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domenica 1 luglio 2012

Crisi settore ortofrutta. Copagri: "Serve un marchio"


Con l'aumento dei costi di produzione, complice anche l'aumento del prezzo del carburante, del crollo dei consumi e della concorrenza dei prodotti in arrivo dall'estero il comparto ortofrutticolo è in crisi. Per questo Copagri Sardegna ha stilato un elenco di interventi urgenti che coinvolgono in primis gli stessi produttori ma anche le istituzioni regionali e nazionali.

CAGLIARI - Tra gli interventi necessari per rilanciare il comparto ortofrutticolo Copagri ha chiesto (durante una conferenza stampa che si è svolta questa mattina a Cagliari) che gli agricoltori orientino la produzione verso prodotti ad elevato contenuto qualitativo facendo leva, in primo luogo, sulle specificità regionali riconosciute, e completare l’adeguamento strutturale e tecnologico delle aziende. I produttori dovrebbero adottare i disciplinari di produzione integrata e ampliare la produzione a DOP o IGP, biologica, integrata e completare il percorso di riconoscimento del “ pomodorino di Sardegna” ma anche semplificare la costituzione di strutture di raccolta, lavorazione e commercializzazione e la costituzione di una struttura di secondo livello.
"L'azione deve però coinvolgere anche le istituzioni perché questo settore non deve essere considerato più la cenerentola della Sardegna", ha sottolineato il presidente dell'associazione, Ignazio Cirronis. "dopo gli incontri di un anno fa, solo una settimana fa siamo riusciti a organizzare un tavolo con le organizzazioni di produttori e con la Regione ma i risultati ancora languono".
A livello regionale per Copagri, la Regione sarda può concorrere allo sviluppo del comparto garantendo l’istituzione di un osservatorio della filiera come strumento di conoscenza e programmazione, l’attuazione della riforma dei consorzi di bonifica per garantire un costo dell’acqua di irrigazione compatibile e uniforme su tutto il territorio regionale, ma ancora deve garantire una programmazione mirata e partecipata delle attività di ricerca, sperimentazione e assistenza tecnica da parte delle agenzie regionali agricole.

TESTO ORIGINALE

venerdì 15 giugno 2012

Gli egiziani della “SEMAF” in visita alla Keller

Proseguono gli incontri finalizzati al salvataggio della Keller Meccanica di Villacidro, la fabbrica che produce carrozze ferroviarie, in crisi dal 2 settembre scorso.
A Villa Devoto, sede della presidenza della Regione Sardegna, il presidente, Ugo Cappellacci e l'assessore dell'Industria, Alessandra Zedda, hanno incontrato i rappresentanti della Semaf, societa' egiziana partner della Keller (Eng. Talaat Hosni, Presidente della Semaf Factory), che fa capo alla "Arab Organization for Industrialization".
Semaf e' l'unico costruttore ferroviario egiziano, che in raggruppamento di imprese con essa si e' aggiudicata in Egitto una gara per la produzione di treni per un valore di 80 milioni di euro. La commessa sara' interamente progettata a realizzata in Sardegna. Al termine del confronto il presidente della Regione e l'assessore all'Industria hanno espresso apprezzamento per la partnership tra Italia ed Egitto con l'auspicio di una rapida definizione degli asset con la Skoda affinche' la vertenza possa concludersi con un rilancio della realta' produttiva di Villacidro. (Adnkronos)

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Granarolo acquisisce stabilimenti Podda. Arborea si espande. Quali considerazioni?

11 giugno, si chiude l’accordo Granarolo-Podda. La società italiana dovrebbe incorporare il 65% degli stabilimenti Podda SPA, lasciando ad Alessandro e Ferruccio Podda il 35% della seconda azienda lattiero-casearia dell’isola nata nel 1952.
La Podda conferirà la rete commerciale e di produzione alla Granarolo, mentre quest’ultima fornirà il servizio logistico e di distribuzione regionale all’impresa Sarda.
Partiamo da un presupposto, quando un’azienda locale diventa appetibile ad una più grande significa che ha ben operato e consolidato la propria rete commerciale nel territorio. I Podda hanno creato un eccellenza del settore che per qualità e fatturato (15 milioni di euro annui) si pone al secondo posto del mercato locale, dopo la 3A di Arborea.
Le fusioni e le acquisizioni vanno dunque valutate positivamente -a prescindere dalla nazionalità- quando puntano ad incrementare il proprio fatturato nel mercato (e possibilmente salvando tutti gli operatori coinvolti nella filiera). Ma una politica commerciale si valuta in base ai contenuti ed agli effetti che produce. Sotto questo punto di vista la linea dei Podda appare ben diversa dal gruppo 3A. Infatti, mentre la 3A nel 2012 ha avviato un piano di espansione commerciale nel nord Italia e quindi verso un nuovo mercato, i Podda hanno realizzato un accordo di segno inverso, perché sarà la Granarolo ad introdursi nel nostro mercato, con tutto ciò che consegue in termini di fatturato a vantaggio dei nuovi investitori italiani rispetto agli imprenditori Sardi.

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IN SARDEGNA, CHI E' CONVINTO CHE CON IL METANO ARRIVA IL LAVORO ...NON CONOSCE LA DELOCALIZZAZIONE INDUSTRIALE

Me ne vado a est: imprenditori nei Balcani 

Me ne vado a est: imprenditori nei Balcani
All'interno di una fabbrica in Serbia - Gughi Fassino

Per ogni imprenditore italiano che cerca fortuna in Cina ve ne sono quattro che investono e si spostano nell'Europa dell'Est. Ora un libro a firma di Matteo Tacconi e Matteo Ferrazzi ne racconta la storia

Migliaia di imprese italiane hanno deciso e continuano a decidere di portare parte o l'intera produzione della propria azienda “a Est”. E non stiamo parlando di posti molto lontani ma del 'nostro Est', la parte di Europa che si è aperta al mercato con il crollo del muro di Berlino e che si è scoperta innamorata dei marchi italiani.
Esistono pochi numeri o dati economici di questo fenomeno, spesso sottovalutato. Ma gli imprenditori italiani che traslocano in Polonia, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Serbia e oggi anche Moldova, sono 4 volte quelli che tentano la fortuna in Cina.

Esce in questi giorni un libro che racconta la storia degli italiani che investono in questa parte di mondo, si chiama Me ne vado a Est. Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista, per Infinito edizioni. Gli autori sono Matteo Tacconi, giornalista freelance che segue i Balcani, l’Europa centro-orientale e l’area post-sovietica, con già due libri all'attivo (Kosovo: la storia la guerra il futuro, Castelvecchi 2008 e C'era una volta il muro: viaggio nell'Europa ex comunista, Castelvecchi 2009) e Matteo Ferrazzi, giornalista e analista economico per l'ufficio studi di Unicredit e Prometeia, che vanta numerose pubblicazioni sia scientifiche che divulgative su temi economici e segue da diversi anni le economie dell’Est Europeo. OBC ha incontrato Matteo Tacconi.

Perché l'imprenditore italiano va in Europa centro-orientale e nei Balcani?
Le ragioni sono molteplici, ma ve ne sono due principali. Da una parte c'è il fatto che gli imprenditori hanno sempre più la necessità di stimolare la crescita aziendale e allargare il proprio raggio d'azione, conquistando nuovi mercati, spesso meno saturi rispetto a quelli occidentali. Dall'altra c'è un problema italiano, nel senso che fare impresa nel nostro Paese sta diventando sempre più difficile e non siamo più competitivi in alcuni comparti.

Il libro 

Me ne vado ad est
di Matteo Ferrazzi e Matteo Tacconi, Infinito edizioni, 2012


Vai alla scheda descrittiva del testo nella sezione "Libreria"

Come mai?
L'Italia non cresce da dieci anni, la domanda interna è ferma e il Paese ha dei problemi strutturali giganteschi che riguardano i giovani, la scuola, le istituzioni. Davanti a questo quadro l'imprenditore cerca nuovi sbocchi.
Non bisogna pensare che ci si sposti a Est e Sudest solo perché attratti da manodopera a basso costo. Questo accadeva più che altro negli anni ‘90, molto meno ora. Il nostro libro, comunque non è una difesa a spada tratta di chi ha tentato la via dell’Est. Nient’affatto. Un’azienda che chiude, lasciando i lavoratori senza stipendio, non è una buona notizia. Però è giusto parlarne, bisogna evitare di mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi.
La migrazione a Est non deve stupire, perché ci sono sempre cause pregresse. Prendiamo la Fiat. Produce ormai più auto in Polonia che in Italia. Questo già da parecchi anni. Ma quando fu annunciato un altro investimento all’estero, in Serbia, tutti sono rimasti a bocca aperta, mentre era evidente che la situazione produttiva in Italia, pessima, indicava questa prospettiva.
Qual è lo stato di salute della presenza Fiat in Serbia?

Programma SeeNet II 

Nell'ambito del programma di cooperazione decentrata SeeNet II sono numerose le iniziative volte a sostenere le PMI e la cooperazione imprenditoriale transfrontaliera. Nello specifico ci si concentra sulla crescita transnazionale dei sistemi produttivi locali integrati e sul rafforzamento delle PMI, settori guidati nell'ambito di SeeNet II rispettivamente dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dalla Toscana. I partner tecnici italiani sono Informest e Oxfam Italia, e numerosi sono quelli nei Balcani occidentali.
Nel 2008 c’è stato un primo annuncio dell’investimento a Kragujevac, con la creazione di una compagnia mista, con due soci: la Fiat (di maggioranza) e lo stato serbo (di minoranza). Poi nel 2010 la notizia è balzata finalmente sulle prime pagine dei giornali italiani e nel dibattito politico.
Qualche settimana fa gli stabilimenti hanno iniziato ufficialmente a lavorare. In questi quattro anni, a leggere le cronache, ci sono state alcune lungaggini burocratiche e qualche vertenza sindacale. Questo indica che la Serbia non è solo una “terra di conquista”. Le organizzazioni sindacali sanno farsi sentire. È chiaro, comunque, che quello di Kragujevac è un investimento cospicuo, destinato a intensificare fortemente i rapporti tra l’industria italiana e i Balcani.
Perché Belgrado attira tutti questi investimenti italiani?
La Serbia ha costi di produzione vantaggiosi e lo stato, nonché le autorità locali, offrono forti incentivi fiscali e produttivi alle aziende italiane che investono. In prospettiva, tuttavia, non è detto che questo invogli a radicarsi a tempo indeterminato in Serbia. Il mercato cambia, le condizioni di produzione pure.
Come valutate le recenti dichiarazioni del ministro Fornero, che ammonisce le aziende a “non fuggire in Serbia”?
Non crediamo che gli industriali italiani siano molto interessati a seguire ammonimenti di sorta. Il flusso di aziende italiane verso la Serbia è notevole e dubitiamo possa fermarsi così, da un momento all’altro. Ma ricordiamoci che non si tratta solo e sempre di spostamenti produttivi. I due terzi degli investimenti esteri a Est sono finalizzati a servire il mercato locale, meno di un terzo è riconducibile a forme, parziali o totali, di delocalizzazione.
Quali sono le altre roccaforti italiane nel Sudest europeo?
La Romania rimane al primo posto e Timişoara, spicchio di Nordest trapiantato in terra romena, resta un caso sui generis. La Serbia è la nuova frontiera. Abbiamo una buona presenza imprenditoriale anche in Bosnia, dove nel distretto speciale di Brčko ci sono molte imprese a capitale italiano. In Croazia fatichiamo ancora un po’, mentre stiamo crescendo in Turchia. Andiamo forte anche in Bulgaria, mentre non si rileva una presenza così massiccia in Macedonia. Il quadro, grosso modo, è questo.
Il nuovo eldorado?
Forse la Moldova. Sotto molti aspetti ricorda la Romania degli anni ’90 e diverse aziende venete stanno cercando di fare affari a Chişinău e dintorni. La cosa che parzialmente scoraggia è la questione della Transnistria, che porta instabilità.
Sono più le piccole imprese o anche le aziende di grandi o medie dimensioni a spostarsi nei Balcani? Che vita hanno queste imprese, sia in termini di tempo che di profitti? 
Ci sono sia le grandi imprese, che si spostano all’estero più agevolmente grazie a risorse importanti, sia le piccole. Queste solitamente agiscono in ambito territoriale, ma quando vanno fuori, vanno quasi esclusivamente a Est, con la Romania che è la principale meta. Seguono il più delle volte i propri clienti e fornitori, già radicati all’estero. Su durata, profitti e altro ne sappiamo ancora poco, invece. Il fenomeno è relativamente recente. C’è molto da studiare.
Com’è nato questo libro?
Ci sentiamo periodicamente, discutendo di Est e scambiandoci idee. Durante una di queste conversazioni Matteo Ferrazzi mi ha detto che aveva iniziato a scrivere questo libro, sulla scorta delle sue esperienze professionali a Est. Mi ha chiesto di collaborare e ho accettato subito, concordando sull’idea di usare la lente dell’economia e degli investimenti per raccontare l’Europa centrale, orientale e balcanica. Su queste regioni c’è ancora troppa sottoesposizione mediatica. Il grande paradosso è che c’è una parte di Paese che s’interessa a fondo di queste terre (il mondo imprenditoriale, ma anche studenti e normali cittadini) e una che inspiegabilmente è in letargo (la stampa). Abbiamo così pensato di colmare questo lato.

Podda venduta a Granarolo.



E’ del 27 maggio la notizia che Granarolo abbia concluso un accordo con la Podda di Cagliari, marchio molto conosciuto nel settore caseario, soprattutto per quanto riguarda la produzione di pecorino sardo. Dalle notizie ancora frammentarie veniamo a sapere che l’accordo sia stato stipulato dal direttore generale di Granarolo, Giampietro Corbari, e da Ferruccio e Alessandro Podda, padre e figlio, proprietari della seconda realtà lattiero-casearia sarda dopo quella di Arborea. In base a tale accordo la Granarolo acquisirà il 65% della Casearia Podda. Al marchio cagliaritano spetterà il conferimento alla rete commerciale e la produzione, mente il colosso bolognese metterà in comune logistica e distribuzione per l'isola, incluse le attività relative alla controllata Latticini Italia. 
 L’obiettivo dell’accordo è quello di conquistare una fetta di mercato sardo che vale 250 milioni di euro, grazie a un oltre milione e mezzo di consumatori a cui devono aggiungersi diversi milioni di consumatori che si riversano sulla nostra isola nei mesi estivi.

Alcuni, che ancora accusano i postumi della sbronza nazional sciovinista del centocinquantennio italiano, già gridano alla ripresa economica. Noi che invece non ce la siamo bevuta, e ragioniamo in maniera fredda e scientifica, abbiamo un altro modo di leggere questa notizia.
Cosa fanno i nostri consiglieri regionali “italiani di Sardegna” del partito unico SEL-PD-PDL-IDV? Sempre attenti all’italianità dei prodotti contro i cinesi, sonnecchiano bellamente mentre gli italiani si portano via importanti aziende sarde nel silenzio generale.
Ma del resto anche sugli industriali “sardi” c’è parecchio da dire, dato che anche loro utilizzano il marchio sardo solo se gli fa comodo. I Pinna – che dovrebbero proteggere il marchio pecorino visto che controllano il Consorzio del pecorino – fanno concorrenza al pecorino stesso producendolo in Romania con latte in polvere. La birra Ichnusa è ormai della Heineken come anche il liquore di mirto è ormai un prodotto sardo gestito da Milano.

Ripetiamo. Cosa fa la politica davanti a tutto questo? Mentre le nostre tavole sono invase di carne, frutta e verdura non sarde e i centri commerciali stranieri e "sardi" distruggono la nostra economia, i battaglieri politici della regione sbadigliano beatamente.
Mentre un colosso italiano ci porta via uno dei prodotti d’eccellenza della nostra economia come il marchio Podda, in Regione scelgono la strategia del non intromettersi nel “libero mercato”, salvo poi andare in giro a dire che “è colpa nostra che ci siamo fatti fregare!” come ancora si sente dire per la Costa Smeralda o per la Tirrenia!
A Manca pro s’Indipendentzia più realisticamente conclude che i politici dei partiti italiani che siedono in Regione non dormono affatto, bensì lavorano attivamente a distruggere l’economia sarda per sostituirla con quella italiana e multinazionale, come le segreterie di Roma comandano loro in base agli accordi presi a Bruxelles o alle direttive del FMI, evitando accuratamente di sostenere in ogni modo possibile le aziende sarde.
Ad ogni passo e ogni giorno di più è evidente che i politici dei partiti italiani sono politicamente organici e servi obbedienti del colonialismo italiano.

Prima li cacciamo via meglio sarà per tutti.

IN SARDEGNA, PORTE APERTE AGLI STRANIERI … PER SFRUTTARLI MEGLIO !


pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno sabato 9 giugno 2012 alle ore 19.37 ·
 



Un blitz dei carabinieri e degli ispettori del lavoro in un cantiere a La Maddalena ha portato a 3 denunce e a quasi sessantamila euro di multa a causa di 74 violazioni accertate.

Nel villaggio turistico in costruzione a Punta Tegge, militari e ispettori hanno trovato tra i 75 dipendenti delle varie aziende edili, 15 operai completamente in nero, per la maggior parte romeni, siriani, tunisini, albanesi.

E fra le 22 ditte operanti nel cantiere, 12 sono risultate irregolari. I tre denunciati sono i responsabili dei lavori, del committente e dell'impresa affidataria.

Da Ansa del 9 giugno 2012

Dopo aver acquistato all'asta i macchinari e i telai della Legler di Tossilo da parte di una industria tessile turca ora sempre una azienda turca ha concluso l'affare con l'industria grafica Sarprint



Macomer, dopo la Legler ai turchi anche la Sarprint

Venduti gli impianti di Tossilo che hanno stampato L’Unità, Libero, Sardegna 24. Nel 1978 le macchine di Tuttoquotidiano le comprò una finanziaria di Gheddafi
di Paolo Maurizio Sechi 
 
MACOMER. Che il capoluogo del Marghine avesse una vocazione commerciale si sapeva dalla metà del secolo scorso ma che in questo periodo di crisi del settore mercantile gli acquirenti arrivassero dalla Turchia nessuno lo avrebbe immaginato.
Lo shopping più conveniente per chi arriva dall'estero si trova nella zona industriale. 

Dopo aver acquistato all'asta i macchinari e i telai della Legler di Tossilo da parte di una industria tessile turca ora una azienda grafica dell'estrema parte orientale dell'Europa ha concluso l'affare con l'industria grafica Sarprint, chiusa dal mese di novembre dello scorso anno.

L'azienda milanese di Paderno Pugnano ha ceduto ai turchi per circa 230mila euro l'intero impianto di produzione di Tossilo. Un vero affare: 2 torri colore (macchinari tecnologicamente all'avanguardia), 11 gruppi stampa, 2 sbobinatori, le linee di spedizione e i due CTP (computer to plate) e altri piccoli accessori e macchinari.
Nello stabilimento Sarprint erano impiegati prima della chiusura del centro stampa 12 dipendenti, tutte figure professionali qualificate, anche se nel 2005 i lavoratori assunti sono arrivati ad essere circa una ventina grazie alle diverse commesse che l'azienda era riuscita ad assicurarsi.
Dal 2002 nel centro di Tossilo sono stati stampati diversi quotidiani come L'Unità, Libero, Il Riformista, 2 edizioni del Giornale di Sardegna, Il Manifesto, Sardegna 24 e vari mensili e periodici come Nuoro Jazz, Piccoli e grandi affari, Europa e il Messaggero Sardo.
Nel 2005 era anche previsto l'ampliamento dell'azienda con l'acquisto di altre sei torri colore e l'allargamento del capannone ma negli ultimi anni la riduzione di commesse e i "buchi" di diversi milioni lasciati da qualche editore hanno portato la Sarprint al collasso nonostante il passaggio di stampa dal sistema di film in pellicola al rivoluzionario e tecnologicamente all'avanguardia per il periodo ovvero il macchinario in CTP (stampa foto diretta su lastra computerizzata laser).
Il trasloco è iniziato la settimana scorsa con lo smontaggio e carico di una parte di macchinari su un autoarticolato della ditta turca Martas diretta nel territorio di Istanbul mentre per liberare completamente la fabbrica dai macchinari di stampa saranno necessari diversi altri viaggi.
Non è è la prima volta che le macchine di una azienda stamatrice isolana vanno all’estero. In passato (correva l’anno 1978) è toccato anche al giornale Tuttoquotidiano che veniva stampato a Cagliari.
Le macchine, dopo la chiusura della testata vennero cedute a una finanziaria libica controllata dalla famiglia Gheddafi, per essere impiegate nella realizzazione di prodotti editoriali in lingua araba.

mercoledì 23 maggio 2012

ONIFAI: La mensa dei bambini con i prodotti locali o in ogni caso sardi.

pubblicata da SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE il giorno mercoledì 23 maggio 2012 alle ore 1.18 ·
 


Onifai, la proposta dei centri della Valle del Cedrino: valorizzare le produzioni agricole “entrando” nelle scuole

Produttori di tutta la Valle del Cedrino unitevi. È un invito per dar gambe ad progetto fattibile, più che uno slogan, quello che lancia l’Unione dei Comuni della Valle del Cedrino a tutti gli agricoltori e allevatori del territorio.

L'ente sovracomunale intende infatti realizzare un progetto di valorizzazione delle produzioni agricole locali per creare una rete di commercializzazione e distribuzione a chilometri zero. Un progetto che prevede diverse iniziative, alcune a brevissimo e altre a medio termine. La più immediata è quella dell'apertura di un mercato di vendita diretta in località Sos Alinos per il periodo estivo.

L'altra, quella forse più ambiziosa ma sicuramente la più proficua, è quella di fornire tutte le mense pubbliche del comprensorio (scuole, asili etc) con almeno il 70% di prodotti locali o in ogni caso sardi. Venerdì scorso ad Onifai si è svolto un primo incontro tra gli amministratori dell'Unione dei Comuni e le aziende locali (una settantina quelle contattate) per illustrare l'iniziativa. «La riunione è stata abbastanza partecipata e l'idea è piaciuta – dice il sindaco di Onifai Daniela Satgia –. Tanto che in accordo con Laore e Coldiretti, che sostengono questo progetto, abbiamo concordato di riconvocare tutti gli agricoltori e gli allevatori della nostra zona per giovedì 31 sempre ad Onifai per mettere a punto un protocollo di intesa e stendere una bozza di disciplinare».

L'idea non è solo accattivante ma poggia su solide basi economico -finanziarie. «Il fatturato delle sole mense scolastiche attivate nei paesi della Valle del Cedrino (Orosei, Irgoli, Galtellì, Onifai e Loculi) supera i 500mila euro all'anno – spiega il presidente dell'Unione dei Comuni Giovanni Porcu – e i contratti di affidamento sono tutti in scadenza entro il prossimo anno. Nostra intenzione è quella di apporre nei prossimi capitolati di gara l'obbligatorietà di usare nella preparazione dei pasti almeno il 70% di prodotti nostrani. Si tratta di oltre 350mila euro che potrebbero rientrare direttamente in circuito nelle nostre economie ottenendo così un duplice ottimale scopo: alimentare con cibi genuini e prodotti in zona i bambini e i ragazzi della nostre scuole e dar respiro alle nostre aziende agrozootecniche».

Intanto si partirà con un mercato di produzioni locali che oltre alla località turistica di Sos Alinos vuole diventare appuntamento fisso settimanale a turno in tutti i cinque paesi della Valle del Cedrino. Un primo passo anche questo salutare economicamente e soprattutto promozionale per il futuro dell'iniziativa.
(Angelo Fontanesi)

Da La Nuova Sardegna del 22 maggio 2012

ECONOMIA & LAVORO


Molto apprezzata dai visitatori britannici dell'Horse Show l'immagine dell'allevamento e della cultura equestre della Sardegna.
Piu' grande del previsto il numero degli attenti, appassionati e competenti allevatori inglesi e che vedendo le immagini dei cavalli sardi hanno espresso l'intenzione di visitare l'Isola anche per approfondire gli aspetti della sua antichissima tradizione equestre.
Un successo per la Sardegna riconosciuto all'estero ma trascurato nella stessa isola.

venerdì 4 maggio 2012

3000 GIOVANI TORNANO A FARE I PASTORI

In Italia circa tremila giovani hanno scelto di mettersi alla guida di un gregge come precisa scelta di vita per non arrendersi alla crisi provocata dalle delusioni dell'economia di carta. E' quanto stima la Coldiretti, in occasione delle rilevazioni Istat sull'occupazione, nel sottolineare che si tratta in gran parte di giovani che intendono dare continuita' all'attivita' dei genitori ma ci sono anche ingressi ex novo spinti da una scelta di vita alternativa a contatto con gli animali e la natura.

Quando a guidare il gregge sono i piu' giovani si assiste secondo la Coldiretti ad un impulso nell'attivita' con il 78 per cento dei giovani investe - anche nella crisi - sul miglioramento dei prodotti aziendali. La diffusa capacita' di innovazione si concentra sulla qualita' e sulla sicurezza del prodotto ma anche nella capacita' di presidiare il mercato attraverso nuove formule commerciali come la vendita diretta del proprio prodotto.

...Simone Cualbu e' un allevatore di 35 anni di Gavoi e conduce, in agro di Macomer, un'azienda agricola con ordinamento ovi-caprino di 75 ettari con 300 capi.
Il formaggio (DOP), prodotto esclusivamente con latte crudo di pecora di razza sarda allevate al pascolo, viene affumicato e successivamente portato a stagionare nelle cantine a Gavoi.

La passione per il suo lavoro non gli ha fatto dimenticare l'impegno civile. E' Presidente della Coldiretti di Nuoro-Ogliastra ed e' anche componente del direttivo del Consorzio di Tutela del formaggio Fiore Sardo (DOP) nonche' Presidente del Consorzio Produttori Storici Pastori. La presenza dei giovani e' una garanzia per il futuro della pastorizia in Italia dove si producono - sottolinea la Coldiretti - oltre 60 milioni di chili di formaggi pecorini dei quali oltre la meta' a denominazione di origine (Dop).

  All'esportazione va oltre il 25% della produzione. Nella produzione Made in Italy a denominazione di origine a fare la parte del leone - continua la Coldiretti - e' il Pecorino Romano Dop che copre l'80%, ma hanno ottenuto la protezione comunitaria come denominazioni di origine anche il pecorino Sardo, il Siciliano e il Toscano e quello di Filiano oltre al Fiore Sardo ed al Canestrato Pugliese.

La pastorizia e' un mestiere ricco di tradizione che ha anche un elevato valore ambientale e dalla sua sopravvivenza dipende la salvaguardia di razze in via di estinzione a vantaggio della biodiversita' del territorio, dalla rustica pecora sarda alla pecora sopravissana dall'ottima lana, dalla pecora comisana con la caratteristica testa rossa a quella massese dall'insolito manto nero che rappresentano un patrimonio di biodiversita' il cui futuro e' minacciato da un concreto rischio di estinzione.

Tra i fattori che mettono a rischio il futuro della pastorizia ci sono il fatto che - sostiene la Coldiretti - piu' della la meta' della carne di agnello in vendita e' importata, soprattutto dai paesi dell'est, all'insaputa dei consumatori e spacciata come Made in Italy perche' non e' stato ancora introdotto l'obbligo di indicare l'origine in etichetta previsto dalla legge nazionale sostenuta dalla Coldiretti ed approvata all'unanimita' dal Parlamento.

E non va meglio per il latte. Dalla mungitura quotidiana di una pecora si ottiene in media solo un litro di latte che viene pagato attorno ai 70 centesimi al litro ben al di sotto dei costi di allevamento si avvicinano all'euro. Qui a pesare - conclude la Coldiretti - e' la concorrenza sui mercati internazionale dei pecorini low cost prodotti soprattutto nell'est Europa e spacciati come Made in Italy.

2 maggio 2012

AGI

SARDEGNA UNITA E INDIPENDENTE - FACEBOOK

AGRICOLTURA & LAVORO: inaugurazione progetto rinascita tabacco sardo a Nuchis

Il 3 maggio a Nuchis, vicino a Tempio Pausania, si terra' la cerimonia di inaugurazione del progetto di centomila piante di tabacco di ''Sa Folla'', l'azienda sarda che gia' commercializza sigarette con una miscela di tabacchi italiani selezionati e prodotti dalla Mit (Manifattura italiana tabacco). Il ritorno dopo quarant'anni ad una delle colture piu' antiche: un ''sassolino lanciato ai tre giganti del settore che si spartiscono il mercato mondiale, una sfida per tutta l'agricoltura sarda''.

Un sogno diventato realta' quello di Antonio Perez che per primo, gia' dal 2001, inizia a pensare alla possibilita' del ritorno alla tabacchicoltura in Sardegna; il coinvolgimento di un gruppo di soci, l'investimento dei risparmi di una vita, la forza di volonta' e tanto lavoro accompagnano il progetto d'impresa che sembrava impossibile in un mercato dominato dalle multinazionali.

La fase sperimentale del progetto durera' due anni e verra' affidata ad uno staff tecnico-scientifico, composto dai migliori professionisti italiani, grazie alla collaborazione con la Mit di Chiaravalle. Al termine dei due anni si otterra' una ''varieta' autoctona'' con caratteristiche marcatamente differenti dalle piante originali.

Da ASQN del 30 Aprile 2012

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domenica 22 aprile 2012

MALEDETTA ITALIA E I SUOI SERVI: Artigiano sardo perde il lavoro e si suicida

Un artigiano edile di 52 anni, rimasto senza lavoro, si e' impiccato in Sardegna perche' non sapeva piu' come fare per mantenere la famiglia, moglie e tre figli.

"Scusatemi, ma forse non e' solo colpa mia" ha scritto in un messaggio ai familiari lasciato sul tavolo usato per raggiungere la fune con la quale si e' tolto la vita.

L'artigiano, secondo quando pubblica il quotidiano L'Unione Sarda, era uscito di casa, in un paese dell'oristanese, due giorni fa e aveva fatto perdere le proprie tracce.

Il telefono cellulare squillava a vuoto e le ricerche non avevano dato esito. Solo ieri un cognato ho controllato un locale che G. N. usava come deposito attrezzi, scoprendo il corpo appeso ad una trave.

Il blocco dell'edilizia in tutta la Sardegna aveva fatto perdere il lavoro all'artigiano e, come hanno raccontato i parenti, tutte le sue richieste di aiuto per ottenere qualche commessa erano cadute nel vuoto.

Nella lettera d'addio, l'uomo ha chiesto scusa alla famiglia, rivolgendosi soprattutto al figlio piu' piccolo. Proprio in ieri a Siliqua (Carbonia-Iglesias) si e' svolta una fiaccolata per ricordare tutte le persone che si sono suicidate in Italia, travolte dalla crisi.
Alla marcia silenziosa hanno partecipato in oltre 2.000.

Da Rainews24 del 22 aprile 2012

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DALLA ROMANIA LAVORATORI A PREZZI STRACCIATI

Infatti gli imprenditori che assumono attraverso società interinali di quel paese possono fare riferimento alle normative di Bucarest.

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martedì 17 aprile 2012

ECONOMIA & LAVORO: I migliori auguri alla nuova azienda "Orgosolo liquori" ...

Finalmente ce l’ha fatta e il suo progetto è decollato. Avevano anche cercato di fermarla o chissà, solo spaventarla, appiccando un rogo nel capannone dell’area artigianale all’ingresso del paese, dove di lì a breve sarebbe partita la sua nuova attività. Una parete ne porta ancora i segni. «Non li ho voluti cancellare per ricordarmi sempre di quanto è successo».

Quella notte d’estate di un anno fa qualcuno aveva tentato, invano, di rovinare il sogno di Piera Cadinu che con tanti sacrifici e voglia di fare, stava cercando di dar vita al primo e unico liquorificio della zona, battezzato con il nome “Orgosolo liquori”. «Sì — dice la giovane imprenditrice. con alle spalle un passato come consulente informatico — proprio in tempo di crisi ho deciso di far nascere un’attività tutta mia. So che non è facile però mi è sempre piaciuto scommettere e soprattutto mettermi alla prova. Gli ostacoli non sono mancati sin dal principio ma se voglio andare avanti devo continuare a crederci».

La grinta di certo non le manca e neppure le buone idee. Piera Cadinu, poco meno che quarantenne, ha deciso di investire proprio sulle ricchezze del territorio e del suo paese. «Madre natura ci ha dato tanto — sottolinea la donna - manager — e non resta che approfittarne. Le vere difficoltà — aggiunge — arrivano però dall’uomo». Piera ha infatti dovuto affrontare mille problemi. «Ho trovato tutte le porte chiuse: per avere dei prestiti ormai chiedono infinite garanzie e se non avessi avuto l’aiuto dei miei familiari non ce l’avrei mai fatta».

Difficoltà che non sono mancate neppure al momento della ricerca della materia prima, con alcuni (per fortuna pochi) proprietari che le hanno negato l’accesso ai loro terreni. Nonostante tutto, però, la giovane orgolese è partita ed è riuscita a immettere sul mercato le sue bottiglie di mirto e limone, ovviamente dalla ricetta top secret tramandata da sempre di madre in figlia. «A casa – dice l’imprenditrice, che però preferisce essere chiamata artigiana – abbiamo sempre preparato liquori ma in piccole quantità. Ci piaceva provare e riprovare finchè non riuscivamo ad azzeccare le dosi giuste di tutti gli ingredienti. E così continuerò a fare, naturalmente partendo dalle vecchie ricette che custodisco gelosamente».

Si conoscono giusto gli ingredienti: bacche o scorza di limone, alcool e zucchero ma non è dato sapere altro. Fa tutto lei nel suo laboratorio dove da gennaio ha iniziato le fasi di produzione delle prime diecimila bottiglie. Enormi contenitori in acciaio inox contengono chili e chili di bacche di mirto lasciate a macerare in quantità indefinite d’alcool. Rimarranno in “ammollo” per mesi prima della spremitura. Poi si procederà all’imbottigliamento e alla vendita al consumatore. Il suo obbiettivo è quello di raddoppiare in un anno le quantità così da riuscire a dare lavoro ad altri giovani. «Questo è solo l’inizio, ma se tutto andrà per il verso giusto vorrei puntare su altri sapori: il finocchio, il corbezzolo e le tante altre essenze che caratterizzano questi luoghi».

Intanto, già in questi giorni, numerosi turisti stranieri hanno potuto assaporare e apprezzare i liquori «Sant’Èlene» (il nome della località in cui sorge la zona artigianale del paese dei murales e col quale Piera Cadinu ha voluto contrassegnare le prime bottiglie prodotte). E chissà che presto queste bevande tipiche della tradizione sarda, in particolare di Orgosolo, non possano varcare i confini nazionali andando quindi alla conquista dei mercati d’Oltralpe .

Da La Nuova Sardegna del 17 aprile 2012

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lunedì 16 aprile 2012

MOLINO BRUNDU ...io vendo la pasta in Polonia e Brasile




La pasta sarda guarda a Est. E anche in Brasile e negli Usa.
L’imprenditore Tonino Brundu titolare dell’omonimo pastificio sulla strada 131 (all’altezza di Torralba) nel suo girovagare alla ricerca di nuovi mercati ha scoperto la Polonia e la Repubblica Ceca. «E’ un paese in cui ho trovato una situazione interessante — dice Brundu — i polacchi apprezzano la buona pasta italiana e stanno scoprendo i prodotti dell’artigianato alimentare della Sardegna. Certo, le difficoltà che ho dovuto affrontare non sono poche. Intanto perchè qualunque mia iniziativa è soltanto mia e non gode di aiuti o promozioni pubbliche. E, poi, purtroppo neanche gli altri imprenditori sardi sono disposti a fare aggregazione per aggredire nuovi mercati».
L’ideale, secondo Brundu, sarebbe poter organizzare una unione tra produttori per presentarsi sui mercati esteri con compattezza, possibilmente, col supporto della Regione sarda.
 «E invece— dice— qualunque sforzo lo devo moltiplicare per mille. Noi sardi, forse, abbiamo un Dna nel quale sta scritto che non dobbiamo unirci per fare sistema».

«Ed è un peccato— dice— poichè qui in Sardegna produciamo le cose più buone del mondo ma, purtroppo, non sappiamo venderle o come si dice oggi, non sappiamo fare marketing. Perchè siamo meno intelligenti di altri? No di sicuro, semplicemente non sappiamo metterci insieme fare sinergie che tornino utili a tutto il sistema sardo».

Capita così che Brundu quando va a proporre la sua pasta poi offra anche la degustazione e l’acquisto di altri prodotti, dal vino al pane carasau all’olio.
«Ho sperimentato — dice— che così la mia proposta è più convincente. No, guardi, non chiedo più l’intervento di altri imprenditori, mi sono stancato: chi fa da sè fa per tre».

Certo, Brundu non si scoraggia. Il mercato regionale e quello nazionale vanno a rilento? E lui cerca nuovi spazi oltreconfine e oltreoceano.
«E poi — continua l’industriale — operare qui da noi sta diventando sempre più difficile. Male il mercato e malissimo il credito. Ma se un imprenditore non produce e non incassa, di che cosa dovrebbe campare? Delle chiacchiere che si sentono in giro o in tv. Sa che cosa mi convince della Polonia? Che io vendo e dopo trenta giorni posso incassare. Se ci fosse un ritardo nei pagamenti non si va mai oltre una settimana, altrimenti l’azienda insolvente viene costretta a chiudere all’istante».

«Qui da noi — sottolinea Brundu — le cose come sapete vanno diversamente. Supponiamo che io venda dei prodotti, l’acquirente che non ha contanti firma una cambiale. Ma alla scadenza la cambiale non viene pagata. Spetterebbe al segretario comunale “protestarla” e invece non lo fa. Morale della storia: quella cambiale diventa carta straccia e a me chi mi paga?»

Il programma dei Brundu, fin dall’inizio di questa avventura, era chiaro.
«Abbiamo deciso di puntare sulla qualità – dice Tonino Brundu – e dobbiamo scegliere la materia prima migliore se vogliamo paste eccellenti. Il resto lo fa la lavorazione e l’ambiente incontaminato in cui sorge il pastificio. E ovviamente l’organizzazione della vendita».
 Pasquale Porcu 

Da La Nuova Sardegna del 16 aprile 2012