Per ogni imprenditore italiano che cerca fortuna in Cina ve ne sono
quattro che investono e si spostano nell'Europa dell'Est. Ora un libro a
firma di Matteo Tacconi e Matteo Ferrazzi ne racconta la storia
Migliaia di imprese italiane hanno deciso e continuano a
decidere di portare parte o l'intera produzione della propria azienda “a
Est”. E non stiamo parlando di posti molto lontani ma del 'nostro Est',
la parte di Europa che si è aperta al mercato con il crollo del muro di
Berlino e che si è scoperta innamorata dei marchi italiani.
Esistono pochi numeri o dati economici di questo fenomeno, spesso
sottovalutato. Ma gli imprenditori italiani che traslocano in Polonia,
Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Serbia e oggi anche Moldova, sono 4
volte quelli che tentano la fortuna in Cina.
Esce in questi giorni un libro che racconta la storia degli italiani che investono in questa parte di mondo, si chiama
Me ne vado a Est. Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista,
per Infinito edizioni. Gli autori sono Matteo Tacconi, giornalista
freelance che segue i Balcani, l’Europa centro-orientale e l’area
post-sovietica, con già due libri all'attivo (
Kosovo: la storia la guerra il futuro, Castelvecchi 2008 e
C'era una volta il muro: viaggio nell'Europa ex comunista,
Castelvecchi 2009) e Matteo Ferrazzi, giornalista e analista economico
per l'ufficio studi di Unicredit e Prometeia, che vanta numerose
pubblicazioni sia scientifiche che divulgative su temi economici e segue
da diversi anni le economie dell’Est Europeo. OBC ha incontrato Matteo
Tacconi.
Perché l'imprenditore italiano va in Europa centro-orientale e nei Balcani?
Le ragioni sono molteplici, ma ve ne sono due principali. Da una
parte c'è il fatto che gli imprenditori hanno sempre più la necessità di
stimolare la crescita aziendale e allargare il proprio raggio d'azione,
conquistando nuovi mercati, spesso meno saturi rispetto a quelli
occidentali. Dall'altra c'è un problema italiano, nel senso che fare
impresa nel nostro Paese sta diventando sempre più difficile e non siamo
più competitivi in alcuni comparti.
di Matteo Ferrazzi e Matteo Tacconi, Infinito edizioni, 2012
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Libreria"
Come mai?
L'Italia non cresce da dieci anni, la domanda interna è ferma e il
Paese ha dei problemi strutturali giganteschi che riguardano i giovani,
la scuola, le istituzioni. Davanti a questo quadro l'imprenditore cerca
nuovi sbocchi.
Non bisogna pensare che ci si sposti a Est e Sudest solo perché
attratti da manodopera a basso costo. Questo accadeva più che altro
negli anni ‘90, molto meno ora. Il nostro libro, comunque non è una
difesa a spada tratta di chi ha tentato la via dell’Est. Nient’affatto.
Un’azienda che chiude, lasciando i lavoratori senza stipendio, non è una
buona notizia. Però è giusto parlarne, bisogna evitare di mettere la
testa sotto la sabbia come gli struzzi.
La migrazione a Est non deve stupire, perché ci sono sempre cause
pregresse. Prendiamo la Fiat. Produce ormai più auto in Polonia che in
Italia. Questo già da parecchi anni. Ma quando fu annunciato un altro
investimento all’estero, in Serbia, tutti sono rimasti a bocca aperta,
mentre era evidente che la situazione produttiva in Italia, pessima,
indicava questa prospettiva.
Qual è lo stato di salute della presenza Fiat in Serbia?
Nell'ambito del programma di cooperazione decentrata
SeeNet II
sono numerose le iniziative volte a sostenere le PMI e la cooperazione
imprenditoriale transfrontaliera. Nello specifico ci si concentra sulla
crescita transnazionale dei sistemi produttivi locali integrati e sul rafforzamento delle PMI,
settori guidati nell'ambito di SeeNet II rispettivamente dalla Regione
Friuli Venezia Giulia e dalla Toscana. I partner tecnici italiani sono
Informest e Oxfam Italia, e numerosi sono quelli nei Balcani
occidentali.
Nel 2008 c’è stato un primo annuncio dell’investimento a
Kragujevac, con la creazione di una compagnia mista, con due soci: la
Fiat (di maggioranza) e lo stato serbo (di minoranza). Poi nel 2010 la
notizia è balzata finalmente sulle prime pagine dei giornali italiani e
nel dibattito politico.
Qualche settimana fa gli stabilimenti hanno iniziato ufficialmente a
lavorare. In questi quattro anni, a leggere le cronache, ci sono state
alcune lungaggini burocratiche e qualche vertenza sindacale. Questo
indica che la Serbia non è solo una “terra di conquista”. Le
organizzazioni sindacali sanno farsi sentire. È chiaro, comunque, che
quello di Kragujevac è un investimento cospicuo, destinato a
intensificare fortemente i rapporti tra l’industria italiana e i
Balcani.
Perché Belgrado attira tutti questi investimenti italiani?
La Serbia ha costi di produzione vantaggiosi e lo stato, nonché le
autorità locali, offrono forti incentivi fiscali e produttivi alle
aziende italiane che investono. In prospettiva, tuttavia, non è detto
che questo invogli a radicarsi a tempo indeterminato in Serbia. Il
mercato cambia, le condizioni di produzione pure.
Come valutate le recenti dichiarazioni del ministro Fornero, che ammonisce le aziende a “non fuggire in Serbia”?
Non crediamo che gli industriali italiani siano molto interessati a
seguire ammonimenti di sorta. Il flusso di aziende italiane verso la
Serbia è notevole e dubitiamo possa fermarsi così, da un momento
all’altro. Ma ricordiamoci che non si tratta solo e sempre di
spostamenti produttivi. I due terzi degli investimenti esteri a Est sono
finalizzati a servire il mercato locale, meno di un terzo è
riconducibile a forme, parziali o totali, di delocalizzazione.
Quali sono le altre roccaforti italiane nel Sudest europeo?
La Romania rimane al primo posto e Timişoara, spicchio di Nordest trapiantato in terra romena, resta un caso
sui generis.
La Serbia è la nuova frontiera. Abbiamo una buona presenza
imprenditoriale anche in Bosnia, dove nel distretto speciale di Brčko ci
sono molte imprese a capitale italiano. In Croazia fatichiamo ancora un
po’, mentre stiamo crescendo in Turchia. Andiamo forte anche in
Bulgaria, mentre non si rileva una presenza così massiccia in Macedonia.
Il quadro, grosso modo, è questo.
Il nuovo eldorado?
Forse la Moldova. Sotto molti aspetti ricorda la Romania degli anni
’90 e diverse aziende venete stanno cercando di fare affari a Chişinău e
dintorni. La cosa che parzialmente scoraggia è la questione della
Transnistria, che porta instabilità.
Sono più le piccole imprese o anche le aziende di grandi o medie dimensioni a spostarsi nei Balcani? Che vita hanno queste imprese, sia in termini di tempo che di profitti?
Ci sono sia le grandi imprese, che si spostano all’estero più
agevolmente grazie a risorse importanti, sia le piccole. Queste
solitamente agiscono in ambito territoriale, ma quando vanno fuori,
vanno quasi esclusivamente a Est, con la Romania che è la principale
meta. Seguono il più delle volte i propri clienti e fornitori, già
radicati all’estero. Su durata, profitti e altro ne sappiamo ancora
poco, invece. Il fenomeno è relativamente recente. C’è molto da
studiare.
Com’è nato questo libro?
Ci sentiamo periodicamente, discutendo di Est e scambiandoci idee.
Durante una di queste conversazioni Matteo Ferrazzi mi ha detto che
aveva iniziato a scrivere questo libro, sulla scorta delle sue
esperienze professionali a Est. Mi ha chiesto di collaborare e ho
accettato subito, concordando sull’idea di usare la lente dell’economia e
degli investimenti per raccontare l’Europa centrale, orientale e
balcanica. Su queste regioni c’è ancora troppa sottoesposizione
mediatica. Il grande paradosso è che c’è una parte di Paese che
s’interessa a fondo di queste terre (il mondo imprenditoriale, ma anche
studenti e normali cittadini) e una che inspiegabilmente è in letargo
(la stampa). Abbiamo così pensato di colmare questo lato.