3 a Bustianu Cumpostu leader SNI e Giacomo Meloni della CSS

 Consultazione Galsi promossa da Sardigna Natzione e CSS
intervista del TG3 a Bustianu Cumpostu leader SNI e Giacomo Meloni della Confederazione Sindacale Sarda

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sabato 26 maggio 2012

Metanodotto Sardegna-Algeria, il fronte del ‘no’ boccia il progetto: «Inutile»


 



                                        giovedì, 24 maggio 2012
 
 
 


La Sardegna sarà percorsa da un tubo lungo 272 chilometri. Lo prevede il progetto GALSI, il gasdotto Algeria-Italia via Sardegna, che dovrebbe portare il gas nelle case dei sardi. Ma non tutti sono d’accordo con il progetto, da tempo infatti è nato il fronte del no: secondo i contrari mancherebbe un piano per la costruzione delle “bretelle” per collegare i Comuni della Sardegna con l’arteria principale che trasporterà il metano.

CAGLIARI -  Il piano di metanizzazione del mezzogiorno è degli anni 80, ma ancora oggi il sistema energetico sardo è dipendente dal petrolio (77%) e dal carbone(19%). Tutta la penisola italiana è dotata di gasdotti che consentono l’approvvigionamento del gas, sia per l’uso domestico, sia per adoperarlo in campo industriale. La mancanza di un metanodotto in Sardegna è uno dei motivi che ha causato l’innalzamento del prezzo del gpl, al momento unico gas a disposizione nell’isola. Si parla di un’impennata del prezzo fino a 15 euro, rispetto agli altri abitanti nelle varie zone d’Italia. Per aver la certezza, basta fare una breve ricerca: a Roma una bombola di Gpl da 15 chili costa 24 euro circa, contro i 34-36 euro per quanto riguarda Cagliari. Un’altra causa è prettamente economica: la mancanza di un gasdotto ha permesso alle società che gestiscono il gas di far cartello e imporre un prezzo più alto della media. Società come Butangas e Liquigas sono state sanzionate nel 2010 dall’Antitrust per aver creato un oligopolio a danno dei consumatori finali.
Progetto GALSI. Il progetto che dovrebbe risolvere definitivamente il problema energetico si chiama Galsi e nasce da un accordo stipulato nel 2001 tra Algeria e Italia, con l’intento fondamentale di “metanizzare” la regione e creare un collegamento diretto con la penisola italiana. Diversi partiti politici sardi si sono schierati a favore del progetto, ritenendolo un’opportunità per Comuni, centri storici, artigianato, consorzi industriali e per le industrie energivore sarde. In sintesi secondo la politica, dando il via alla costruzione del metanodotto si risolverebbe il grave problema in materia di energia della Sardegna, e cioè quello di dipendere unicamente da un'unica fonte primaria.
Viaggio del metanodotto e dati tecnici. La Galsi S.p.a. è finanziata da cinque soci: Sonatrach (41%), Edison (20%), Enel (15%), SFIRS (11%, controllata dalla Regione Sardegna) e Gruppo Hera (10%). Il percorso del Galsi, comincerà nella stazione di compressione di Koudiet Draouche in Algeria. Da lì il gas verrà canalizzato in un tubo che percorrerà il mare, fino ad arrivare in Sardegna, in località Porto Botte. Il gas passerà poi via terra percorrendo tutta la Sardegna fino a Olbia, nei territori di circa 40 comuni. Da Olbia il gasdotto si ributterà in mare fino a Piombino in Toscana, allacciandosi alla rete gas nazionale.
Sarà lungo 272Km e posato 3 metri sotto terra, con una capienza di 8 miliardi di metri cubi all’anno. Ci sarà una messa in sicurezza minima obbligatoria di 40 metri sia a destra che a sinistra del tubo, quindi più di 2000 ettari di terra saranno considerati servitù di passaggio. Il sito Galsi insieme all’AIEE(Associazione Italiana Economisti per l'Energia) assicurano che la costruzione del gasdotto “significherà un abbattimento delle bollette energetiche, con risparmi del 30-40% per le famiglie e per le imprese sarde”.
Il fronte dei NoGalsi. Ma c’è chi si è mobilitato concretamente contro questo progetto, ritenendolo inutile e con il solo intento speculativo, soprattutto dannoso per l’ambiente. Oltre al gruppo politico degli Indipendentistas, fortemente contro il Galsi, semplici cittadini hanno esaminato e studiato i prospetti e hanno deciso di formare gruppi e comitati per informare la popolazione: «Quello che ci rammarica di più – spiega Sergio Diana del comitato ‘ProSardegnaNoGasdotto’ – è che i politici sardi non hanno a cuore gli interessi della Sardegna. Noi abbiamo letto il progetto, con l’aiuto di biologi, ingegneri, avvocati. Quello che stanno cercando di costruire in 2 anni è un mostro di 4 miliardi di euro».
Nel sito Galsi.com si legge: La Regione Sardegna direttamente ed attraverso la SFIRS, che è azionista del consorzio Galsi, si è impegnata per garantire che la realizzazione delle reti di gas locali e le interconnessioni alla dorsale Galsi siano ultimate parallelamente alla messa in funzione del metanodotto per consentire agli utenti sardi di beneficiare del metano non appena sarà disponibile.
«E’ proprio questa la beffa - continua Sergio Diana - al di là di un danno ambientale, non esiste nessun progetto per la creazione delle bretelle che consentano il collegamento alle 38 reti cittadine sarde. Queste bretelle, ci tengo a precisarlo, costano quanto l’intero progetto Galsi. La Sardegna quindi sarà solo una servitù di passaggio e non avrà il gas. Ci hanno promesso che le bretelle verranno costruite parallelamente con i lavori del gasdotto. Impossibile, visto che non c’è l’idea di progettarle».

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venerdì 4 maggio 2012

“Il metano ti da una mano, se ti devi suicidare col gas……”.

 
Galsi o galno: ormai sembra proprio di si, il galsi Sardegna si farà, l’isola verrà sventrata per tutta la sua lunghezza per accogliere il gasdotto che dall’Africa approvvigionerà metano all’Italia. Sembrerebbe un passo avanti per la nazione italiana e per quella sarda: maggiori disponibilità di questa fonte energetica e la possibilità di non dipendere del tutto dai quasi monopolisti paesi dell’est (Russia). Altri vantaggi: nessuno.
Gli svantaggi invece sono plurimi e ben evidenti a chi non ha come priorità quello di imporre e gestire grandi opere e il soddisfare selvaggiamente la sempre maggior sete, spesso spreco, di energia.

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sabato 28 aprile 2012

LA POLITICA ENERGETICA DEI "TECNICI" E GLI IDROCARBURI ITALIANI

Da tempo il ruolo assegnato all'Italia (purtroppo non contrastato ai tempi del centrosinistra di Prodi-Bersani) sembrerebbe quello di diventare il terminale di grandi interconnessioni per i flussi di petrolio e di metano dalla Turchia (progetto ITGI), dall'Algeria (progetto GALSI), dalla Russia, dall’Albania e sede di rigassificatori che ne farebbero la piattaforma di transito e di stoccaggio per l’Europa. Una politica energetica “low carbon” verrebbe così compromessa e la spinta referendaria metabolizzata dal freddo calcolo dei banchieri al Governo.
 TESTO ORIGINALE 



domenica 22 aprile 2012

GALSI, IL METANODOTTO RIACCENDE LE POLEMICHE

Si ritorna a parlare del Galsi. A organizzare il dibattito sulla metanizzazione dell'Isola sono stati Sardegna Democratica, Rossomori, Italia dei Valori, La Sinistra, Circolo Lussu di SEL, che esprimono posizioni sostanzialmente favorevoli alla realizzazione del progetto. Di gas in Sardegna si parla infatti fin dagli anni Ottanta.Ora il sogno, o l'utopia, della reale diversificazione delle fonti del fabbisogno energetico sembra agli organizzatori del convegno - coordinato dal direttore della «Nuova» Paolo Catella - a un passo dall'essere raggiunto.

Per Giampaolo Diana, capogruppo del PD in Consiglio Regionale, il metanodotto «s'ha da fare», dato che la sua assenza rappresenta una forte diseconomia. Gesuino Muledda di Rossomori e l'ex Presidente della Regione Renato Soru vedono nel metanodotto una scelta fortemente voluta e non subita.
Esprime invece una posizione di riflessione Vincenzo Pillai di Rifondazione Comunista.

Ma è nell'esposizione delle criticità del progetto che il dibattito si accende. A dare fuoco alle polveri è Sergio Diana, del blog «Pro Sardegna, NoGasdotto», che chiede conto del costo di collegamento del Galsi alle reti cittadine che secondo quanto sostiene sarà di quattro miliardi di euro. Una cifra enorme e senza copertura. Diana prosegue chiedendo conto dell'impatto ambientale dell'opera per la quale sono previste fasce di rispetto da 40 fino a 100 metri.

Ne ha per tutti Diana, e contesta la relazione dell'esperto di combustibili Lorenzo Mocci, sostenendo che sia fatta su un progetto vecchio e quindi inutile. La VIA, la Valutazione di Impatto Ambientale, a suo avviso è stata affrettata attraverso la procedura d'urgenza e per ciò che concerne la posidonia oceanica - indispensabile all'ecosistema marino - ci si è accorti che non era stato richiesto l'ulteriore parere necessario in quanto protetta.

Infine, riguardo al coinvolgimento obbligatorio delle popolazioni in questo tipo di decisioni, Diana afferma che mai sono state convocate riunioni al Comune di San Giovanni Suergiu, sottolineando che invece la Galsi sponsorizza la locale squadra di calcio. Per tutti questi motivi Diana, ritenendo che sussistano gli estremi di omissione d'atti d'ufficio sostiene che la battaglia contro il Galsi proseguirà in tribunale. Le repliche sono state tutte di segno opposto.

Da La Nuova Sardegna del 21 aprile 2012
Tratto da NoGalsi Cagliari

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sabato 21 aprile 2012

LA SOCIETA' GALSI RISPONDE ...


...nelle sue presentazioni GALSI non ha mai prefigurato che la Sardegna possa beneficiare di "tariffe energetiche agevolate rispetto al resto d'Europa"
(Foto di Mario Flore)



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